Archivi del mese: febbraio 2008

Finché c’é vita (eterna), (per me) c’é speranza

In fondo e in superficie, di sotto e di sopra, da un lato e dall’altro, cos’è che dovrebbe muovere il cristiano alla bontà? Ovviamente la ricompensa. E così, bravi bambini, fate i bravi, soccombete per dieci minuti, immolate le vostre passioni, perché poi avrete la caramellina eterna!

Ma no, ma no! Dice il caro vecchio Giuseppe! Che c’entra?, dice, la visione della salvezza individuale è tutta moderna; il vero cristianesimo ha una visione comunitaria della salvezza. Devo preoccuparmi della salvezza dell’altro! «La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza?»[1].

Che nobiltà d’animo! Che elevatezza d’intenti! Che purezza di cuore! Ma cosa avrò fatto quando mi sarà domandato cosa fare per salvare gli altri? Oh, avrò fatto qualcosa di bellissimo ed altruistico, davvero degno della salvezza comunitaria: «avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale»[2].

Il piatto è servito, caldo (o forse caldo lo danno solo all’inferno?), va bene, allora servito freddo come la vendetta!

Del resto, non è una novità che neanche quella che tra le massime cristiane dovrebbe essere la più altruistica riesca ad andare oltre la mera considerazione della propria persona:

«Non fare a nessuno ciò che non piace a te» (Tb, 4,15)

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt, 7, 12)

«Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Lc, 6, 31)

La misura di ciò che devo fare e non fare resto io stesso. Capite il baratro che si spalanca: se io voglio che mi sia inculcata a forza la verità, la dottrina e quant’altro, allora posso, anzi devo inculcare a forza tutto questo! Quanto sarebbe stato più sincero, tollerante e pacifico un: «non fare agli altri ciò che non vogliono tu faccia loro». Ma poi si farebbe sentire di nuovo la smania di governare l’esistenza degli altri: «I bambini devono essere educati e non vorrebbero; i malati devono essere curati e a volte non vorrebbero; i suicidi devono essere impediti e a volte non vorrebbero».

La sola ed eterna unità di misura dell’azione di ogni altro resta sempre, per chi la osserva, la propria persona. Ecco perché il pensiero deve sforzarsi di essere impersonale: per restituire a ciascuno la libertà di esistere secondo la propria necessità, senza giudizi, senza imposizioni. Lo sforzo del pensiero deve essere capace di salvare gli uomini dalla trappola, dalla prigione del proprio io. Il pensiero è la costante tensione contro l’egoismo[3]

[1] Benedetto XVI, Spe salvi, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2007, § 50, pagg. 95-96.

[2] Ibidem.

[3] In questo senso, L’unico e la sua proprietà è l’ostacolo più arduo che il pensiero deve superare.


Segnalzioni, orgoglio e citazioni

Poche cose mi danno conforto in questo periodo tormentato (tormento di cui non posso e non voglio parlare); mi dà conforto lo studio e il sapere che c’è il “circolo di Catania” (le uniche persone con cui è possibile un socratico dialogo); mi dà conforto la causa del tormento (ed è un tormento proprio per questo); mi dà conforto soprattutto “l’acqua di sale” (forse un giorno spiegherò).

Venendo a noi, comincio con un paio di segnalazioni. La prima, che mi riempie di orgoglio, è che la mia recensione su La conoscenza del peggio di Sgalambro è stata pubblicata sul sito ufficiale di Sgalambrostesso (caspita! Non so se mi spiego!). Chi volesse leggerla lì non ha che da andare sul sito, cliccare su Interviste, poi ancora su 2007 e infine su Dicembre.

L’altra segnalazione riguarda invece Il Tempio dell’Ombra, che ha abbandonato la veste di blog per assumere quella più duttile e versatile di sito. Do nuovamente il link: www.iltempiodellombra.it

Ci stiamo, io e il caro Davide, per adesso documentando molto. Abbiamo (o forse ho) cominciato pure a scrivere qualcosa sulla Natura, anche se ancora dobbiamo rendere pubblico quanto scritto.

Procedono intanto gli incontri del Caffè filosofico; giusto ieri ce n’è stato uno molto interessante (ed ho addirittura introdotto io) sulla musica, a partire dallo spregevole libro di Baricco L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin.

Procedono pure i miei studi; ho sostenuto un esame di filosofia morale (o moralistica); pessimo insegnante, non c’è che dire, da tutti i punti di vista. Almeno però ho avuto occasione di studiare Benedetto Croce e di sputargli anche addosso! Un pensiero che condivido molto poco, ma che tuttavia devo ammettere trova pagine stupende, capaci di cogliere la necessità, la sofferenza, la trama sottile che lega il reale; capace, nello spazio di qualche paginetta, di espandere la mente, di cullarti, di illuderti e disilluderti sulla possibilità della pace. Cito ampiamente un frammento di etica tra quelli che più ho apprezzato:

«Distrigarsi dalla baruffa della vita, purificarsi dei tossici dei quali ci ha imbevuti, detergersi delle sue macchie, uscir fuori dal tumulto e guardare indietro solo per contemplare e ricordare… Questo impeto di desiderio a volta a volta si accende in noi e ci spinge a ricercare. Non esisterà in qualche parte un luogo di rifugio o di riposo? […] E quando la critica distrugge questa forma metafisica  d’ideale e dimostra contraddittorio e vuoto il concetto di un altro mondo e del paradiso, il desiderio intesse altre forme più tenui di sogno; e allora vagheggiamo il ritiro dagli affari e dalla politica e dalle dispute e dalle ambizioni nella pace della famiglia, con pochi amici e molti libri, o carezziamo in fantasia la serena vecchiezza, che ricorda sorridendo. Ma anche questi ideali modesti svaniscono al toccarli; e quella pace idilliaca è pur sempre vita inquieta, e la vecchiezza o è un languore aspettando la morte o, nel miglior caso, lavoro che continua, se anche con diverso ritmo, il lavoro a cui si è adusati. […]

Il luogo di rifugio, l’idilliaco riposo, la libertà dalle passioni, e tutte le vagheggiate condizioni nelle quali la vita non ci farebbe più acremente godere e soffrire, ma sarebbe distaccata e abbassata a mero spettacolo, sono dunque in attingibili sol perché non consistono in altro che in duplicati e deformazioni fantastiche dell’atto con cui di continuo ci distacchiamo idealmente dalla vita e la abbassiamo a spettacolo. Il paradiso esiste anch’esso, ma sulla terra; ossia come un eterno momento nell’opera dello spirito. Nell’arte e nel pensiero ci distrighiamo dalle baruffe, ci purifichiamo dei veleni, ci detergiamo dalle macchie, usciamo fuori del tumulto, e riposiamo». (B. Croce, Etica e politica, Adelphi, pagg. 102-104).

Beh, non so; sembro vecchio io stesso; come se avessi perso smalto, brillantezza; come se l’ironia che tanto mi piace e mi fa (s)piacere fosse (spero momentaneamente) sepolta. Eppure sento rinascere qualche invenzione poetica; qualche lampo, qualche concetto che affiora (disin)cantando, che ancora mi fa giocare con forme e formule. A volte mi sfiora il pensiero della chimica, o forse dell’alchimia che intimamente dev’essere la poesia; alchimia, magia (naturalis, ovviamente; vero, Davide?) che scardini l’impianto, il Ge-stell tecnico contemporaneo, ossida che accade nel con-tempo. E mi immagino una poesia che scardini e comprenda in sé l’incomprensibilità, che anticipi e annulli tutte le possibili interpretazioni volte alla comprensibilità che di essa si tenteranno; una poesia che annoti le note, che metta in guardi, che giochi con le interpretazioni, che (s)fotta la comprensibilità, che significhi pur non significando. Una poesia che sia pensiero senza pensare nulla; che anzi pensi al nulla e non lo dica; che dica tutt’altro e che pensi al nulla.

Mah! Intanto Sloterdijk continua a interrogarmi, ad esaltarmi, ad espandere gli angusti confini della mia mente. Cosicché scopro che:

«Gli dèi sono tipiche reazioni eccessive dell’uomo al cambiamento del mondo, sia in senso patologico, sia in senso estetico e creativo. Infatti, soltanto dove ci sono reazioni eccessive c’è poesia» (P. Sloterdijk, La costruzione telematica del reale, in Aut aut, 336, ottobre-dicembre 2007, IlSaggiatore, pag. 115).

Così, con eleganza, con due frasette, Sloterdijk se ne esce dalla difficile questione dell’accomunare il principio divino di dèi e poiesi. La divinità, la religiosità senza rito è il plusvalore che rende accessibile il sacro; pertanto ogni reazione eccessiva, erotica, artistica, religiosa, ci protende in una dimensione oltre l’umano. L’oltreumano è l’accesso al sacro. Il pensiero di Nietzsche (ma sto scoprendo l’acqua calda) è una vertiginosa tensione al sacro.

L’amore naturale

In questi giorni in cui mi trovo senza il mio portatile, che sempre più assomiglia allo strumento proprio senza il quale un musicista non sa suonare; e senza, soprattutto, la possibilità di collegarmi ad internet (sentendomi fuori dal mondo), ho riscoperto la lunghezza dei giorni. Ed ora scrivo su questo polveroso calcolatore, chissà dove, chissà dove (direbbe D’Annunzio).

Ed ho quindi approfittato dell’intemperie elettronica (lampi di scintille dai cavi) per leggere Romeo and Juliet. Lo lessi qualche anno or sono, ma solo adesso ho avuto l’enorme privilegio di farmi rapire dall’originario blank verse shakespeareano, che è assieme pesante e leggero, grave e lieve, barocco e semplice. Inoltre i frequenti latinismo ne agevolano qua e là la comprensione italiota.

E così, dunque, anch’io ho ripescato dal mio fondo una parola che stentavo a pronunciare ed ancor più a scrivere; tuttora pavento il rischio di risultare melenso, annacquato, sdolcinato come un bigné alla crema vecchio di una settimana, con lo zucchero sopra che ormai pare una plastificazione.

Ma come non cedere all’amore (o me! I said that word!) notturno, agli amanti che vivono (vivono!) solo di notte e di notte possono (can, nel senso plurimo che ha in inglese) morire? Come non sospirare di ciò che ormai solo possiamo provare, malinconia, per quei versi che parlano di sentimenti senza essere sentimentali?

Il barocco presta a Shakespeare (o viceversa) metafore su metafore, perifrasi su perifrasi, inversioni su inversioni, doppi e tripli sensi.

Ma ecco, facciamo parlare chi più degno di me (in questi versi giustamente tra i più famosi):

 

Romeo:

But soft! What light trough yonder window breaks?

It is the East, and Juliet is the sun!

Arise, fair sun, and kill the envious moon.

[…]

It is my lady; O, it is my love!

O that she knew she were!

She speaks, yet she says nothing. What of that?

Her eye discourses; I will answer it.

[…]

Two of the fairest stars in all the heaven,

Having some business, do entreat her eyes

to twinkle in their spheres till they return.

What if her eyes were there, they in her head?

The brightness of her cheek would shame those stars

As daylight doth a lamp; her eyes in heaven

Would through the airy region stream so bright

That birds would sing and think it were not night.

(Rome and Juliet, II, I, vv. 2-22)

 

[Ma piano! Quale luce irrompe da quella finestra?

È l’oriente, e Giulietta è il sole.

Alzati, splendido sole, ed estingui l’invidiosa luna.

[…]

È la mia donna; oh, è il mio amore!

Oh, sapesse ciò che è!

Ella parla, ma non dice nulla. Cos’è mai?

Il suo occhio discorre; io gli risponderò.

[…]

Due tra le più splendide stelle in tutto il Cielo,

avendo altro da fare, impetrano i suoi occhi

di brillare nelle loro sfere fino a che esse tornino.

Ma cosa se i suoi occhi fossero là, esse nel suo volto?

Il chiarore della sua gota farebbe vergognare quelle stelle

Come la luce del giorno una lucerna; i suoi occhi in Cielo

vorticherebbero attraverso l’aere così brillanti

che gli uccelli canterebbero e penserebbero che non fosse notte.

 

Pure le similitudini, le metafore, i topos più banali (gli occhi come stelle, l’amata che brilla), acquistano nuovo vigore nel procedere shakespeaereano, attraverso variazioni, inversioni, ribaltamenti.

Ma leggendo questa tragedia, poiché di tragoedia si tratta, in quanto il vero protagonista è lo svolgersi insondabile e necessario degli eventi, nonostante Romeo tenti di forzare il Fato, dicendo: «Is it e’en so? Then I defy you, stars!» [È davvero così? Allora vi sfido, o stelle!; Romeo and Julit, V, I, v. 24]; dunque leggendo quest’opera, rimarco la mia salda convinzione, espressa pure, sebbene con intento contrario, da Benedetto Croce: «[l’]istituto etico del matrimonio, che è stato ben detto “la tomba dell’amore” […] ed è la tomba dell’amore selvaggio, meramente naturale» (B. Croce, Etica e politica, Adelphi, Milano, pag. 38).

L’amore è naturale; o non è amore. È selvaggio; o non è amore. In che epoca ironicamente triste viviamo se «ora che per lo più si hanno molti amori, scompare il dramma dell’amore infelice. Werther addio. […] Nell’età dell’intercambiabilità degli individui, a un amore ne segue un altro» (M. Sgalambro, La conoscenza del peggio, Adelphi, Milano 2007, pagg. 99-100).

Ci hanno fottuto anche l’amore! Del resto, se non si può fottere l’amore, cos’altro mai si potrebbe? Ora che le Giuliette sono solo adolescenti che fanno finta di tagliarsi le vene perché il papà non le fa uscire con la gonna corta!

Ma io fotto chi fotte!

E conservo il delicato ricordo di un’assenza; l’assenza che è senza tempo perché non è passato: è il presente ricordo di un’assenza, l’ideale e reale.

Il viso di lentiggini e poco più dell’età di Giulietta (She’s not fourteen, R.G., I, III, v. 12).

Il visetto da madonnina di certi quadri rinascimentali, l’abbraccio che mostra il Sacro e le mani che quasi si congiungono come in preghiera, nel mistico silenzio, in un gesto che vieta il prorompere dei sentimenti umani (Vinca tua guardia i movimenti umani: | vedi Beatrice con quanti beati | per li miei prieghi ti chiudon le mani!, Par., XXXIII, vv. 37-39).

E gli occhi che lacrimano per l’emozione dei baci. (Per qualche bacio che però bastava, F. Guccini, Primavera ’59).

Ecco il mio amore naturale. Ma si sa: The earth that’s nature’s mother is her tomb (R.G., II, III, v. 9).

La Terra, ch’è madre della natura, è la sua tomba.