Deus absconditus

ichnia gar metapisthe podon ede knemaon

Non degne di un poeta. Sulla poesia contemporanea

Non è degno di un poeta, non è degno del cestino. Io non l’ho cestinato per non sporcare il cestino. Cos’è quella? Poesia? Ma siamo pazzi davvero?

Così Carmelo Bene rimbrottava Giovanni Raboni a proposito della raccolta di quest’ultimo Canzonette mortali. Tali o simili improperi mi affioravano alla labbra leggendo la quasi totalità dei più di quaranta (40!) scrittori di versi antologizzati in E. Testa (a cura di), Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, Einaudi, Torino 2005. La raccolta antologica privilegia programmaticamente i componimenti che hanno abbandonato i caratteri tipici del lirismo: l’io poetico che si raffronta con l’altro da sé e descrive i propri sentimenti, la propria interiorità e soggettività; il linguaggio poetico, aulico e distante dal parlato e dall’italiano medio; quindi le forme e gli stilemi della tradizione.
A lungo, nei secoli addietro, si è discusso se si possa fare poesia su qualunque argomento, ossia se esistano soggetti più poetici rispetto ad altri. Com’è noto, grandi poeti quali Alfieri e Leopardi sostenevano che alcuni temi o soggetti sono più poetici rispetto ad altri; per contro, Montale ribatte con dei quotidiani limoni alle digitali purpuree o ai vischi e gelsomini notturni pascoliani. Senza addentrarci troppo nel merito della questione, possiamo distinguere la poeticità dell’argomento dalla sua resa poetica. Ovviamente lo stesso soggetto può scadere nel sentimentalismo spicciolo o trovarsi nella più eccelsa poesia. ‘Una bella fanciulla morta’, per dirla con Poe, può sapere di stantio e ammuffito oppure può dare luogo a capolavori diversi tra loro come innumerevoli racconti o qualche poesia di Poe ovvero a La fuggitiva di Proust.
Ciò che schifa dell’antologia poetica di cui parliamo è costatare come certi verseggiatori mancano sia del gusto poetico nella scelta del soggetto, sia della resa poetica di ciò che intendono versificare. Giovanni Raboni, il bersaglio dell’ultimo grande poeta che abbiamo avuto e che non è antologizzato (avrebbe detto: “Per fortuna!”), è presente con 9 componimenti. Riporto quello che, a mio modesto avviso, è il migliore tra questi (si trova a pag. 211):

Amen

Quando sei morta stavamo
in una casa vecchia. L’ascensore non c’era. C’era spazio
da vendere per pianerottoli e scale.
Dunque non t’è toccato di passare
di spalla in spalla per angoli e fessure,
d’essere calcolata a spanne, raddrizzata
nel senso degli stipiti. Sparire
era più lento e facile quanto tu sei sparita.
Parecchie volte, dopo, mi è sembrata
una bella fortuna.
Eppure, se ci pensi, in poche cose
c’è meno dignità che nella morte,
meno bellezza. Scendi a pianterreno
come ti pare, porta o tubo, infìlati
dove capita, scatola di scarpe
o cassa d’imballaggio, orizzontale
o verticale, sola o in compagnia,
liberaci dall’estetica e così sia.

Persino in questo componimento si vede il vizio raboniano dell’enjambement facile, della cantabilità domestica, della neutralizzazione della forza sconvolgente di certi aspetti del mondo. Si vuole neutralizzare la morte, ritmicamente ancor prima che concettualmente. Fino all’ottavo verso (‘era più lento e facile quando tu sei sparita’), la poesia è apprezzabile, quasi bella. Fino al penultimo invece sembra di ascoltare mozziconi di buon senso: “Eppure, se ci pensi, in poche cose | c’è meno dignità che nella morte, | meno bellezza”; versi da rivista femminile, di quelle che si trovano dal parrucchiere.
A proposito di femminilità, andiamo alla moglie del signor Raboni: Patrizia Valduga, presente con 8 pezzi (o pezze), degna compagna di cotanto poeta. Qui giungiamo a una femminilità che in un malsano sogno di emancipazione raggiunge risultati grotteschi, involutamente comici (pag. 348):

“Bada a non farmi far troppa fatica,
piccola morta, non lo sai? dovrai
aprirmi come un fiore la tua fica!”

“Tanto pallore io non vidi mai:
ho quel che serve a farla rinsanguare!”
A mio supremo disgusto, “No! Guai!”,

la parte che non voglio nominare

lui mi premeva in bocca con amore
e tutta me la dava da mangiare.

Sembra di trovarsi di fronte a una parodia dantesca scritta nei bagni delle scuole medie.
Per non dire del bravuccio, diligente Giovanni Giudici; sembra uno scolaretto uscito dal libro Cuore. Ci racconta del papà che era un gran personaggio, indebitato, beone; e lui nelle povere vesti del bambino buono che ha dovuto sopportare e compatire il paparino. Insomma, più poetico il padre di lui.
Bastino questi tre a dare il tono, a far capire il tenore della raccolta; la maggior parte degli altri sono pure peggio. A rischiarare questa selva ridicola di poetastri, poche eccezioni. Di Angelo Maria Ripellino ci sono tre poesie; due tra le più brutte del siciliano, l’altra una delle più belle. Ma solo tre. Di Dario Bellezza 5; è andata un po’ meglio. A mio modestissimo parere, questi due assieme ad altrettanti risollevano un po’ l’immagine della poesia italiana che ci viene presentata. Gli altri due sono: il primo Andrea Zanzotto (8 poesie; questo brano a pag. 104):

Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.

L’altro è Edoardo Sanguineti (7 poesie), autore di una delle opere più importanti della poesia di fine Novecento, il Novissimum Testamentum (di cui riporto qualche brano tratto da pag. 185 e 187):

nell’anno novecento e ottanta e due,
sul principio del mese di novembre,
gabbati i santi, e gabbati anche i morti;
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,

pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinunzio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per un’ora, con me, vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perchè tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:

[...]

qui mi è alla fine il mio inchiostro, signori,
e qui si va spegnendo la mia voce:
così la taglio, la mia tiritera,
che, in ogni caso, già s’è fatta sera:
altro, per oggi, né dico né scrivo:
lascito magro avete rimediato,
ma magro è l’uomo che l’ha rilasciato:
congedo prendo, più morto che vivo:

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Posted 1 week, 3 days ago at 20:33.

20 commenti

Massimamente maestro

Nell’aforismo 63 di Al di là del bene e del male Nietzsche afferma: «Chi è fondamentalmente un maestro prende sul serio ogni cosa soltanto in relazione ai suoi scolari – persino se stesso» (tra. it. di F. Masini). La sventura, tuttavia, sferza colpi tali che sono più gravi a chi più s’abbandona. I miei amici hanno scritto sull’argomento più lesti e meglio di me e di quanto sono capace. L’oggetto della discussione è la professionalità accademica di un certo docente che fonda gruppi di dubbio gusto su Facebook. A tal proposito m’era stato suggerito di scrivere un post simile al precedente, una sorta di Dello schifo – parte seconda; ma valga anche in questo caso quanto ho scritto a conclusione la volta scorsa.
Evidentemente, sulla scorta della citazione Nietzscheana, salta subito all’occhio (e quindi al pensiero) che quel professore non è fondamentalmente un maestro; magari lo è solo in modo accidentale. Ciò che mi inquieta di più è leggere alcuni commenti ai post che ho linkato. Sono commenti turbanti, che lasciano sgomenti; alcuni rassegnati, altri, peggio ancora, incapaci di vedere il nocciolo della questione; questa cecità va di pari passo con l’assoluta mancanza di indignazione. Lo svilimento della professione di insegnante è tutt’uno con la ridicolizzazione dello studente. La mancanza di indignazione è la perdita totale della dignità; lo studente non è più degno della sua condizione.
Ci fosse questa dignità, lo studente pretenderebbe in modo assoluto che il professore si prendesse sul serio, quanto meno in tutto ciò che ha a che fare con l’immagine professorale; mi permetto di aggiungere che in ambito filosofico ‘tutto ciò che ha a che fare con l’immagine professorale’ lascia poco spazio libero dalla presenza ingombrante del pensiero, cosiccome poco adito alla distinzione tra pubblico e privato. Ma pure a voler rimanere nelle ristrettezze della pubblicità, non vi è atto che non abbia una relazione diretta col pensiero:

Il vero essere dell’uomo è piuttosto l’atto da lui compiuto; in esso l’individualità è effettiva, ed è a lei che spetta levare entrambi i lati di ciò che si presume costituire l’intenzione. [...] L’essere umano nella sua individualità è proprio quel che tale atto è; nella semplicità di questo essere, egli è, per altri esseri umani, un’essenza universale essente, e cessa di essere un’essenza dall’intenzionalità soltanto presunta. (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, trad. it. di G. Garelli, Einaudi, Torino 2008, pag. 217)

In questi atti vedo sostanzializzarsi l’intenzionalità che presumevo. Il talento e la disposizione sono stati messi a frutto. I miei colleghi studenti non hanno che da dignitosamente raccogliere questo frutto e decidere se mangiarlo o usarlo come concime.

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Posted 2 weeks, 4 days ago at 11:30.

15 commenti

Dello schifo

Avrei voluto scrivere un post su Hans Rott (non vi dico chi è; prendetevi la briga di cercare). Tuttavia lo schifo esercita su di me un’attrazione irresistibile. Il suono di questa parola, ’schifo’, rende perfettamente il concetto che vuole esprimere: ’schi’, come se si stesse raccogliendo la saliva in bocca; ‘fo’, come se si emettesse un alito maleodorante.
‘Schifo’, a mio modo di vedere, è solo un’altra parola per dire ‘realtà’. Con intento polemico, e perciò totalmente antispinoziano, affermo: per realitatem et rem foedam idem intelligo. Per quanto ne so, il latino non ha una parola per esprimere esattamente ciò che noi intendiamo con ’schifo’. L’aggettivo foedus indica qualcuno o qualcosa di deforme, orribile, turpe, ignobile, terribile. Lo schifo è l’insieme di tutti questi aggettivi; riguarda i sensi, ha un che di stomachevole, ma include anche uno sdegno morale. Ora, poiché in latino manca una parola precisa, potrebbe nascere il sospetto che i romani non avvertissero lo schifo; potrebbe sembrare che allora il mondo non facesse schifo.
Ovviamente lo schifo è concetto qualitativo: vi sono cose che fanno schifo, cose che lo fanno un po’ di meno e altre ancora che non lo fanno. Sostengo, però, che è la quantità dello schifo a renderlo insopportabile e a portare alla conclusione che la realtà è schifosa. Anticamente, dunque, non è che il mondo non facesse schifo; probabilmente faceva schifo in modo sopportabile perché: 1) c’erano meno persone; 2) lo schifo era meno visibile.
Il terremoto di Haiti ha mostrato, ce ne fosse ancora bisogno, lo schifo naturale a cui talvolta certi individui sono costretti: è quello che si mostra quando viene a mancare qualsiasi tipo di inibizione dovuta al timore dell’autorità, è la guardia privata di un supermercato che spara alla tempia di un saccheggiatore ormai immobilizzato e ne uccide un altro a calci in faccia. Questo è lo schifo sopportabile.
Ciò che rende insopportabile la realtà sono i medici portoricani giunti in soccorso che si fanno fotografare brindando, coi mitra in mano, mentre giocano agli allegri chirurghi con seghe e bisturi; i medici portoricani che pubblicano su Facebook le foto della gitarella ad Haiti.
Rendendo visibile tutto ciò, il social network ha compiuto l’identificazione della realtà con lo schifo.

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Posted 1 month, 2 weeks ago at 20:27.

4 commenti

Un anno con Swinden

Questo blog ha compiuto un anno. Il primo post titolava Da che nasciamo si può solo peggiorare. Tanto è vero che la mia attività di blogger è notevolmente peggiorata, non so più di che scrivere. Forse non è essenzialmente un male. Magari al calare della quantità s’accrescesse la qualità! Qui vengono a mancare e la prima, e soprattutto la seconda. L’anno è andato; sono successe tante cose, ma ne fosse successa una! Ciò che è degno di nota lo troverete nell’apposita pagina.
In buona sostanza, vi sono stati due eventi cruciali; le uniche cose importanti hanno a che fare con il pensiero. Codesto trascorso è stato l’anno del Tristan und Isolde (e lacrime non ve ne posso mostrare, quindi preferisco tacere) e della traduzione di An Enquiry into the Nature and Place of Hell di Tobias Swinden. Magari, se vi interessa (vi interessa? Ditemi), dedicherò il prossimo post alla traduzione, ossia a cosa può servire, cosa si impara, come ci si rompe il sederino e perché è importante. La mia faciloneria mi ha fatto impiegare tutto il 2009 per tradurre quel libro.
Questo con Swinden, tuttavia, è stato un anno di intense anche se non numerosissime letture (eh, la traduzione richiede molto tempo e sottrae tante energie).  Perciò ho pensato bene di spendere qualche parola per consigliarvi i libri che più ho apprezzato negli ultimi dodici mesi per certi versi massacranti. Sono tutti libri che ho letto con vivo piacere e con squadramento di sedere per la tesi.

  • R. Callois, I demoni meridiani: il meriggio è l’ora dei defunti, quando le anime dei morti vagano sulla terra. Allo stesso tempo, il mezzogiorno è l’ora del panico: Pan e le ninfe possono impossessarsi del pastore che si assopisce al sole (o magari si masturba guardando le capre) intorpidendolo, paralizzandolo, portandolo quasi alla morte: l’insolazione. Un libro interessante perché ci fa addentrare nella vita bucolica della grecità, dove demoni, pulsioni, panico e divinità coesistono e si impadroniscono dell’esistenza umana.
  • H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. Dall’Iran mazdeo all’Irna sciita: l’immaginazione è quella facoltà che permette di saldare materia e spirito; l’occidente ha perduto questa facoltà, l’ha definita robaccia da poeti; questo libro è un viaggio nel mundus immaginalis. Per l’uomo, accedere a questo mondo, è rivestirsi di quella che l’autore chiama sofianità, ossia la personificazione della sapienza, il corrispettivo di ciò che la mistica musulmana chiama fatimianità. Leggere le pagine di Corbin è camminare nella Terra Celeste.
  • M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica: un’analisi dei cambiamenti culturali e sociali dovuti alla trasformazione del concetto di verità, dai re di giustizia, poeti e profeti fino alla nascita della filosofia.
  • R. Graves, La Dea bianca. Grammatica storica del mito poetico: quando leggi un libro del genere ti chiedi se è mai possibile che un uomo conosca tutte queste cose e le maneggi con una disinvoltura tale che solo la profondità può consentire. Il mito è radiografato, ma non in maniera scientifica, bensì, a sua volta, in maniera mitica: è un libro mitico. Le tradizione convergono, l’alfabeto è ciò che sostiene la struttura del testo; non un alfabeto particolare, ma l’alfabeto in sé. Il mito e la storia si rivelano due facce della stessa medaglia. Dove c’è scienza, però, non c’è storia.
  • J. Hillman, Il sogno e il mondo infero: un’interpretazione dei sogni a rovescio che rimette sui piedi ciò che era stato messo sulla testa. Il sogno non va interpretato; farlo significa guardarlo da una prospettiva diurna, ossia del regno supero, il regno dei vivi; il sogno, invece, appartiene al mondo notturno, al regno inferno. Ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza che si fa dopo l’esperienza del sogno.
  • P. Kingsley, Reality: forse il libro più importante, perché ciò che dice il titolo è vero: Kingsley scrive la realtà. Non vorrei essere azzardato, ma vi sono passi così stringenti sulla realtà come li ho trovati solo in Spinoza. Aggiungete a questo il fascino delle interpretazioni di Parmenide ed Empedocle; insomma, un libro che va assolutamente letto (è in inglese, eh? :wink: ).
  • E. Zolla, Discesa all’Ade e resurrezione: Zolla ha la capacità di svelare il vero senso dell’esoterismo, senza cedere a facilonerie abbindolatorie; ho capito cos’è la magia, cosa può significare un simbolo e cosa sono la catabasi e l’anastasi leggendo queste pagine; scusate se è poco.

Ovviamente quest’anno ho letto tanti altri libri, più o meno interessanti; ma se ho scelto questi è perché vale davvero la pena di leggerli. Pertanto, se mai aveste qualche dubbio su cosa leggere, spero che questo brevissimo elenco possa in qualche modo aiutarvi.
Da che nasciamo si può solo peggiorare.

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Posted 2 months ago at 13:40.

7 commenti

Ha tentato.

Non mi piace addentrarmi nel fetidume dell’Attuale. In esso si mostra appieno tutta la pochezza e la miseria in cui siamo, sempre e dovunque, immersi. Gesti dappoco, alla portata di tutti, senza alcuna meditazione sul prima e sul poi (forse l’oblio necessario all’azione?), verranno spacciati come eventi storici decisivi. Guardare oltre il quotidiano dà l’illusione della grandezza, del gesto che si stacca dal comune andazzo senza importanza che ha l’ordinario svolgersi del teatrino giornaliero; del gesto che diventa storia. Il clima teso, l’atmosfera dei giorni non è meno che niente. A volte le cose accadano, altre volte no. Un omicidio scatena una guerra mondiale. Era nell’aria, si dice. L’omicidio attuato da un nazionalista può sostenere il peso di milioni e milioni di morti?
Commentando altri post sull’argomento più attuale,  ho detto che gli attentati falliti non portano mai a nulla di buono. Probabilmente è vero. La domanda che mi sorge e che credo più pregnante però è un’altra: l’attentato è sempre da condannare? Vi sono dei casi in cui l’attentato è ammissibile o addirittura necessario?
L’attentato è il tentativo di ledere o uccidere qualcuno in maniera del tutto illegale (non è una precisazione ovvia) in nome di una rivendicazione politica (o religiosa; ma è uguale). La domanda che mi pongo è questa: quando è lecito un attentato? La risposta, ovviamente è: mai. Un attentato è per forza oltre la liceità. Perché l’attentato è sempre contro l’ordine (politico) costituito. E la liceità è stabilita dall’ordine politico; l’ordine politico stabilisce l’ordine delle cose. L’attentato tenta di sconvolgere questo ordine della cose; è oltre la logica di queste cose. Non è illogico; segue una logica diversa. Lo scontro è tra logiche; giammai tra l’illogico e la logica.
Berlusconi segue una logica diversa da quella democratica. La democrazia, a rigor di logica, non contempla la risoluzione violenta dei conflitti. Probabilmente la logica berlusconiana, essendo oltre la democrazia, contempla l’attentato.  Vista così non farebbe una piega: siamo al paradosso per cui in questo caso l’attentato sarebbe lecito, poiché Berlusconi tenta di sottrarsi alle logiche democratiche. Nella sua logica, l’attentato non è fuori luogo.
Concludo dicendo che probabilmente non sarei capace di un’azione del genere. Tuttavia, mi trovo d’accordo con quanto scrisse Jünger:

Facciamo l’ipotesi di una città o di uno Stato in cui sia presente un numero, sia pure esiguo, di uomini veramente liberi. In tal caso la violazione della Costituzione si accompagna a una notevole dose di rischio, suffragando così la teoria della responsabilità collettiva: la possibilità di violare il diritto è direttamente proporzionale alla misura di libertà che intende intaccare. Per fare un esempio, nell’antica Islanda sarebbe stato inconcepibile un attentato all’inviolabilità o meglio alla sacralità del domicilio, nelle forme in cui esso è avvenuto nella Berlino del 1933, in presenza di milioni di persone, come semplice misura amministrativa. È il caso di ricordare tuttavia almeno una gloriosa eccezione: il giovane socialdemocratico che nell’androne della sua casa uccide a colpi di arma da fuoco una dozzina di cosiddetti “poliziotti ausiliari”. Quell’uomo era ancora partecipe della libertà sostanziale, dell’antica libertà germanica che i suoi nemici andavano celebrando a parole. Non l’aveva certamente appreso dal programma del suo partito. In ogni caso, non era certo uno di quelli di cui Léon Bloy ha detto che corrono dall’avvocato mentre gli stanno violentando la madre. (Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 103)

Correre dietro all’avvocato mentre gli stanno violentando la madre. Non c’è descrizione più efficace della classe politica italiana.

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Posted 3 months ago at 17:12.

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