Sei o sette parole gridate in piedi

Ricordo che quand’ero piccolo, potevo avere 8 o 9 anni, ero affascinato dalla figura del saggio, del sapiente distinto e distaccato, sempre dai modi gentili e con frasi cortesi ed efficaci in bocca. Magari allora non l’avrei saputo esprime con queste parole, ma una delle prime frasi letterarie di cui ho un ricordo sfocato è questa: «la fretta toglie la compostezza».

Poi venne la malaugurata ma forse necessaria sehnsucht che si impossessò di me e mi travolse, guastandomi anche le gioie che avrebbero dovuto essere pure. Tuttavia, forse anche quella era una finzione, anzi, chiamiamolo pure un espediente retorico per affinare talune sensibilità. Sì, perché in fondo il mio ideale poetico è rimasto sempre uno, pur tentando l’onnicomprensività delle forme in cui ha cercato di esprimersi.

(Ricordo, a questo proposito, quando mi innamorai di Petrarca e non facevo altro che recitarlo e scrivere sonetti. Ebbene, confesso che nell’intimità sono sempre stato un tipo noioso).

Ad ogni modo, mentre continuo con la mia esistenza da poeta scapestrato, in questa dolce vita da quattro soldi e senza gusto, mi piace citare una poesia che la prima volta che la lessi mi fece pensare: «E che caspita! Questo mi ha battuto sul tempo, ha scritto i miei versi prima di me!». Bene, la poesia è questa:

 

«L’ONESTO RIFIUTO

 

Un mio gioco si sillabe t’illuse.

Tu verrai nella mia casa deserta:

lo stuolo accrescerai delle deluse.

So che sei bella e folle nell’offerta

di te. Te stessa, bella preda certa,

già quasi m’offri nella palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto

franco t’arresto sulle soglie, amica,

e ti rifiuto come una mendica.

Non sono lui, non sono lui! Sì, questo

Voglio gridarti nel rifiuto onesto,

perché più tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t’appaio,

quello che sogni spirito fraterno!

Sotto il verso che sai, tenero e gaio,

arido è il cuore, stridulo di scherno

come siliqua[1] stridula d’inverno,

vôta di semi, pendula al rovaio…

Per te serbare immune da pensieri

bassi, la coscienza ti congeda

onestamente, in versi più sinceri…

Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:

il desiderio della bella preda

mentirebbe l’amore che tu speri.

Non posso amare, illusa! Non ho amato

mai! Questa è la sciagura che nascondo.

Triste cercai l’amore per il mondo,

triste pellegrinai pel mio passato,

vizioso fanciullo viziato,

sull’orme del piacere vagabondo…

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi

verso l’anima buia di chi tace!

Non mi tentare, pallida seguace!…

Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,

non son colui, non colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!»

 

Bene, era Guido Gozzano. Certo, c’è ancora un certo modesto tono pascoliano, una vena di malinconia romantica, ma subito negata dalla finzione smascherata.

Ma chi saranno mai, poi, questi poeti che, come dice Claudi Lolli, «aprono sempre la loro finestra, anche se è una finestra sbagliata»?

Facciamocelo dire dall’ineguagliabile Borges. Ne Il manoscritto di Brodie (che si trova nell’omonima raccolta di racconti), si parla di un manoscritto ritrovato, steso da David Brodie, un missionario scozzese che si è recato in queste misteriose terre degli Yahoos (reminiscenza gulliveriana) e che ha incontrato la strana popolazione dei Mlch; la lingua di questa tribù è caratterizzata dall’assenza di vocali. Ora, non sto ad elencare tutte le caratteristiche culturali e linguistiche di tale fantomatica tribù; anche perché consiglio vivamente di leggere il racconto che è breve e straordinario. Basti sapere che «un’altra usanza della tribù sono i poeti. A qualcuno capita di mettere in fila sei o sette parole, di solito enigmatiche. Non riesce a contenersi e le grida, in piedi, al centro di un cerchio formato dagli stregoni e dalla plebe sdraiati a terra. Se il poema non li eccita, non accade nulla; se le parole del poeta li fanno sussultare, si allontanano tutti da lui, in silenzio, sotto l’impulso di un sacro orrore (under a holy dread). Sentono che è stato toccato dallo spirito; nessuno parlerà con lui né lo guarderà, neppure sua madre. Ormai non è più un uomo ma un dio, e chiunque lo può uccidere. Il poeta, se può, cerca rifugio negli arenili del Nord».

Ebbene, il poeta fugge a nord, in quella terra forse protetta da Apollo Iperboreo… Lì si incontreranno tutti i poeti, armonicamente intrecciando la danza delle Muse contrapposta allo stridore opaco dell’impero della tecnica.



[1] Baccello che contiene i semi o, come spiega il poeta stesso, «spoglie vuote (di crisalidi), miserabili come silique aride».

Un pensiero su “Sei o sette parole gridate in piedi

  1. “Se [vedrai] un filosofo che tutto discerne con la retta ragione, e tu veneralo; è un animale celeste, non terreno.”
    (Pico della Mirandola, De dignitate hominis, Pisa 1985, p. 10; citato da Germana Ernst, Filosofia del Rinascimento, Carocci, p. 61).
    Ciao,
    Triad

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