Finché c’é vita (eterna), (per me) c’é speranza

In fondo e in superficie, di sotto e di sopra, da un lato e dall’altro, cos’è che dovrebbe muovere il cristiano alla bontà? Ovviamente la ricompensa. E così, bravi bambini, fate i bravi, soccombete per dieci minuti, immolate le vostre passioni, perché poi avrete la caramellina eterna!

Ma no, ma no! Dice il caro vecchio Giuseppe! Che c’entra?, dice, la visione della salvezza individuale è tutta moderna; il vero cristianesimo ha una visione comunitaria della salvezza. Devo preoccuparmi della salvezza dell’altro! «La nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri; solo così essa è veramente speranza anche per me. Da cristiani non dovremmo mai domandarci solamente: come posso salvare me stesso? Dovremmo domandarci anche: che cosa posso fare perché altri vengano salvati e sorga anche per altri la stella della speranza?»[1].

Che nobiltà d’animo! Che elevatezza d’intenti! Che purezza di cuore! Ma cosa avrò fatto quando mi sarà domandato cosa fare per salvare gli altri? Oh, avrò fatto qualcosa di bellissimo ed altruistico, davvero degno della salvezza comunitaria: «avrò fatto il massimo anche per la mia salvezza personale»[2].

Il piatto è servito, caldo (o forse caldo lo danno solo all’inferno?), va bene, allora servito freddo come la vendetta!

Del resto, non è una novità che neanche quella che tra le massime cristiane dovrebbe essere la più altruistica riesca ad andare oltre la mera considerazione della propria persona:

«Non fare a nessuno ciò che non piace a te» (Tb, 4,15)

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt, 7, 12)

«Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Lc, 6, 31)

La misura di ciò che devo fare e non fare resto io stesso. Capite il baratro che si spalanca: se io voglio che mi sia inculcata a forza la verità, la dottrina e quant’altro, allora posso, anzi devo inculcare a forza tutto questo! Quanto sarebbe stato più sincero, tollerante e pacifico un: «non fare agli altri ciò che non vogliono tu faccia loro». Ma poi si farebbe sentire di nuovo la smania di governare l’esistenza degli altri: «I bambini devono essere educati e non vorrebbero; i malati devono essere curati e a volte non vorrebbero; i suicidi devono essere impediti e a volte non vorrebbero».

La sola ed eterna unità di misura dell’azione di ogni altro resta sempre, per chi la osserva, la propria persona. Ecco perché il pensiero deve sforzarsi di essere impersonale: per restituire a ciascuno la libertà di esistere secondo la propria necessità, senza giudizi, senza imposizioni. Lo sforzo del pensiero deve essere capace di salvare gli uomini dalla trappola, dalla prigione del proprio io. Il pensiero è la costante tensione contro l’egoismo[3]

[1] Benedetto XVI, Spe salvi, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2007, § 50, pagg. 95-96.

[2] Ibidem.

[3] In questo senso, L’unico e la sua proprietà è l’ostacolo più arduo che il pensiero deve superare.


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