Gli immigrati e il fuoco
ovvero: e se fossero ebrei?

Cerco di occuparmi quanto meno possibile delle questioni paesane. Non per snobismo; un po’ per mancanza di tempo, ma soprattutto per non incrinare ancor più la mia già precaria salute mentale. Insomma, a stare appresso a certe cose, c’è da uscirne pazzi. Riesco a capire Hegel, ma non capisco certa gente.

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Eppure sembra che i miei compaesani, come bambini capricciosetti, facciano sempre di tutto per attirare l’attenzione.

Nella notte tra lunedì e martedì qualcuno ha pensato bene di appiccare il fuoco a un edificio che dovrebbe diventare un centro di accoglienza per un centinaio di immigrati. E dovreste vedere la mobilitazione contro la creazione di questo centro: pare che tutte le forze politiche si trovino d’accordo. Addirittura, il PD siede a raccogliere firme assieme a un movimento civico di dubbio orientamento politico (destra o sinistra? Si dice che nelle faccende paesane questo non conti, soprattutto per le liste civiche; ma la questione degli immigrati implica anche una definizione di destra e sinistra che travalica il paese).

Ora, andiamo con ordine. Non ho ricordo di una mobilitazione del genere a Regalbuto; né quando abbiamo discusso sull’acqua pubblica o lanciato altri referendum; né per questioni legate a licenziamenti e sospetti sfruttamenti legati a una fabbrica che c’è qui; né per altro, per esempio quando negli anni passati vi sono stati episodi di violenza, liti, omicidi. D’un tratto, i miei paesani sono diventati tutti attivisti e militanti.

La motivazione ufficiale della petizione popolare contraria alla creazione del centro di accoglienza è che non vi sono condizioni igienico-sanitarie tali da garantire una permanenza dignitosa, che l’ordine pubblico ne risentirebbe data la carenza di forze dell’ordine e che i migranti sono diventati solo oggetto di “business”.

Ora, sembrerebbero tutti motivi nobilissimi, che effettivamente mal si sposano con l’atto vandalico dell’incendio alla struttura.

Eppure, non sono del tutto sicuro che, per certi versi, la facciata dei motivi umanitari non nasconda in realtà un razzismo strisciante. Non c’è mai stata nessuna petizione popolare per aiutare i poveri compaesani che versano ogni giorno in condizioni di miseria, nella precarietà assoluta dei servizi igienico-sanitari. E vorrei capire in tutta onestà quanti sono coloro i quali hanno firmato la petizione realmente per spirito umanitario.

Senza contare poi che inserire tra le motivazioni la carenza di forze dell’ordine significa partire dal pregiudizio che gli immigrati potrebbero causare problemi di ordine pubblico.

La motivazione più ridicola, tuttavia, è quella che fa riferimento al business: se si parla con la gente, infatti, si nota che una delle cose che si lamenta maggiormente è che questi immigrati ricevono un sacco di soldi; però poi si dice che invece sono un modo per far fare soldi agli italiani che ne approfittano. Oh, insomma, decidetevi! Ci sottraggono soldi o fanno arricchire alcuni di noi?

Si dice ancora che non si è razzisti; ma poi mi sento dire che anche se sembrano brave persone e probabilmente lo sono, fanno “impressione” lo stesso. O non è forse questo il razzismo, ossia che qualcuno ci faccia “impressione”, nonostante sembri una brava persona, solo perché ha un diverso colore della pelle?

L’altro giorno sono andato in biblioteca e nel cortile ho visto alcuni di questi immigrati assieme a dei bambini regalbutesi. Raccapricciante: giocavano a pallone.

Io non capirò mai una cosa: noi, quando andiamo in Africa o in qualche altro posto, in forma di missionari, in realtà distruggiamo la loro cultura, ammantandoci di nobili scopi, ed esportiamo l’Occidente, soprattutto in ambito religioso; però la consideriamo una cosa buona. Loro vengono qui sferzati dal bisogno e ci sembrano brutti, sporchi e cattivi, perché non solo vengono accolti, ma pure reclamano i loro diritti e quasi pretendono di mantenere almeno un poco i loro usi e costumi. È un’indecenza, nevvero? Come bestie, dovrebbero stare!

Ciò che non ho capito (ma non lo capisco da anni e non lo capirò mai) è il comportamento del PD, ossia perché si sia prestato a questo giochetto. Quando facevamo le raccolte firme per referendum vari e acqua pubblica, il loro atteggiamento è stato ambiguo e spesso si sono defilati. Ora, io non ho firmato questa petizione, ma potrei anche essere d’accordo su alcuni punti. Il fatto è che, politicamente parlando, il PD avrebbe dovuto presentarla da solo, semmai, questa petizione, non assieme a un movimento civico di cui alcuni membri, anche se non ufficialmente, sono da sempre contrari alla presenza di immigrati nel nostro paese (e anche Paese) e che, a dirla francamente anche se si arrabbieranno, nonostante alcuni di loro li consideri miei amici, mi sembra che utilizzino le questioni umanitarie e sanitarie come una facciata.

Il risultato qual è? Che si è creato uno scudo politico e sociale al riparo del quale l’intolleranza e un razzismo “morbido” possono agire sotterraneamente.

(Sia ben chiaro, sono ben lungi dall’affermare che qualcuno sia il “mandante morale” o il “sobillatore” degli atti vandalici. Non esistono mandanti morali. Chi compie atti vandalici di questo tipo è un delinquente e basta.)

Ora, il sindaco Francesco Bivona ha criticato il fatto che si affidi la gestione dell’affluenza degli immigrati ai privati, buscandosi una risposta secca del prefetto. Io sono completamente d’accordo con Francesco; è una questione che andrebbe gestita dagli enti pubblici, quantomeno per evitare le speculazioni. E tuttavia, un tale affidamento ai privati non è che il figlio della temperie economico-politica che anche l’attuale sindaco di Regalbuto sposa in pieno, ossia il liberalismo capitalista degli ultimi anni, il demandare tutto ai privati, dall’acqua, ai cinema, agli impianti sportivi e così via.

Infine, chiudo con un esempio esagerato, ma che mostra come in filigrana cos’è che stiamo facendo in realtà. È noto che durante il regime nazista alcuni tedeschi nascondevano dove potevano (appartamenti vuoti, solai, cantine…) quei cattivoni degli ebrei, salvando loro la pelle e mettendo a rischio la propria e quella dei propri cari. Ora, noi in cosa siamo diversi, invece, da quegli altri tedeschi che non volevano saperne e lasciavano deportare e morire tanta altra gente? In fondo, è come se stessimo distogliendo lo sguardo, come se questa gente che rischia di morire (quasi come gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali sotto il nazismo) venisse a chiederci di salvarla e noi ci girassimo dall’altra parte.

Perché, in fondo, può pensarci anche qualcun altro: gli altri paesi, le altre regioni, l’Europa… Nel frattempo, però, questi ci muoiono.

Un chiarimento sulla questione dei rifugiati

Il post precedente sui rifugiati a Regalbuto mi ha attirato molte critiche, alcune comprensibili, altre no; ovviamente c’era da aspettarselo. Altri – a ben vedere collocabili in una categoria politica ben definita – mi hanno espresso consensi, quando non mi hanno manifestato addirittura entusiasmo; e questo non me l’aspettavo.

Tenterò dunque un chiarimento pasoliniano del mio punto di vista. “Pasoliniano” nel senso che spero di essere chiaro e preciso; ma soprattutto perché di sicuro mi collocherà di nuovo in una posizione di isolamento.

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La prima e meno importante precisazione è che di certo non volevo lusingare gli amministratori regalbutesi. Ho detto che “da un certo punto di vista” – sebbene ai miei occhi sia quello decisivo – essi stanno gestendo la faccenda in maniera esemplare, perché stanno dando il buon esempio circa l’accoglienza e il coraggio nel volere ospitare i rifugiati. Per proporre un raffronto in termini estremisti, dubito che un’amministrazione leghista si sarebbe comportata allo stesso modo. Per il resto, tuttavia, anche se devo ammettere che per quanto riguarda gli eventi culturali mi ci trovo bene a collaborare, la distanza politica che mi separa da loro mi pare incolmabile (e ogni volta mi sento in dovere di dichiarare i buoni rapporti personali che ho con sindaco e giunta). Per dirne una, ho sempre rifiutato la visione “privatistica” dello sviluppo culturale, sociale, ricreativo, economico; visione che invece questa amministrazione fa propria, affidando a privati strutture e beni pubblici. Del resto, tale fenomeno non è peculiare dei nostri amministratori locali, ma è il riflesso in piccolo dell’ideologia occidentale imperante. Come sono distante pure dalla politica dei riflettori e dalla costante presenza alle cerimonie e manifestazioni cattoliche, comprese le giornate dedicate alla “vita”, ossia alla battaglia contro l’aborto e l’eutanasia. (A proposito, perché mai la religione cattolica gode di un tale privilegio?)

La seconda e capitale precisazione deriva da una serie di critiche che molti mi hanno rivolto in privato sotto varie forme. In tanti mi hanno suggerito di leggere le delibere di giunta e gli altri documenti che riguardano tecnicamente e burocraticamente la faccenda, perché solo in questo modo potrei capire come stanno le cose. Ora, innanzi tutto non si capisce perché mi dicano queste cose quasi all’orecchio e invece non le sbandierino ai quattro venti, se sono convinti che ci sia qualcosa di poco trasparente. In secondo luogo, io avevo già detto che sorvolavo volutamente sulla questione burocratica e amministrativa. Insomma, come vuole il luogo comune, io indicavo la luna e in tanti hanno guardato il dito.

In realtà ho letto le deliberazioni. Ma allora perché ho sorvolato e sorvolo volutamente sulle questioni più tecniche? In primo luogo perché le questioni tecniche non devono servirci da alibi o da nascondiglio per non affrontare l’urgenza di offrire ospitalità a chi ne ha bisogno. Non si può dire: “Dato che la cosa è poco trasparente [ammesso che si abbiano tali prove], allora tutto deve essere fermato e nessuno deve essere accolto”. In secondo luogo – e spero di riuscire a dirlo senza presunzione o senza suscitare antipatia – perché io sono un intellettuale. Cosa significa? Non è una questione di valore; non significa che se io sono un “intellettuale” valgo di più di chi non lo è. Significa semplicemente che mi occupo di cose diverse, ossia, come in questo caso, delle questioni di fondo, delle questioni ultime. Se mi occupassi nel dettaglio di ogni deliberazione comunale, allora sarei un politico (probabilmente dell’opposizione: come gli atei leggono la Bibbia più dei credenti, così le opposizioni spulciano le delibere più delle maggioranze). Il mio sguardo di intellettuale deve per forza di cose guardare oltre quelle prassi quotidiane dell’amministrazione locale che gli appaiono come mali necessari, magagne paesane, micragna. E deve guardare oltre le liti condominiali di un paesino di ottomila abitanti o di uno stato di circa sessanta milioni di persone com’è l’Italia. Se ci perdiamo nelle pur giuste e legittime discussioni amministrative, soprattutto se le usiamo come alibi, ci trasformiamo in benestanti che litigano in maniera vergognosa per spartirsi delle poche briciole e che accampano scuse di ogni tipo per non accogliere chi non ha nemmeno un tozzo di pane.

Sui rifugiati a Regalbuto

Regalbuto accoglierà venticinque rifugiati politici. Trovo che sia tra le notizie migliori degli ultimi anni. Non è un mistero che l’attuale amministrazione comunale non gode delle mie simpatie politiche (a dispetto dell’amicizia che mi lega ad alcuni tra i suoi membri); tuttavia in questo caso bisogna riconoscere che da un certo punto di vista il sindaco e la giunta stiano gestendo la faccenda in maniera esemplare, per un motivo che non ha che fare con la politica in senso spicciolo, ma che riveste un’importanza capitale. Non sono addentro alla questione da un punto di vista burocratico: in questo campo (anche se, ripeto, non ne so niente) magari qualcuno potrebbe appuntare delle critiche; ma al di là di queste prassi noiose, di cui ho smesso di occuparmi, l’amministrazione sta adempiendo in questo caso al principale dei suoi compiti: sta dando il buon esempio. (A tal proposito, basti leggere la lettera del vice sindaco Angelo Plumari.)

Mi rincresce non poter dire lo stesso di buona parte dei miei compaesani. Per strada e sulle reti sociali ne ho sentite dire di tutti i colori, a partire dal numero dei rifugiati: ora si esagerava sostenendo che fossero 200, poi scesi a 120 (quanto la briscola, come si dice), ieri poi diminuiti ancora a 70. I numeri spaventano, si sa; l’affare muta in un rapporto di forza, ossia si mostra come una questione di paura: più sono, più spaventano.

Una persona insospettabile, da sempre di sinistra, sosteneva che si dovessero alloggiare questi individui in un luogo lontano dal paese, magari in una casa vicino al lago. Certo – ho risposto ironicamente – e poi circondiamo la casa col filo spinato e ogni tanto facciamo sentire un discorso del Führer.

Ora, al di là dell’antipatico aneddoto, se persino una persona che reputo intelligente e che stimo è sopraffatta da questi impulsi, immagino a stento cosa si agiti nell’animo di certi miei compaesani. Su Facebook spuntano come funghi le bizzeffe di commenti stolidi che tirano in ballo lavoro e danari, egoismi e fobie, nel timore di un crescendo di delinquenza e violenze.

Perché dobbiamo pagare noi per loro? Non c’è altra risposta che questa: perché noi possiamo. E se si pensa che si debbano prima aiutare gli italiani, ciò sottende un ragionamento razzistico: gli italiani valgono di più degli stranieri. In fondo, i discorsi di questo tipo sono permeati dal pensiero che esistano esseri umani di prima categoria e baciati dalla fortuna, ed esseri umani di seconda, terza, quarta categoria, che non solo hanno la sfortuna di essere in difficoltà, ma si devono pure sentire dire che debbono restarci.

C’è sempre una scusa per non accogliere gli immigrati: l’Italia non è ricca, vadano altrove; non ce la facciamo nemmeno per noi stessi, figurarsi se li possiamo aiutare; l’Europa ci deve aiutare (che tradotto significa: noi li facciamo sbarcare, ma poi pigliateveli voi); ci rubano il lavoro; sono sporchi, brutti e cattivi; e così via con la sequela di luoghi comuni.

Uno dei ragionamenti che mi stupisce maggiormente è quello di chi sostiene che gli immigrati (clandestini o meno) trovano lavoro più facilmente perché sono pronti a sgobbare per tutto il giorno in cambio di una paga misera, mentre gli italiani non sarebbero più disposti a questi sacrifici. Questo ragionamento da una parte provvede a una legittimazione dello sfruttamento; dall’altra considera un po’ giusto, in fondo, che a farsi sfruttare siano “loro” e non “noi”. Anziché chiedere uguali garanzie per tutti, da un lato si rimpiange che i giovani italiani non abbiano più la santa pazienza di farsi sfruttare; dall’altro lato, chi sono questi immigrati che vengono da noi e per giunta pretendono i nostri stessi diritti? Ma è vero, dimentico che i diritti “umani” li abbiamo inventati noi occidentali, quindi possiamo concederli o negarli a nostro piacimento.

Ancora, si dice che gli immigrati o i rifugiati spesso mentono, si inventano storie commoventi per ottenere un’accoglienza benevola. Non so se sia vero, probabilmente qualcuno lo avrà anche fatto. Ma sarebbe un buon motivo per non accoglierli più? Come dire, dato che un banchiere ruba o ha rubato, allora nessuno metta più i soldi in banca. Bisogna distinguere tra la giustezza di un principio (in questo caso l’accoglienza di individui in difficoltà) e coloro che cercano di approfittarne. In ogni caso, se anche mentono per mettersi in salvo, io sinceramente non mi sento di condannarli. Meglio mentire per salvare la pelle che per truffare o rapinare voi contribuenti, non credete? A volte si ha la sensazione che basta essere un bianco in giacca e cravatta, e tutto diviene lecito. Ma che gli immigrati non si azzardino a chiedere un tozzo di pane, per strada, nei semafori o – come nel nostro caso – attraverso le vie istituzionali!

Venticinque rifugiati, che scappano da guerra e miseria, da violenze e stragi, da fame e ingiustizia; con quale faccia possiamo negare loro l’ospitalità? Scommetto che se fossero altri italiani o dei francesi o dei tedeschi non ci faremmo tutti questi problemi. Però non siamo razzisti, vero?

La dignità non si misura solo nella sopportazione delle sciagure che ci colpiscono; si mostra anche nel trattamento che riserviamo a chi si trova in una condizione di svantaggio e debolezza, che sia passeggera o meno. Per una volta sta accadendo qualcosa di dignitoso, addirittura con l’appoggio della politica. Si chiacchiera spesso e a vanvera di indignazione; di dignità non parla quasi più nessuno. Ora abbiamo l’opportunità di conservare e accrescere quella dignità che ci resta, come singoli e come paese.