E non leggere più

Nel 2015 ho letto solo 60 libri. Dico “solo” perché in ciascuno dei due anni precedenti ne avevo letti circa 70. Sarà che sto invecchiando e la voglia – e la resistenza: ho sempre letto libri come compiendo atti di libidine – è sempre meno. Sarà che, seppure dal 30 novembre, ho macolato le mie carte illibate: per la prima volta in vita mia ho lavorato. Sarà che sono stato più assorbito dall’amore che dalla lettura. Ma questo è. E mi sembra di dovere giustificarmi con me medesimo per una decina di libri in meno.
Qualche giorno fa, prima che io mettessi per iscritto la mia smania di leggere i libri, sì, ma che per me corrisponde a quella di possederli, il buon Davide Tomasello ci suggeriva un decalogo per scongiurarne l’acquisto compulsivo. Lo condivido quasi tutto, ma non lo voglio seguire. Vedo che è bene, che sarebbe bene, soprattutto per la sacchetta salvadanaia; seguito e voglio seguitare tuttavia a comprarne. Per pigrizia (le biblioteche per me sono per lo più postacci), per vanità e vanto, perché – in parte – mi servono. Perché, almeno finora, posso.

La questione non è mai acquistare i libri, semmai leggerli; e sapere quali leggere, e saperli leggere. Avere tanti libri non significa certo sapere cosa v’è scritto, né tantomeno comprenderlo una volta letto. Come collezionare calendari non rende edotti sui giorni, o preparati ad affrontarli. A ben vedere, il mio è un impulso dongiovannesco che anziché donne vorrebbe concupire pagine. O sono simile a Faust, e bramo di trovare un libro innanzi al quale arrestarmi, chiuderlo, non aprirne più altri, non voltare più pagine, in un momento di esaltazione estatica, e dire a quell’attimo di compiuta beatitudine: «Fermati, sei bello!»

Poi, magari imparare quel libro a memoria, per tenerlo sempre a mente, per possederlo come si vorrebbe con la viva immagine della persona amata. E ripetermelo, sempre desso, solo desso. E non leggere più.

capitale

Tra quelli che ho letto nel 2015, segnalo questi (ma rimuovo Freud):

  • T. Mann, I Buddenbrook e La montagna incantata. Chi vuol sapere cosa sia l’Europa non deve studiare la geografia né leggere i giornali. Europa è un prodotto dello spirito, il più riuscito connubio di metafisica e politica. A ben vedere, questo è lo spirito: la metafisica che si incarna in politica. Pertanto, nelle derive economiche occidentali, nell’assoluta impalpabilità dell’Unione Europea, non v’è traccia d’Europa, perché non v’è nessun sentore di spirito. (Sembra di parlare di un disinfettante.) Chi vuol sapere cosa sia l’Europa, dovrebbe leggere T. Mann. L’epopea familiare dei Buddenbrook, che attraversano circa un secolo di storia e nel seno della stirpe covano tutti i tipi di serpi che avvelenano il sangue (la musica, la dissolutezza, la bellezza; anche l’accortezza economica); lo svettare di un Settembrini che nella montagna ammalata di tubercolosi unisce alla sottile ironia una inconcludenza spesso goffa, in contrasto con il gesuita a lui speculare, l’altra anima dell’Europa; la malattia stessa, la tubercolosi, per guarire dalla quale c’è bisogno di sole e montagna: queste sono figure della fenomenologia europea. Fuori dell’Europa non c’è spirito. Ma lo spirito è una questione di carne, di materia. E ogni volta che si parla d’Europa, ossia di spirito, non si può fare a meno di parlare di morte, corruzione e decadenza. Il travaglio del negativo permea la materia spirituale che è la vita europea. E Mann ne è il lucido cronista.
  • E. Vittorini, Conversazione in Sicilia. Non è una conversazione, è un monologo da innamorato. Ogni siciliano è un innamorato deluso, che per quanto possa parlare male dell’amata non può fare a meno di cantarne la bellezza. Non dei luoghi, non del paesaggio; quello lo sanno tutti. La bellezza che il siciliano canta è la cruda vitalità dell’isola, la sofferenza insita nei giorni bruciati dal sole. Nessuno soffre come un siciliano. Il siciliano soffre quando attraversa lo stretto, in entrambi i sensi. Soffre quando se ne va, soffre quando torna. La madre del protagonista, che lo accoglie al ritorno, è la Sicilia stessa: tenera e adultera, giovane e vecchia. Lo stile del libro è circolare, impalpabile, onirico. Perché la Sicilia è sogno: inafferrabile, evanescente, deludente quando ti rendi conto di stare sognando. Tocca di svegliarsi. Ed è tanto soffrire, come sanno tutti i siciliani.
  • G. D’Annunzio, Il fuoco. Venezia è musica. Qui si incontra Wagner; qui muore Wagner. E D’Annunzio riesce a scrivere un romanzo in cui non succede nulla; perché anche quando accade qualcosa è privo di importanza. Ciò che conta è solo la vitalità, il fuoco creatore e distruttore, il perenne scorrere, la felicità del divenire, dell’essere eterno movimento, come l’acqua di Venezia. Questo libro è la lingua che celebra sé stessa. In ogni pagina l’afflato lirico (che per qualcuno potrebbe risultare insopportabile) è portato allo spasimo, allo stremo, e l’intensità non scema mai. Per sostenere e comprendere questo romanzo, ci vogliono orecchie, non occhi.
  • G. Deleuze – F. Guattari, Che cos’è la filosofia. Chiaro che Deleuze è una garanzia, nonostante il titolo coglione, da manualetto per principianti. Ma se sei Deleuze ti puoi permettere pure questo. L’invito nietzscheano a essere “una testa tutta terrena” viene trasposto dal singolo alla disciplina: così la filosofia è immanenza. È un libro tanto illuminante e preciso, quanto – in certe pagine – ostico e complesso. Forse la distinzione netta tra filosofia, scienza e arte a tratti non è del tutto condivisibile; tuttavia è questo scritto stesso un esempio di cos’è la filosofia, che è sempre nel suo farsi e che per rispondere della sua essenza non può fare di meglio che mostrarsi.
  • K. Marx, Il capitale, Libro I. La grandezza di Marx è incommensurabile, imponente, maestosa come quest’opera. Gli altri suoi lavori, se paragonati a essa, sbiadiscono, sembrano saggetti e prove preliminari. Probabilmente Marx è più efficace come storico e critico che come profeta; ma questo ormai lo sanno tutti, o dovrebbero saperlo. L’impressione che si ha leggendo le lunghe descrizioni degli sfruttamenti dei lavoratori è che non ci volesse certo molto a capire la stato di cose. Ma il grande compito filosofico svolto da Marx è stato quello di saldare l’analisi dei fatti con la sistematicità della critica, l’attenzione verso l’uomo in carne e ossa con una vertiginosa capacità filosofica. È solo a partire da questo tipo di saldatura che si dà filosofia. A tutta prima, questo libro sembra il meno filosofico di Marx; ma il colpo di genio marxiano è stato quello di rendere filosofica l’economia. L’antimarxismo consiste appunto in ciò che è il segno della nostra epoca: economicizzare la filosofia.
  • E.H. Kantorowicz, Federico II imperatore. Non solo la più importante opera su Federico II di Svevia, ma un libro che ha fatto scuola su un certo modo di fare storia. C’è tutta un’epoca in questo scritto: la Sicilia normanna, il papato della prima metà del XIII secolo, i musulmani del mediterraneo, la scuola poetica siciliana, i principi e i vescovi tedeschi, la rinascita del diritto, gli esperimenti politici e giuridici dell’imperatore… C’era chi non voleva credere all’esistenza di Alessandro Magno fino a quando non ha visto Federico in carne e ossa, con lo splendore della sua corte, con la fortuna straordinaria e ai limiti del credibile delle sue imprese. E su tutto aleggia l’ombra della Sicilia, della terra del sole che attrae gli imperatori tedeschi come un fuoco le falene. E in molti casi facendo subire loro un’analoga fine.
  • T. Ligotti, Teatro grottesco. Degno erede di Lovecraft (più che di Poe), Ligotti ci introduce nell’orrore del mondo contemporaneo, ossia nella macchina, anzi nel macchinico. Il meccanicismo moderno brillava della luce che emanava dalla regolarità della natura. Il meccanicismo contemporaneo è buio della cupezza della catena di montaggio. La macchina ci assorbe. La macchina è burocrazia meccanizzata. Gli incubi creati da Ligotti non hanno pressoché nulla di naturale. C’è sempre la zampaccia umana dietro l’orrore. Ligotti nomina le cose, gli stati d’animo, le paure; ogni nome è una scintilla, genera un cortocircuito, perché pur nominando qualcosa, con ciò non lo si conosce. Questo è il grottesco: l’angoscia senza nome viene nominata, eppure non svanisce. L’uomo genera l’orrore eppure non se ne può sottrarre. Sa che vive in un incubo e tuttavia non vuole svegliarsi. Il meccanismo macchinico, una volta avviato, non si può più arrestare. E tutti ne siamo ingranaggi; tutti siamo personaggi del teatro grottesco.
  • C. Malaparte, Kaputt. Libro strepitoso, incredibilmente bello e terribile. Autocompiaciuto, ma piacione; fascista della prima ora, ma contro il fascismo; ufficiale dell’esercito, ma contro la guerra: Malaparte è una contraddizione che cammina. Stile fluido, passione e fascino nel raccontare, in bilico tra realtà e finzione letteraria. È un libro sulla sofferenza, ma più che umana, animale. Che l’uomo soffra, passi pure, sembra dire questo libro; ma intollerabile è la sofferenza di cavalli, renne, alci, cani, uccelli… La guerra è affaraccio umano, che ci fa tutti colpevoli; tanto più che coinvolge l’innocenza degli altri esseri viventi. Con questo libro, l’Europa è definita “kaputt”. E il cerchio si chiude: lo spirito europeo è terribile perché materiale; lo spirito europeo è permeato dalla lotta costante di tutto ciò che è, della materia che piega, implode in sé stessa, si autodivora, si autodistrugge. Lo spirito europeo è guerra. Ma anche la guerra, dice Malaparte, non è che un sogno.

Un figlio anarchico

[Per la presentazione di A. Di Grado, Anarchia come romanzo e come fede, Ad Est dell’Equatore, Pollena (Na) 2015 — Villa Cosentino, Valverde (Ct), 23 luglio 2015.]

Mi ritrovo qui a parlare di anarchia da una posizione privilegiata e piuttosto comoda. Non solo perché non ricopro alcun incarico istituzionale – e non so se esserne contento o meno –, ma anche e soprattutto perché godo della condizione anarchica per eccellenza. Giuridicamente e socialmente – se non anche ontologicamente –, io sono un figlio, nient’altro. Ed essendo disoccupato, sono un figlio mantenuto, tanto che i miei vezzi pseudo artistici m’hanno fatto dire: «Non ho genitori; ho mecenati».

Mettiamola così: solo un figlio può essere anarchico. Questo significa che ogni uomo è anarchico, o quantomeno lo è stato. Perché si finisce d’essere figli – o comunque solo figli – non appena un figlio lo si mette al mondo. Generare è mettere al mondo l’anarchia, rinunciando alla propria. Questa faccenda risulta abbastanza chiara non appena si guardi con occhio disincantato alla mitologia cristiana: l’atto di creazione è rinuncia di Dio all’autosussistenza beata, per divenire padre. Appare come una rinuncia all’onnipotenza, se mi perdonate l’eterodossia. Dio, l’onnipotente, diventa padre e rinuncia ai suoi poteri, in nome dell’amore e della libertà dei figli. Freud parlava di senso di onnipotenza del bambino, che con tutta evidenza così si sostituisce al padre. Il figlio è onnipotente; il padre mezzo impotente. Il figlio è anarchico; il padre… cosa? Sottomesso, forse?

Cerchiamo di capirci qualcosa di più, aiutati appunto dal libro di Di Grado, che in questo senso è molto illuminante. È un libro che possiede il fascino di quelle opere che riflettono sulle questioni fondamentali di un’intera cultura. Perché sostanzialmente questo libro contiene una cristologia. E vado sempre più convincendomi che ogni libro che si rispetti, quantomeno nel nostro occidente, sia una cristologia. Prendiamo tre casi esemplari. Ciò risulta chiarissimo nei grandi romanzi di Dostoevskij. Poi, come non cogliere una cristologia, a volte implicita e tanto spesso esplicita, in moltissime opere di Nietzsche? E potremmo chiederci cosa ci sia di cristologico in Proust. V’è questo: che Marcel è un figlio e lo rimane per tutta la vita. La memoria si configura come una tortuosa redenzione, per questo figlio che in qualche modo rappresenta l’umanità tutta alle prese col problema del tempo, quasi come il Cristo, che è temporalità pura, tanto da indirizzare la storia.

Sgomberiamo il campo e giochiamo a carte scoperte: io sono ateo, in tutto e per tutto. “Una testa tutta terrena”, come direbbe lo Zarathustra di Nietzsche. Se parlo di figure e temi religiosi, li intendo metaforicamente, ossia metafisicamente. Il fatto è questo: la cristologia è il nodo della nostra cultura, il punto focale, senza il quale tutto appare fuori fuoco, non si capisce quasi nulla. Neppure il mio ateismo. Perché come è vero che il cristianesimo è la religione che più secerne ateismo (diceva Deleuze), così, allo stesso modo, è quella che più secerne anarchia. Anzi, la sola nel cui seno si è sviluppata questa cosa ambigua e dai mille volti che soliamo denominare anarchia. Perché innanzi tutto, come giustamente nota Di Grado, il cristianesimo, come l’anarchia, non è mai questione di scelta: «Ma si tratta di scegliere? Certamente no. C’è solo da stupirsi e rabbrividire, di fronte alla stupefacente varietà (già ab initio) dei cristianesimi storici e dei cristianesimi possibili» (pag. 25). Il cristianesimo, anzi i cristianesimi, fuori dalla soffocante ortodossia creata a tavolino almeno da Nicea in poi, non sono mai una scelta definitiva e univoca per tutta l’umanità. Il cristianesimo, almeno com’è nei vangeli, è la religione della libertà. Si potrebbero citare parecchi versetti molto indicativi a riguardo.

Dal punto di vista strettamente testuale e storico-sociale, dunque, il cristianesimo – quello che si richiama direttamente vangeli – tende alla libertà, ossia alla non istituzionalizzazione. Questo trova un preciso corrispettivo teologico nella concezione pur ortodossamente cattolica circa l’archè – l’origine, il principio, il fondamento, il potere – del Padre e soprattutto del Figlio.
Cerco di riassumere brevemente per non annoiare, anche se la questione è complessa. Il concilio di Nicea del 325 aveva condannato la dottrina di Ario, un “eretico” (le virgolette sono d’obbligo) del IV secolo che sosteneva che il Figlio fosse stato creato da Dio Padre e quindi a lui subordinato. La dottrina ortodossa, come recita ancora il credo che si professa durante le celebrazioni cattoliche, sostiene invece che il Figlio fu generato e non creato dal Padre, sancendo la consustanzialità e l’uguaglianza tra le tre persone della trinità. Ora, nel solco di questa polemica, l’imperatore Costanzo riunì i vescovi per un concilio a Serdica, dove sorge l’attuale Sofia, nel 343. Qui si ribadì la condanna delle dottrine di Ario e si affermò che il Figlio, come il Padre, non ha archè, non ha principio e fondamento, a motivo che «non avrebbe potuto esistere assolutamente, se avesse avuto archè, poiché il logos che esiste assolutamente non ha archè». Per concludere così che il Figlio «assolutamente, anarchicamente [anarchos] e infinitamente regna insieme col Padre». Commentando tutto questo, Giorgio Agamben chiosa: «Se non si intende questa originaria vocazione “anarchica” della cristologia, non è possibile comprendere né il successivo sviluppo storico della teologia cristiana, con la sua latente tendenza ateologica, né la storia della filosofia occidentale, con la sua cesura etica fra ontologia e prassi» (G. Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pag. 74).

Si capisce bene, adesso, come lo snodo anarchico della cultura occidentale sia tutto inscritto in questo passaggio teologico dalle conseguenze certo inimmaginabili per i vescovi del quarto secolo. V’è come un travalicare della potenza evangelica rispetto agli stretti ingegni delle gerarchie ecclesiastiche di ogni tempo. La cristallina fluidità dei vangeli sfugge sempre alle pur strette maglie della rete istituzionale e, non appena si cerca di fissarla in catechismi e dottrine, sfugge di mano, come quando si cerca di trattenere l’acqua in un pugno.

Il libro di Di Grado si muove con levità su questi argomenti, prediligendo in larga parte la critica letteraria da cui fanno capolino personaggi e autori intrisi di anarchia e pertanto, consapevolmente o meno, dichiaratamente o meno, seguaci del Cristo, o comunque figure che possiamo a ben diritto far rientrare nell’accogliente categoria cristologica. Su tutti, il mio gusto personale mi fa preferire il siciliano Giuseppe Lanza del Vasto, che se ne partì per l’India a incontrare Gandhi, e se ne tornò poi in Francia, amico di Simone Weil e apostolo della non violenza. Fu anche romanziere, autore di quel Giuda partorito prima del suo pellegrinaggio indiano, dove il traditore per eccellenza viene presentato in maniera inedita, umanissima, ambigua, tanto che Di Grado, tenendo presente il rapporto pressoché speculare tra Giuda e Gesù, così chiude il capitolo dedicato a Lanza: «Nella Conoscenza Originale, nell’unità anteriore degli opposti, forse Giuda e Gesù potevano ancora tendersi la mano. E specchiarsi, l’uno nel destino dell’altro. E chissà che non lo fecero già quando l’uno baciò l’altro, che a sua volta lo chiamò “amico”. E chissà che nelle sacre acque del Giordano o del Gange, da cui germogliarono le icone e le narrazioni che in forma d’arte o di fede li assistono, non possano specchiarsi, riconoscendosi l’uno nell’immagine dell’altro, l’uomo occidentale in preda ai suoi astratti furori, radicati nella storia e vibranti nell’anima, e il figlio d’un Oriente numinoso e metastorico, vorticante nella sublime irrequietudine del suo dio inafferrabile e multanime» (pag. 112).

Di questo libro, come di tanti bei libri, ho apprezzato particolarmente l’inizio e la fine, anzi, ciò che viene dopo la fine, ossia l’appendice, dove il rapporto tra anarchia e letteratura (l’anarchia come romanzo del titolo, appunto) viene chiarito all’insegna del paradosso, perché, vi si dice, «solo la letteratura sopporta ed egualmente ama tutte le fedi, i paradossi, le antinomie di cui l’umano sentire (e le conoscenze e le istituzioni che esso ha generato) non può venire a capo» (pag. 127). È proprio questo il paradosso più grande e inquietante che la letteratura deve sopportare, ossia l’ipotesi che il bene e il male siano una cosa sola, che Gesù e Giuda siano speculari e si sovrappongano, che l’uno senza l’altro non possano esistere.

Non è un caso – e qui torniamo al primo saggio che compone questo libro, il più denso e lungo – che il Gesù presentatoci da Di Grado sia per forza di cose lontano dall’immagine patinata ed edulcorata presentataci dal cattolicesimo o da altri cristianesimi ufficiali. Il Cristo di questo libro è letterario nella misura che abbiamo visto, ma soprattutto è letterale rispetto ai vangeli che, con una prospettiva che faccio mia, si suggerisce debbano essere presi alla lettera. Certo, non si mette in discussione la divinità diretta o indiretta che sia di Gesù, che Di Grado ci invita ad accettare anche come esorcista e taumaturgo, cosa che invece il mio ateismo rifiuta totalmente. Ma l’importante non è questo, almeno dal mio punto di vista. Ciò che mi importa è essere in completo accordo con una visione che ci presenta Gesù come la «figura più politicamente scorretta, più scandalosamente ‘inattuale’ [...]. Sceglie d’accompagnarsi ai peggiori – terroristi o collaborazionisti, indemoniati e peccatrici, pària ottusi e traditori – e irride al legalismo degli scribi di ieri e di oggi e alle norme della sua e d’ogni chiesa, della sua e d’ogni ‘società civile’. E coi demoni parla, tratta alla pari; coi potenti tace, sprezzante o disilluso» (pag. 17).

Il Cristo che così ci viene presentato è, per dirlo in una parola, un ribelle. E qui allora ripropongo di rincalzo la mia interpretazione dell’anarchia come connotazione esclusiva del Figlio. Solo un figlio, infatti, può ribellarsi. A cosa dovrebbe mai ribellarsi un padre?
Prima di trarre alcune possibili conclusioni su cui mi piacerebbe discutere e confrontarci, riporto ancora delle righe di Di Grado, che mi paiono molto indicative della condizione del Cristo e della conclusione della sua paradigmatica vicenda anarchica: Gesù fu «ribelle al Padre e al suo silenzio nell’ultima disperata invocazione. E poi? E poi Marco conclude il suo vangelo nel modo più sconcertante: con una tomba vuota» (pag. 20).

E ora le mie conclusioni inevitabilmente peregrine e anarchicamente sconclusionate:

  • l’anarchia è l’onnipotenza del figlio, l’impotenza del padre;
  • figliare è il primo atto istituzionale;
  • figliare è un atto di rinuncia all’anarchia;
  • Rousseau, ambiguo come sempre, pur di non rinunciare alla propria anarchia, mise al mondo cinque figli e non ne riconobbe nemmanco uno;
  • figliare non è fondamentale;
  • il padre vorrebbe fondare e affondare il figlio;
  • l’anarchico è un figlio senza fondamento;
  • figliare è mettere al mondo la morte;
  • un padre riempie la cappella di famiglia, un figlio lascia una tomba vuota.

Settantuno libri sotto i piedi

Forse chi legge è solo stanco di sentire ancora parole; preferisce vederle. Credo di intrattenere con le parole lo stesso rapporto che vorrei con gli essere umani, soprattutto se di sesso femminile: non sentirli, ma vederli e basta, possibilmente – se piacevoli – nudi e crudi.

Se per ogni libro che ho letto conoscessi così una persona, sarei un profondo conoscitore di uomini. E se poi ne avessi spogliati quanti ne ho sfogliati, potrei dire a mio fratello di tenermi un catalogo, come Leporello.

Ma il fratello Leporello mi sa che dovrà accontentarsi d’essere il malcapitato bastone della mia vecchiaia. Perché dei libri che leggo sento il peso addosso. E chissà – ma favoleggio – se gli animali sono leggeri perché non hanno mai letto una riga. E noi lettori, invece, tanto più curvi e ingibboniti quanti più libri leggiamo. Un famoso passo proustiano immagina che gli uomini siano «appollaiati su viventi trampoli che aumentano senza sosta sino a diventare, a volte, più alti di campanili, sino a rendere difficili e perigliosi i loro passi, e da cui improvvisamente precipitano». A questi trampoli io sostituisco i libri, che dapprima sembrano più stabili e saldi, ma che già a parità d’altezza, si mostrano più vacillanti dei semplici trampoli del tempo. Le letture non solo mi crescono a gobba; pure mi si accumulano sotto i piedi. Per non parlare delle cose che imparo a memoria: quelle sono proprio come il fango che mi s’incolla sotto le scarpe. Come con le scarpe nelle pozzanghere per pulirle, ho voglia a sguazzare nell’alcol, per dimenticare: le mie scarpe hanno sempre più fango, il mio passo è sempre più pesante.

Quest’anno mi sono messo sotto i piedi settantuno libri. Di seguito alcuni tra i più belli.

  • C. Pavese, Dialoghi con Leucò. È un libro che non analizza i miti, bensì ce ne rende l’essenza, l’atmosfera; di più, li ricrea. I brevi dialoghi di cui si compone ci rendono un Pavese per certi versi insospettabile, se si sono letti solo romanzi e poesie. L’intensità di questo libro è stupefacente; lo stile è elegante, perché come ogni eleganza presuppone la conoscenza, anche e soprattutto del lettore. Su tutti, spicca la terribile prospettiva di Orfeo, reo confesso di aver lasciato volutamente che Euridice si perdesse per sempre negli inferi. Chi vi discende, si porterà per sempre dietro quel freddo di morte, pure se risuscitato. I dialoghi sono brevi, ma in essi Pavese addensa le fitte nubi del tempo, spiega il segreto stropicciato del divenire, alimenta l’amore più nascosto e bruciante.
  • R. Kipling, Il libro della giungla. Forse ancor più che con altri libri, con questo – in particolare con le storie di Mowgli – ho un legame affettivo molto forte. Kipling conosce le corde più riposte dell’animo umano e sa come farle vibrare. Il dolce richiamo della natura (ovviamente illusorio e idealizzato) può realizzarsi solamente in chiave mitica; per questo il Libro della giungla crea una nuova mitologia, ossia inventa un nuovo linguaggio. Mowgli, il ragazzo lupo, sa leggere il libro del mondo: «La giungla ha molte lingue e io le conosco tutte». Può farlo perché è l’incarnazione del mito primordiale, la voce che risuona in noi e che ci chiama all’avventura, all’istinto, all’innocente, malvagia, eternamente giusta animalità che la nostra coscienza ha così tanto inquinato.
  • G.W.F. Hegel, Scienza della logica. Più che un libro, il procedere della filosofia nell’atto stesso del suo farsi, ossia la conoscenza che si mostra attuandosi, realizzandosi nell’atto stesso del conoscere. In generale, è un libro meno difficile della Fenomenologia dello Spirito, eppure è più sfaccettato e complesso. La logica, se ha un senso, può averlo solo in senso hegeliano: come sapere che nel suo farsi non è puramente formale, ma che è mediazione del contenuto immediato, ossia è immediatamente la mediazione di ciò che è conosciuto. Se con la Fenomenologia lo Spirito si mostra nel suo processo di incarnazione “storica”, qui lo Spirito si dispiega quasi senza tempo, ma come consequenzialità spaziale e assoluta, ossia, appunto come scienza assoluta dell’eternità atemporale dei processi logici.
  • G. Bufalino, Argo il cieco. Romanzo della malinconia, del ricordo della gioventù già un po’ appassita (un sessantenne che ricorda quando di anni ne aveva la metà), avventure di paese, rapimenti (fuitine), ragazze che sanno di torta, passioni nascoste e rivelate troppo tardi. Il tutto narrato in uno stile funambolico, prezioso, delizioso. Leggere Bufalino e altri (Tomasi di Lampedusa, Ripellino, Sgalambro, anche Rabito, perché no…) mi ha fatto convincere che i migliori prosatori italiani dal dopoguerra a oggi sono i siciliani. E chiudo così, con le ultime, melanconiche righe di questo piccolo capolavoro di esistenza e di stile, sentendone tutto il sapore in bocca e la passione nei giorni: «Tu, poca, misteriosa vita, che posso dire di te? Se m’hai sempre esibito quest’aria di bambolina truccata; se non hai fatto mai nulla per persuadermi d’essere vera… Odiabile, amabile vita! Crudele, misericordiosa. Che cammini, cammini. E sei ora fra le mie mani: una spada, un’arancia, una rosa. Ci sei, non ci sei più: una nube, un vento, un profumo…
    Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare».