La festa del papa

«E non chiamate nessuno “padre” sulla terra»(Mt 23, 9)

 

I. La Chiesa fa sempre la cosa giusta. Non è un dogma; — è un dato di fatto.

II. Dopo il polacco mediatico e sportivo, un tèutone imbalsamato e irrimediabile. Nessuno poteva reggere il confronto con l’inventore dei papaboys, dei cori da stadio in San Pietro, delle santificazioni così simili alle grandi assise del Partito Nazionalsocialista a Norimberga nel 1937 e a Roma nel 1938, durante l’incontro del Führer col Duce, e nel 1939 nelle osterie e nei campi della croce uncinata della Germania e dell’Austria.

III. All’abile politico e consumato showman, segue un plumbeo tedesco che non ne azzecca una: negato pei tempi televisivi, con le babbucce e la cuffietta rossa, col pasticcio diplomatico di Ratisbona, — B16 è il bidello che pulisce l’aula dopo la sfolgorante lezione di Wojtyła. È giusto così: nessuno può (fuori dal linguaggio ecclesiastico: nessuno deve) eguagliare Giovanni Paolo II; quantomeno non subito. Dopo un indimenticabile pontificato, una dimenticabilissima ordinaria amministrazione.

IV. Ciascuno si ritaglia il proprio pezzetto di immortalità, ciascuno tenta a suo modo di sfuggire all’oblio: taluni incidono il proprio nome sullo sporco tavolino di un pub, altri primeggia in sport o stupidità. Ratzinger – ed è una sorte un po’ peggiore – si dimette da papa.

V. Un altro pontificato à la Ratzinger, e ci saremmo giocati buona parte del carisma della Chiesa. Non che mi faccia illusioni: sono più che abituati alla resurrezione. Ne hanno fatto articolo di fede.

Cattelan papa

VI. La Chiesa fa sempre la cosa giusta: serviva un papa al passo coi tempi, che abbattesse certi muri dell’epoca: ecco il polacco; serviva un papa ordinario, che costituisse placido transito verso altri lidi, giusto per riprendere fiato: il dimesso tedesco (fa strano che si dimetta un tedesco, appartenente a un popolo che ha fatto del lavoro il banco di prova della benevolenza divina); serve un papa all’apparenza nuovo, da più parti si invoca un sudamericano, più voci – anche laiche o addirittura atee – si levano a reclamare il nome del poverello d’Assisi: ecco il sempliciotto sudamericano, qui sibi nomen imposuit Franciscum. La Chiesa fa sempre la cosa giusta — per la propria conservazione.

VII. Lo spirito santo non perde un colpo: più che santo, — sagace; più che spirito, — prassi. Lo spirito santo gode di infallibilità politica.

VIII. Poniamoci da una prospettiva politica: Wojtyła, il polacco cui anche si appigliò il distacco della Polonia dall’Unione Sovietica e che si faceva ritrarre assieme a gente come Pinochet; Ratzinger, l’oltranzista, il teologo della conservazione e della finezza diplomatica che rischia l’incidente con l’islam, la cui gioventù pare segnata da una croce, sì, ma uncinata; Bergoglio, il poverello in odore di desaparecidos e Videla. Questo non è solo conservatorismo: è crociatismo, assolutismo, dottrinarismo. Se vi aggiungiamo il capo carismatico, possiamo dirlo con una parola: totalitarismo.

IX. Quando Bergoglio fu innalzato al soglio pontificio, proposi quattro punti per il nuovo papa. Se non ne avesse realizzato almeno uno, sarebbe stato lo stesso di tutti gli altri (cosa su cui, lo confesso, avevo ben pochi dubbi): 1) denunciare e fare arrestare i preti pedofili; 2) povertà della Chiesa e fine delle speculazioni dello IOR; 3) apertura agli omosessuali, al divorzio, all’aborto, all’uso del preservativo; 4) chiarire il caso Emanuela Orlandi. A un anno di distanza, mi pare che nessuno di questi punti sia stato affrontato di petto o mutato nella sostanza. Molti proclami, talune frasi spezzettate da raccogliere qua e là, tanta televisione. Le donne ancora non possono prendere i voti sacerdotali, i divorziati sono esclusi dall’eucarestia, di preti pedofili in carcere e spretati non se ne vedono, la povertà della Chiesa la misurano con un autobus o un volo che fanno notizia e non per le reali finanze dello Stato Vaticano né per le speculazioni delle IOR (chi ne parla più, dopo tanti annunci?), su aborto e preservativo sono irremovibili. Della povera Emanuela Orlandi, Bergoglio ha detto solo che “è in cielo” (e lui come lo sa?). Questo papa indossa sempre vesti candide. Come un sepolcro imbiancato.

X. Segno dell’epoca economica: Ratzinger si dimette come un amministratore delegato; Bergoglio è una scaltra operazione di marketing.

XI. Si provi a sbeffeggiare Bergoglio sui social network, come si fece a suo tempo con l’imbelle Ratzinger. I lapidari cinguettii costerebbero lapidazione. Francesco – come tutti i poverelli – è un intoccabile.

XII. Religione: o la pigli per il culo, o ti ci fai pigliare.

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Un premio per tutti

La polemica s’è placata, — almeno sembra. Ora che la cosa ha perduto d’interesse, forse è il momento giusto per spenderci qualche parola. Quando più nessuno ne parla – con lingua stonata come una campana -, allora suona la mia ora. Coltivo il sano gusto per l’inattuale, la passione per l’intempestivo. Lo stile, in fondo, suggerisce di occuparsi soltanto di cose sopite, che riposano come morte. Il cicaleccio è stagionale, ad ora ad ora si perde col vento, passa come il tempo. Il formicolio delle chiacchiere è becero e borghesuccio, con tutta quella voglia d’accumulare parole su parole, opinioni su opinioni, sciocchezze su sciocchezze. Sovra cicale e formiche si posa il mio occhio vigile, si scatena la mia immaginazione di scaltro affabulatore. Lo stile, in fondo, impone di guardare tutto dall’alto in basso, da davanti a dietro: il rumoreggiare delle passioncelle degli impiegatucci, eterno e fuggevole come le onde del mare, un giorno giostrerà come marea la mia lunatica cognizione. Per quanto bello e forte, il mare obbedisce alla luna.

Paolo Sorrentino

I. L’Italia è una nazione sol quando si vince qualcosa: i mondiali di calcio, il gratta e vinci, il premio Oscar. E poco male: vorrei vivere ovunque fuor che in una nazione.

II. Perché gioire se un film italiano vince il premio Oscar? Che ne viene all’idiota che mangia i pop corn al cinema? Che ne viene a tutti quanti? Se vince un film italiano, che c’entra l’Italia? Che vinca un film decente, se mai: questo dovrebbe interessare a chi s’appassiona di cinema.

III. Esaltarsi per un premio culturale è agire direttamente contro la cultura. Un’opera che ha bisogno d’essere premiata è un’opera che non vale granché; se si premia un capolavoro, invece, proprio con ciò lo si vuole abbassare. Prima o poi verrà istituito un premio per le opere del passato: verranno premiati Iliade, Odissea, Divina Commedia, Faust, Ulisse… Così potremo dire di aver finalmente compreso questo opere (“le premiamo, quindi le capiamo: potremmo mai premiare qualcosa che non capiamo?”). Così ci sentiremo a posto con noi stessi, la nostra coscienza storica gongolerà, inghirlanderemo i morti e amen. I vivi si premiano per comprenderli, storicizzarli, inghirlandarli. E amen.

IV. Ogni volta che vedo degli ebeti sorrisi esultare per la vittoria di un connazionale agli Oscar, penso sempre a quei loro parenti di coglioneria che festeggiano in bar e tabacchi per una vincita altrui al gratta e vinci.

V. Contrariamente a quanto si pensa, qualcosa può essere compreso solo se non vi scorgiamo noi stessi. Un film ci risulta incomprensibile se rappresenta la nostra immagine riflessa come in uno speco: non vediamo ciò che facciamo, non comprendiamo ciò che pensiamo. Crediamo di vedere altro, e invece siamo solo noi. Se un film italiano parla degli italiani, questi ultimi non potranno comprenderlo. Se un film italiano parla della nazione, i connazionali non potranno capirlo. Beati gli apolidi in patria, perché comprenderanno i film dei connazionali.

VI. Chi non scorge la bruttezza del prossimo, non può amare la propria bellezza. Fondamento della carità.

VII. Non mi piacciono i film: si perdono soldi e tempo a star seduti al buio, guardando immagini proiettate su un telo; mi piace solo uscire da quel buco oscuro e pensare alle immagini che ho visto. Allo stesso modo: non mi piace bere; — mi piace ubriacarmi.

VIII. Se la bellezza salverà il mondo, la grande bellezza salverà il gran mondo?

IX. Dopo This must be place, Sorrentino aveva dichiarato di voler girare un film comico. C’è riuscito: le risate a leggere certi commenti!

X. Ragiono attorno a un film che non ho ancora visto, un po’ per pigrizia, un po’ per caso. Ma perché ho la viva sensazione di averci capito più io che non l’ho visto, rispetto alla moltitudine che l’ha visto non vedendosi? Ecco che anch’io stempero il filo acuminato dei miei pensieri e cado trappola di tranello: cerco ci capirci qualcosa in un film, cerco di capirci – di entrarci – nella folla. Allora consegno un premio a tutti: vi ho capiti, vi capisco. Mi consegno un premio da me medesimo, perché da bravo coglione credo di capire voi e non mi vedo, non capisco che vi sono in mezzo, vi sono immerso fino al collo. Come in una calda, fumida, accogliente merda.

Letture del 2013

Cosa fa la gente che non legge? Probabilmente campa. Seguirebbe che chi legge non campa. Mettiamola così: quando non leggo, tiro a campare.

Tra letti e riletti, quest’anno mi sono caricato di una settantina di libri, almeno stando ad aNobii. Se tutti quelli che ho letto fossero come anni, sarei vecchio, vecchissimo. Ma anziché ammansirmi coi saggi e divenire più saggio io stesso, quanto più leggo tanto più m’imbizzarrisco, m’ammattisco come un cavallo.

Di seguito i libri che consiglio tra le mie letture del 2013.

Lettore in pigiama

  • V. Rabito, Terra matta: il capolavoro dell’ignoranza. L’analfabeta Rabito possiede la voce di tutti i vecchi siciliani, con quella saggezza contraddittoria e la voglia di raccontare ogni cosa. Con sorpresa vi ho trovato descritti tanti posti del luogo in cui abito, Regalbuto, dove Rabito ha lavorato per alcuni anni.
  • G. Caproni, Tutte le poesie: le più belle sono le più semplici; alcune sono talmente candide che sembrano scritte da un bambino. La sezione più commovente è quella dei Versi livornesi, dedicata alla madre.
  • C. Malaparte, Coppi e Bartali: uno scritto brevissimo che racchiude il più bell’elogio alla bicicletta che abbia mai letto. Il ciclismo è uno sport mitologico e qui assistiamo alla decifrazione del mito di due dei più grandi eroi sui pedali. Non solo chi ama il ciclismo, ma chiunque sia interessato alla lettura dovrebbe leggere questo piccolo capolavoro in cui si mostra come un grande scrittore può scrivere di qualunque cosa.
  • J. Garff, SAK. Søren Aabye Kierkegaard. Una biografia: forse pochi filosofi hanno intrecciato così strettamente la propria esistenza con la produzione letteraria come Kierkegaard. Questa è la migliore biografia del filosofo danese che ci sia sulla piazza. Vi sono pagine allegre, ironiche e malinconiche, soprattutto quella che racconta l’ultimo incontro di Søren e Regine.
  • P.P. Pasolini, Lettere luterane: la consueta chiarezza di Pasolini si accompagna sempre a una lucidità unica, a uno sguardo che sa scrutare fino in fondo la realtà. Dalle Lettere vere e proprie si passa agli articoli sulla politica, in particolare quelli contro i vertici della DC. Fondamentale per comprendere Pasolini e tutto il periodo di poco precedente la sua morte.
  • F. Dostoevskij, I demoni: cosa si può dire dei classici? Meno se ne dice, meglio è. Forse questo romanzo è inferiore a I fratelli Karamazov; tuttavia, tra le altre cose, colpisce l’irruzione dell’Occidente in Russia. I demoni sono dei russi posseduti dallo spirito occidentale.

Con Proust

  • M. Proust, Du côté de chez Swan: Proust meriterebbe sempre un discorso a parte. I suoi lettori costituiscono una cerchia iniziatica, quasi che ogni pagina della Recherche fosse un rito da officiare. Si ama Proust di un amore diverso rispetto a tutti gli altri libri, più inteso, più intimo. Gli amanti di quest’opera devono avere un naso fino e infatti si fiutano tra di loro a distanza. Annusare i biancospini, immaginare Gilberte, farsi ingannare da Odette e soffrire con Swann…
  • T. Corbière, Gli amori gialli: una sorpresa, una rivelazione, uno dei poeti più grandi di sempre, quasi alla pari con Rimbaud. E certo che si capisce perché Carmelo Bene lo consideri addirittura superiore: «Il mio pensiero è un soffio bruciante | è l’aria. L’aria mi è dappertutto. | La mia parola è l’eco vacante | che non dice nulla — ed è tutto.»
  • F. Fortini, I cani del Sinai: una scrittura limpida, tagliente, densa. Un ebreo spiega perché non si possono accettare le rivendicazioni e gli atti di violenza di Israele nei confronti dei palestinesi e degli arabi in generale.
  • A. Badiou, San Paolo. La fondazione dell’universalismo: quando un filosofo tocca qualcosa, ecco che questo cambia, quasi fino a trasfigurarsi. San Paolo diviene il prototipo del militante. Ne ho parlato un po’ più diffusamente qua.
  • V. Pratolini, Cronaca familiare: due fratelli, cinque anni di differenza, come me e mio fratello. Una vicenda autobiografica fresca, commovente, quando i due si baciano scoprendo, finalmente, l’affetto reciproco. E poi la fine, la morte del più piccolo: «Il celeste dei tuoi occhi brillava fra le lacrime. Poi l’autoambulanza sparì nel viale. Allora confessai a me stesso di non averti accompagnato per non assistere alla tua morte. Voglio ricordarti vivo». Tutto sembra perduto: «Le mie idee e convinzioni, l’amore che portavo alla mia ragazza e alla bambina che anche a me era nata, la fiducia nel mio lavoro, la verità per la quale gli amici più cari erano caduti nella Resistenza, la mia umanità e le mie aspirazioni, tutto vacillava di fronte all’ingiustizia che la tua sorte vi opponeva». E ancora, la consapevolezza che vi sono eventi spartiacque, che precludono forse per sempre la possibilità di un godimento senza ombre, di una felicità compiuta anche se fugace: «Inforcai la bicicletta per raggiungerti. Era già sera e le strade erano buie ed affollate, ma l’aria era ancora tiepida e il vento che mi batteva sul volto mi rallegrava. È l’ultima ora di contentezza che ricordo, non troverò mai più la felice disposizione di spirito che allietò quella sera. Ci si può assuefare alle persecuzioni, alle fucilazioni, alle stragi; l’uomo è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore. Il cuore dell’uomo è un meccanismo di precisione, completo di poche leve essenziali, che resistono al freddo, alla fame, all’ingiustizia, alle sevizie, al tradimento, ma che il destino può vulnerare come il fanciullo l’ala della farfalla. Il cuore ne esce con il battito stanco; da quel momento l’uomo diventerà forse più buono, forse più forte, e forse anche più deciso e cosciente nella sua opera, ma non troverà più nel suo spirito quella pienezza di vita e di umori in cui ogni volta egli sfiora la felicità».