Veglie e marionette

Chi mi conosce, ben sa la mia buffoneria e quanto mai mi piaccia divertirmi, fare casino, cantare, ubriacarmi, fare festa ed altre amenità di tal sorta.

Ed appunto di buffoneria potrei tacciare para para la mia esistenza; intesa proprio così, nel senso pagliaccesco, clownesco, circense del termine. E tuttavia se di gioco si tratta non è altro che un dramma giocoso, come il Don Giovanni mozartiano. (E tuttavia, in temi dongiovanneschi, mi è più affine il seduttore kierkegaardiano. Vero, Luisa?)

Ad ogni modo, tutto sto preambolo per dire null’altro che questo, cioè che essendo io un romantico anti-romantico (certo, dopo tutto questo che ho scritto penserete pure che sono un cretino anti-cretino… ma è la dura legge del pendant), dunque la mia ultima lettura è quel bel mattoncino spesso piagnucoloso e patetico che ho mostrato ad alcuni colleghi, ossia: G. Bevilacqua (a cura di) I romantici tedeschi, Bur, Milano 2003. Segnatamente si tratta del primo volume della terza parte dell’opera, ossia quel volume ove v’è un’ampia e scelta antologia di narrativa romantica tedesca.

Ora, lo Sturm und Drang dell’adolescenza l’ho abbondantemente alle spalle, non per età ma per pensiero; non per nulla ciò che voglio riportare è un piccolo stralcio dalle Veglie che scrisse un non meglio identificato Bonventura all’incirca nel 1804.

In realtà è un’opera sui generis che si permette di prendere per i fondelli non solo chiesa, prelati, spiriti, romanticismi, patetismi e affini; ma anche e perfino il grande Goethe del primo Faust. Insomma, come si dice dalle mie parti: nun ci nn’è ppi nuddu (non ce n’è per nessuno, nel senso che non se ne trattiene una).

Ma ricollegando alla mia persona, ecco qui che troviamo una magnifica esplicitazione di come si sviluppa la dinamica per cui siamo tutti marionette e la nostra persona non è che prosopon, ossia maschera.

Dice Bonaventura nella IV Veglia:

«Il pagliaccio apre uno sportellino sul petto della marionetta e vi trova con sua grande sorpresa davvero un cuore, cosa che lo fa preoccupare e, impaurito com’è, gli fa venire delle idee assennate: che, per esempio, tutto nella vita, tanto il dolore quanto la gioia, non è altro che apparenza, con l’unico inconveniente che l’apparenza stessa non appare mai; e che, di conseguenza, le marionette non avrebbero mai saputo di essere prese in giro e usate solo come passatempo, ma si sarebbero piuttosto considerate persone molto serie e importanti. Il pagliaccio vuole a questo punto rendergli comprensibile la vera natura di marionetta, ma nel farlo si confonde di continuo, e dopo un interminabile, curiosissimo discorso si ritrova al punto di partenza. Allora, in silenzio, ride maligno sotto i baffi e se ne va» (pag. 581 del libro che v’ho detto).

E che dire? Il cerchio si chiude. Soltanto giullare, soltanto poeta.

2 pensieri su “Veglie e marionette

  1. “(…)tutto nella vita, tanto il dolore quanto la gioia, non è altro che apparenza, con l’unico inconveniente che l’apparenza stessa non appare mai”…
    Cosa vuol dire per te?

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