Archivi del mese: dicembre 2007

Compleanni e libertà? Chi indovina vince!

L’ultimo dell’anno… Tempo di bilanci… Ma siccome io non sono un’azienda (e non ne farò mai parte, anche quando forse entrerò a far parte dell’“azienda scolastica”!), dunque, siccome io non lo sono, deliberatamente me ne fotto!

E poi, per chi cerca di vivere appieno, i giorni sono tutti stupendamente uguali e la convenzione dell’ultimo giorno dell’anno (benché sia fin troppo ovvio dire che è una convenzione) è solo un momento come un altro e, per me, una scusa qualsiasi per bere vino e fare festa!

Detto questo, e prima di procedere con cose un po’ più serie, inserisco alcune foto che avevo promesso. Sono le foto di un paio di compleanni; purtroppo non ne ho tantissime e alcune non sono venute bene. Beh, le metto qui di seguito; e via!

 rockbandlcompleanno chiaracateno e davide

il pittore

Pensando, così, casualmente, ad alcuni miei propositi da non-anno-nuovo ma da giorni-come-tanti-altri, ebbene, il più importante mi pare la mia voglia (a seguito di un improvviso risveglio notturno che ho avuto appunto stanotte) di imparare finalmente a suonare il pianoforte. Non voglio diventare chissà che; solamente voglio capirne un po’ più di teoria musicale, voglio che uno spartito per me significhi qualcosa e, infine, dilettarmi massacrando altre corde oltre quelle della chitarra.

 

Ma ora, ahivoi, una discussione un po’ più seria.

I miei pensieri si stanno dilatando notevolmente in questo periodo; non solo perché ho quasi ultimato lo studio della Critica della ragione pura (ancora 60 paginette; e che saranno mai in confronto alle 760 che ne ho già letto?); ma anche e soprattutto perché sto leggendo Peter Sloterdijk, di cui pure avevo già parlato in questo altro post.

Gli entusiasmi che si possono provare per qualche autore del passato non sono mai così forti come quando ti riconosci nel concetto espresso del tuo presente. Traslando i piani, io adoro Wagner (in questo preciso momento sto mandando un sacco di sms a una mia amica in cui appunto dico come la sua musica mi riempia la mente e mi causa brividi lungo tutto il corpo); ma per quanto lo possa adorare, la dilatazione mentale che provo ad ascoltare qualche contemporaneo è decisamente superiore.

Quindi mi sto scoprendo (io che credevo avrei sempre vissuto ancorato ad un qualche passato lirico-soggettivo, malinconico-oggettivo o classico-concettuale), ebbene, mi sto scoprendo autenticamente presente. E sto sperimentando il detto di Wittgenstein secondo cui «vive eterno colui che vive nel presente».

Ma veniamo a Sloterdijk ed alla libertà umana. Chi mi conosce, ben sa com’io credo che l’uomo non sia libero, che il libero arbitrio non esista e che, per dirla con Schopenhauer, siamo liberi di fare ciò che vogliamo, ma non di volere ciò che vogliamo. Insomma, chi mi conosce, ben sa come io adori parlare di Spinoza, e con ciò abbiamo detto tutto.

(A proposito, come faceva notare anche Biuso, il numero di dicembre di Mente & cervello è davvero bello e si occupa anche di questi temi che sto discutendo. Meno male, perché ultimamente sta rivista mi stava un po’ deludendo!)

Ma torniamo, per la terza volta a Sloterdijk. Egli snocciola il nodo teorico della libertà ebraico-cristiana. Facciamolo parlare:

 

«Anche se nel mondo balza agli occhi una fastidiosa negatività, la cui attribuzione alla causa prima divina deve restare tabù, l’intera cultura del discorso e l’igiene logica dei giochi linguistici biblico-ellenistici non devono essere messi in pericolo. In tal modo, per l’uomo, in quanto creatura dotata di libertà, aumenta il peso di un compito alla lettera sovrumano, atlantico: l’uomo è chiamato a portare la colpa di un intero mondo di sofferenze. La libertà umana sgrava dio dal problema di dover riconoscere un secondo principio accanto a sé come origine di ciò che non è stato intenzionalmente voluto da lui. Per questo la tradizione della vecchia Europa si definisce, e a ragione, come “umanistica”: essa doveva infatti riporre nell’uomo, e solo in esso, sia la possibilità di un accordo con dio e la natura, sia la tentazione del disaccordo. […] I cristiani si servono dell’uomo come di un concetto superiore e di un nascondiglio per l’inumano, vale a dire per tutto ciò che si oppone a dio. […] L’uomo appare per un’intera epoca come un essere che può mancare il suo appuntamento con dio, un appuntamento, che, come si sente dire, costituisce la sua umanità» (P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger, Bompiani, Milano 2004, pag. 74).

 

Bene, ancora una volta è svelato innanzi tutto il tranello già visto da Max Stirner, ossia che l’umanità dell’uomo è considerata la sua divinità e che perciò l’umanismo è una religione (che forse coincide con il cristianesimo, per la menata del dio-uomo).

Ma che bellezza far rilucere l’ovvietà della libertà umana che infine è una subdola teodicea!

E c’è dell’altro! La libertà cristiana è intimamente paradossale, in quanto

 

«Si tratta della disastrosa paradossalità contenuta nell’idea secondo cui la propensione alla libertà rimane legata a un’aspettativa di ordinamento e di gerarchia. Di conseguenza l’uomo, come il suo mitico protettore, Satana, avrebbe potuto utilizzare senza colpe la sua libertà solo se avesse deciso di non usarla. Servirsi della libertà significa, al contrario, arrivare automaticamente alla rivolta e decidersi per la liberazione esistenziale». (Ivi, pag. 78).

 

I cristiani, dunque, o sono condannati o rimarranno schiavi a vita.

Ma ciò che mi inquieta di più è un rimando che fa Sloterdijk; nel rimando della nota 20 del secondo capitolo (precisamente a pag. 95), egli ci informa sulle:

 

«riflessioni di Michel Serres sul carattere impersonale e sovrapersonale del male e sulla costante tragica della condizione umana. Serres consiglia di coniugare il male attivo come un verbo impersonale: “Piove, gela, tuona”. “Da un nube fluttuante e permanente cadono, indifferentemente, danni su tutte le teste e su qualsiasi testa”» (ivi, pag. 332).

 

Caspita! Si dovrebbe dire che accade il male come se piovesse! Questo è riportate tutto alla natura, al cosmo! Si dovrebbe dire: “mala”, come quando si mette il capo fuori dalla finestra e si dice: “piove”.

Dunque, se mi concedete un giochetto, la “malavita” è un accadimento come il “nevica”. E la “malavita organizzata” è l’intera esistenza umana nel suo accadere.

 

Sono stato più lungo del (già lungo) solito, ma abbiate ancora un attimo di bontà. Solo due piccole segnalazioni.

La prima riguarda la mia iscrizione a questa grande community libresca che è anobii. Mi costa fatica mettergli dei libri perché con la connessione che mi ritrovo ci sta un sacco di tempo ad aprirmi una pagina. Comunque, visitate il sito; è davvero interessante. (Ringrazio Giovanni Polimeni, giacché è per suo tramite che ho conosciuto questo sito).

E infine, una piccola barbarie quotidiana di cui anch’io nella mia goffaggine e noncuranza da umano non mi ero accorto. Tramite un comunicato diffuso (anche) da Biuso si può riflettere di quanto danno facciano i botti di fine anno ai nostri amici animali. Leggete qui e capirete.

A presto!

Proverbi, detti, parole siciliane

Ecco finalmente alcuni dei proverbi, parole, modi di dire che vi avevo promesso. Alla fine li ho raccolti da soli, anche se ne mancano tantissimi! Non sono che forse la decima parte di quelli che dovrebbero essere. Ma ci sarà tempo! Buona lettura!

Bbiarisi a tri

(“Buttarsi a tre”; si dice di chi si ubriaca pesantemente; forse in riferimento alla cosiddetta “miscela a tre”, per cui tre parti erano composte di benzina ed una di olio. Ed in questo caso, l’esagerazione iperbolica dice che l’alcol nelle vene sarebbe ai tre quarti ed il sangue ad un quarto).

Catusu

(Propriamente è una sorta di botola con relativa scalette che nelle case antiche serviva per scendere nelle stalle o nelle cantine).

Cchiù sicuru co puorcu cchiana a ‘ntinna

(“È più sicuro che il maiale si arrampichi sul palo della cuccagna”; a “’ntinna” è il palo della cuccagna; è un palo alto una decina di metri, cosparso di sapone ed alla cui cima sono appesi insaccati ed altri cibi. Veniva eretto durante la festa dell’Immacolata, l’8 dicembre. Si formavano delle squadre di giovanotti che si arrampicavano uno sull’altro per raggiungere la cima; ciò che si riusciva a toccare lo si vinceva. Le squadre inoltre si osteggiavano a vicenda. Perciò, il detto rimarca l’impossibilità per un maiale di arrampicarsi sul palo e viene usato quando qualcuno ipotizza, prevede o tenta di profetare un fatto ritenuto improbabile.

Per quanto riguarda la tradizione del palo, non ho notizie certe. A mio avviso, il signorotto dei luoghi, il Barone, donava qualche suo prodotto e lo si appendeva al palo; i popolani, così, erano contenti di poter vincere e gustare questa elemosina da conquistare pericolosamente. Ma almeno, com’era anche quand’ero piccolo io, si potevano mettere in mostra di fronte a qualche più o meno bella popolana).

Criccu, cruoccu e manichi i sciascu

(“Cric, Croc e manici di fiasco”; è di solito riferito a tre individui che si vedono assieme e che si contraddistinguono per qualche particolare ridicolo; si dice però anche affettuosamente e scherzosamente tra amici; “Cric e Croc”, com’è noto, sono i nomi coi quali erano conosciuti ai tempi del fascismo Stanlio e Ollio; manici di fiasco è una perifrasi per dire indicare qualcosa di inconcludente: solo i manici senza il fiasco non hanno alcuna utilità).

Cu avi culu considera

(letteralmente: “chi ha culo consideri”; significa che le situazioni vanno ponderate, in modo tale da non rimetterci il sedere, ossia non fare considerazioni o scelta affrettate).

Culuri cani-ca-fui

(“Color cane-che-fugge”; si dice di qualsiasi colore di capelli, di abito o altro, indefinito e brutto, come il colore di un cane che fugge. Secondo altri, “cani-ca-fui”, vale “cane-che-sono-stato”; ma a me pare che questo sia proprio di altre più ristrette e particolari espressioni, tipo quando accade qualcosa di negativo si dice: “cchi potti essiri? U cani ca fui!”, che significa: “cos’è mai potuto essere, cos’è mai potuto accadere? Il cane che sono stato!”).

Cu si marita sta cuntentu un juornu, cu scanna un puorcu sta cuntentu un annu

(“Chi si sposa rimane contento per un giorno; chi scanna un maiale rimane contento per un anno”, in riferimento all’abbondanza che è il maiale. A proposito del maiale, è da notare come si usi aspettare che soffi il vento di Tramontana per ucciderlo, cosicché lo si possa mettere ad essiccare meglio).

 

È bellu essiri frosci cco culu dill’avutri

(“È bello essere gay con il culo degli altri”; si dice in situazioni in cui qualcuno fa qualcosa di propria iniziativa, mettendo però a repentaglio gli altri).

 

Essiri tuttu spacchiu e pirita

(“Essere tutto spocchia e scoregge”; si dice degli spocchiosi e sostanzialmente, per denigrarli, si equipara la spocchia ai peti).

 

Iemmu ppi futtiri e arristammu futtuti

(“Siamo andati per fregare e siamo rimasti fregati”; ma nel siciliano “futtiri” è un sinonimo volgare di “fare l’amore”; ben si comprende dunque il doppio senso della frase).

 

Iu, ma frati Carmini e u arzuni

(“Io, mio fratello Carmine e il garzone”; si utilizza quando per far qualcosa si è ridicolmente in pochi).

L’uocchi su cchiù ranni da panza

(“Gli occhi sono più grandi della pancia”; mostra come a volte, di fronte ad una tavolata imbandita ci riempiamo gli occhi credendo di poter trangugiare tutto, ma presto dobbiamo abbandonare costretti dalla limitatezza dello stomaco).

Masticogna

(“Chewin-gum”; ovviamente deriva dal masticare e forse commisto con “cingomma” termine diffuso negli anni ’50 in Italia).

‘Mbriacu comu na signa

(“Ubriaco come una scimmia”, in cui più del detto in se stesso, che è diffuso largamente, conta il termine “signa”).

Midenna

(macari”, “anche”; ad esempio: “midenna iu” vale “macari iu”, ossia “anche io”, “pure io”).

 

‘Mpunirisi u travu

(“Caricarsi una trave”, si dice di qualcuno che si sta ubriacando, come se l’ubriacatura fosse un fardello pesante da caricarsi sulle spalle).

 

Nun canusci mancu u puorcu ‘nmienzu i addini

(“Non riconosci neanche il maiale in mezzo alle galline”; si dice a chi non riesce a distinguere neanche qualcosa di fin troppo chiaro ed evidente).

 

Pisciacozza

(“Tartaruga”; non sono riuscito a costruire la derivazione di questa parola. Probabilmente vale “cozza che piscia”, in riferimento al guscio della tartaruga, ma mi pare un’etimologia troppo campata in aria).

 

T’arrinunzio come figlio, o come nipote

(“rinuncio a te come figlio, o come nipote”; nel senso che di diseredare qualcuno; assistiamo qui ad una commistione di dialetto ed italiano, per es. “figlio” al posto di “figghiu”; forse perché si ricalca una qualche dizione giuridica o presunta tale e perciò solennizzata).

 

Tira ch’ossai un pilu i pacchiu ca un carru i uoi

(“Tira di più un pelo di figa che un carro di buoi”; detto estremamente popolare, che rimarca come nella cultura siciliana occupi un posto centrale la dimostrazione di virilità maschile e l’importanza simbolica e reale che si attribuisce all’organo sessuale femminile).

 

U cumannari è miegghiu do futtiri

(“Il comandare è meglio di scopare”; proverbio, oserei dire, quasi antropologico; fa riferimento alla voglia di potere per la quale tutto passa in secondo piano).

 

U suli i marzu annurica a bedda do palazzu

(“Il sole di marzo annerisce, abbronza la bella del palazzo”; questo detto appartiene a quelli, diciamo, stagionali, ossia di riferimento ai mesi, alle stagioni, al tempo atmosferico. Bisogna considerare innanzi tutto banalmente che a marzo il sole comincia ad essere più forte, giacché comincia la primavera. La dama del palazzo, “a bedda do palazzu”, in una terra fatta di baroni e di servi, di latifondisti e braccianti, è bianca in contrapposizione ai braccianti bruciati dal sole; cfr. anche il noto Nigra sum sed formosa. Ma quando il sole stesso comincia a splendere, anche la dama del palazzo ne è bruciata; è una sorta di rinascita della vita che coinvolge irrimediabilmente tutti).

Bimbi e Kingsley

Che bello! Una persona che stimo tanto, colta (caso più unico che raro a Regalbuto) ed estremamente sincera mi ha detto stamattina che sono la persona più amata dai bimbi di Regalbuto! Vabbè, l’affermazione non è da prendere proprio alla lettera, però detto dal padre di due vivacissime ed intelligentissime bimbe è un grande onore! Spero davvero di meritare tutto ciò e di continuare ad essere un punto di riferimento per questi piccoli che davvero hanno tanto bisogno di qualcuno che sia un esempio di socialità, gentilezza, cortesia, divertimento, pensiero. Capitemi, non è che dica ch’io lo sono, ma almeno ci provo! Provo a prendere il meglio di me ed a dire loro: «Vedete le poche cose buone che ho? Bene, vorrei che vi potessero servire in un qualche modo!». Per il resto, beh, forse apprendo più io da loro! :-P

 

Ma andiamo a noi… Tra le tante notevoli segnalazioni ed i tanti argomenti sfiorati al caffè filosofico con Raciti (e che è segnalato anche sul suo sito) c’è stato anche Peter Kingsley. Costui si è occupato in particolare di Parmenide, cercando di scoprire il “vero” Parmenide, a discapito delle costruzioni razionalistiche ed astratto di cui viviamo. Già sapete cosa io pensi riguarda Parmenide, in quanto ne ho scritto in questo mio post.

Ad ogni modo, in questa pagina del suo sito troverete qualche breve notazione su Parmenide ed Empedocle. Per comodità, ne riporto qualche stralcio della traduzione che ne ho fatto coadiuvato dai preziosi consigli dell’instancabile e mio caro amico Davide Dell’Ombra.

Così dice Kingsley:

 

« Parmenide nacque più di duemilacinquecento anni fa e visse nell’Italia del sud. Oggigiorno è famoso come il fondatore del razionalismo occidentale – come il “padre” della logica. Sempre, dai tempi di Platone ed Aristotele, il suo ruolo nella semina della cultura occidentale è stato considerato essenziale.

Ma Parmenide non era proprio un logico. Ed il suo insegnamento era lontano dal razionalismo. Egli descrisse come gli sia stata data tutta la sapienza che insegna da una dea dopo aver viaggiato per incontrarla in un altro mondo. Ciò perché egli era un sacerdote di Apollo specializzato nel controllo degli stati di coscienza alterati: per lui, il nostro mondo familiare era un’illusione che poteva lasciarsi alle spalle e rientrarci a piacimento. Ed egli era un taumaturgo – un guaritore che operava attraverso l’estasi, attraverso l’ispirata interpretazione dei sogni, attraverso l’immergere se stesso e gli altri per lunghi periodi di tempo in assoluta quiete immota.

Come per la “logica” che introdusse nel mondo occidentale, questo non era un qualche arido esercizio intellettuale. Era nientemeno che un dono degli dèi che, quando compreso bene e applicato nella vita quotidiana, aveva il misterioso potere di ricondurci agli dèi. […]

Tra loro, Parmenide ed Empedocle, giacciono i fondamenti più basilari per il mondo e la cultura in cui adesso viviamo. Ma con il passare del tempo abbiamo dimenticato chi erano. La verità sulla reale natura dei loro lavori è stata negletta, distorta, ignorata – trasformata proprio in un’altra di quelle vuote illusioni da cui essi stessi provarono a liberarci.

Non c’è nulla di accidentale nel fatto che noi in Occidente siamo affamati di un qualche vero senso delle cose e reclamiamo a gran voce qualcosa che, a dispetto di tutta la nostra apparente sofisticazione e successo materiale, noi non siamo più stati capaci di nominare. Questa nostra civilizzazione occidentale è stata creata per uno scopo. Fino a che non cominceremo a scoprire di nuovo quello scopo, le nostre vite saranno senza significato. A meno che non tocchiamo le nostre radici e ci mettiamo in contatto nuovamente con l’essenza del nostro passato, non possiamo avere futuro».

 

Vabbè… Prima di lasciarvi, dico che ho completato proprio stamattina la recensione su quel libro su Antonio Vallisneri e che sto lavorando ancora a quella raccolta di proverbi e modi di dire. Per quanto riguarda, invece, le foto di quel compleanno, beh, mi sarà difficile metterle sul blog, ma farò qual che potrò! A presto, o miei assidui e pazienti lettori!