Archivi del mese: marzo 2008

Gli uccelli

Chi lo sa sorriderà, chi non lo sa si stupirà, ma in ogni caso sappiate che sono afflitto da una lieve forma di ornitofobia. (A ciascuno la sua)

Tuttavia, forse per le mie assidue frequentazioni della poesia pascoliana, quasi per caso mi sono accorto di avere una discreta conoscenza ornitologica, che tra l’altro non sapevo di possedere. Così per caso parlando con Davide, sua sorella e Antonio (e, anche se non c’erano, visto che siamo in campagna elettorale cito anche Giovanni e Davide T.) mi sono ritrovato a disquisire di uccelli.

Che appunto pare strano, per uno come me, giacché se una rondine (la vedremo più sotto) o una colomba (che detesto) mi passa a un metro quasi fuggo via.

Ad ogni modo, vediamo di cominciare e spendere due parolette per qualche uccello; citerò solo quelli che più di frequente osservo dalle mie parti.

Mi piace cominciare con il bellissimo Gruccione:

Gruccione

È un uccello la cui presenza qui nei dintorni ho intravisto solo da qualche anno; tant’è che non ne conoscevo il nome fino a circa tre anni fa. È presente solo nella stagione più calda; lo potete osservare mentre sorvola gli assolati campi di grano, planando e volteggiando.

 

E visto che siamo in primavera, andiamo con balestruccio, rondine e rondone:

BalestrucciRondine

RondoneSpesso balestrucci e rondini vengono confusi perché simili; un buon criterio per riconoscerli e la forma della coda (a V il balestruccio e ad U la rondine) oppure il colore del piumaggio sotto il becco (nero il balestruccio e rosso-ruggine la rondine). Altro ancora il rondone, il quale è tutto nero; a Catania, per esempio su piazza Università, è pieno zeppo di rondoni.

 

Andiamo con gli aironi cinerini:

Airone cinerino

Ve n’è una coppia che nidifica al lago del mio paese, il lago Pozzillo.

 

Per non dire del fascino dei cardellini:

Cardellino

Nel periodo della nidificazione, cova e schiusa vanno sempre in coppia; proprio una di queste coppie ha nidificato nei pressi di casa mia. Vederli volare, inseguirsi, posarsi su alberi e balconi sempre assieme è un vero spettacolo. Ricordo, inoltre, che mia nonna aveva un piccolissimo roseto sul balcone e che i cardellini lì vi facevano il nido. Ella poi ingabbiava i pulcini!

 

Altro dai cardellini è il canarino:

Canarino

Si può dire che sia l’uccello-in-gabbia per eccellenza (ahilui!); tuttavia, quelli che di solito si tengono in gabbia sono di un colore solo (di solito o gialli o rossi o bianchi); quello nella foto è il canarino come lo si può trovare nelle nostre campagne.

 

Proprio di fronte casa mia, sugli alberi del cortile di dei miei vicini, allieta le mia mattine (e adesso mentre scrivo lo sto udendo) col suo bel canto un grazioso merlo:

Merlo

Ecco invece il più “musicato” degli uccelli: la gazza:

Gazza

Il suo è un volo spettacolare; raramente batte le ali, se non per cambiare drasticamente direzione. Non a caso, nel mio dialetto si chiama: cazzulavientula.

 

Il comune e arzillo passero:

Passero

Ce n’è sempre uno che va a beccare le briciole che una mia amica gli lascia sul balcone.

Il barbagianni,

Barbagianni

che a tarda sera terrorizza i suddetti passeri che nidificano sulla palme di una piazza del mio paese.

 

Il poetico (Petrarca, Keats, etc…) Usignolo:

Usignolo

 

Il verdone:

Verdone

Quando ero piccolo ne trovai uno ferito sulla soglia di casa.

 

Il pettirosso:

Pettirosso

che trovai un marzo nella scala del mio palazzo, infreddolito dall’improvvisa neve.

 

 

Infine la spiritosa cappellaccia:

Cappellaccia

che mi ricorda le esteti randagie della mia infanzia.

 

Bene, dopo questa breve carrellata, non mi resta da dire che consultare almeno wikipedia; lì è detto il necessario per ogni uccello qui menzionato.

L’uomo vivo

È pasqua… O, almeno, sic dicunt.

Dovrei uscire tra poco a farmi sbaciucchiare le guance da semi-sconosciuti, dacché qui sono tutti smaniosi di fare gli auguri.

Sono tutti credenti, o almeno, nuovamente, sic dicunt. Vabbè… Che poi siano stati i credenti ad uccidere quel tale, questo non lo pensano. Chi vuol fare il capopopolo si guardi bene dal popolo; tema i molti colui che i molti temono.

Ad ogni modo è pasqua, sic dicunt et coetera!

E allora cantiamo con Vinicio Capossela ed il suo Inno alla gioia (L’uomo vivo):

«Ha lasciato il calvario e il sudario

Ha lasciato la croce e la pena

Si è levato il sonno di dosso

E adesso per sempre

Per sempre è con noi!

Se il Padreterno l’aveva abbandonato

Ora i paesani se l’hanno accompagnato

Che grande festa poterselo abbracciare

Che grande festa portarselo a mangiare

Ha raggi sulla schiena

E irradia GIO-GIO-IA!

Le dita tese indicano GIO-GIO-IA!

Esplodono le mani per la GIO-GIO-IA!

Si butta in braccio a tutti per la GIO-GIO-IA!

 

È pazzo di Gioia

È l’Uomo Vivo!

Si butta di lato non sa dove andare

Perché è pazzo di Gioia

È l’uomo vivo

Di spalla in spalla

Di botta in botta

Le sbandate

Gli fanno la rotta

Alziamolo di peso gioventù

Facciamolo saltar

Fino a che arrivi in cima

fino al ciel

Fino a che veda il mar

Fino a che veda che bellezza è la vita

E mai dovrebbe finir

 

Barcolla,

Traballa

Sul dorso della folla

Si butta

Si leva

Al cielo si solleva

Con le tre dita

La via pare indicare

Ma nemmeno lui

Nemmeno lui sa dove andare…

Barcolla

Traballa

Al cielo si solleva

Con le tre dita

Tre vie pare indicare…

Perché è pazzo di Gioia

È l’uomo vivo

Si butta di lato, non sa dove andare

Di corsa a spasso senza ritegno

Va il Cristo di legno

Non crede ai suoi occhi

Non crede alle orecchie

Nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno

Portato a mangiare…

 

Ha raggi sulla schiena e irradia GIO-GIO-IA

Si accalcano di sotto per la GIO-GIO-IA

Esplodono le mani per la GIO-GIO-IA

Lo coprono di garofani di GIO-GIO-IA

Gioia viva Gioia viva per noi

Gioia viva Gioia viva per noi…

Di qua di là, no di qua…

Di qua, no di là… GIO-IA! GIO-IA!!

È PAZZO DI GIOIA…

È L’UOMO VIVO

Esplode la notte

In un battimano

Per il Cristo di legno

Che Cristo com’era è tornato cristiano.

Barcolla traballa

Sul dorso della folla…

Fino a che arrivi in cima, fino al ciel

Fino a che veda il mar..

Fino a che veda che bellezza è la vita

E mai dovrebbe finir…»

Due blog e un tentativo di eroismo

Prima di addentrarci nel tentativo di rimediare all’assenza che sono io me medesmo in questo periodo, è bene segnalare due blog di altrettanti colleghi.

Il primo che segnalo è di un membro del ‘circolo di Catania’ (ossia quel micromacrogruppo di colleghi sitosophici che trascorre le giornate catanesi con assurdi progetti post-pranzo); si tratta dunque della segnalazione del blog di Antonio Trovato (tra l’altro amico sin dai primi mesi universitari… Stiamo parlando della fine del 2002), esimio tanatologo e leopardista, nonché reiterato fellone e fedifrago.

L’altro è di Linda, anch’ella collega, dai modi estremamente dolci e cortesi, appassionata di musica e danza (praticava danza classica); i suoi molteplici interessi trovano riscontro e conferma nei post del suo blog, sempre diversi e ottimamente documentati.

Bene, dopo i convenienti convenevoli, dove ‘convenienti’ è da intendersi in senso antico, ossia come in qualche modo necessari, passiamo di passata su ciò che occupa la mia mente ultimamente. Ebbene, sono quasi totalmente immerso nella grecità; sto studiando storia greca ed accompagno a questo studio quello sui cosiddetti ‘presocratici’.

In particolare mi interessano i primordi del pensiero, perché a volte (anche se non sempre) ciò che è primo per tempo è primo anche per dignità e profondità. Un po’ come l’erotismo infantile.

Ad ogni modo, sono profondamente interessato all’orfismo. La lettura di Nei luoghi oscuri della saggezza di Peter Kingsley ha risvegliato in me il desiderio di sprofondare in una vita dove la filosofia riesca ad annullare i contrari ed a discendere in, appunto, quei luoghi oscuri dove, come direbbe Hegel, la filosofia abbandoni l’essere amore per il sapere per divenire infine sapere reale. È la saggezza che perseguo, la saggezza che mi fa capire che

«già una volta io fui fanciullo [koûros] e fanciulla [kóre]

e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare»

(Empedocle, D-K B 117, in G. Reale (a cura di), I presocratici, Bompiani, Milano 2006, pag. 729)

Lo scavalcamento dell’individualità spicciola, della distinzione umana da tutte le altre forme di vita, distinzione che inevitabilmente viene vista come superiorità, ebbene tale scavalcamento può prendere forma in me solo accettando la metempsicosi o la metensomatosi. Io (io che sono io-corpo, o in maniera più estesa io-mente-corpo) morirò; morte che sarà trasformazione, eterno mescersi e separarsi di natura ordinata e disordinata o al di là di questo. Ordinata o disordinata se vista da altri uomini; altrimenti sarò pura parte della Sostanza, una e molteplice, spinoziana, che è e rimane uguale pur mutando sempre.

E giunto nell’Ade canterò con Orfeo, perché lì avverrà questo:

«Troverai a sinistra del palazzo di Ade una fonte

e accanto ad essa un cipresso, bianco, diritto:

a questa fonte non accostarti troppo.

Ne troverai poi un’altra, fresca acqua che fluisce

dal lago di Mnemosine; dinnanzi, però, vi stanno le guardie.

Dovrai dire: “Di Gea sono figlia, e di Urano stellato;

io ho una stirpe celeste, e questo anche voi lo sapete;

dalla sete io sono riarsa, sto morendo; ma datemi, presto,

acqua fresca che fluisce dal lago di Mnemosine”.

Ed essi ti daranno da bere dell’acqua dalla fonte divina,

e allora con gli altri eroi tu regnerai.»

(Lamina orfica da Petelia; in Orfeo, DK B 17, in ivi, pagg. 33-35)

Perché io discendo dalla Terra (Gea) e dal Cielo (Urano) stellato; io sono da sempre in questo tutto e in questo tutto sarò per sempre e regnare con gli altri eroi mi è dato da questa consapevolezza. E ancora dirò a Persefone (la «pura regina di sotterra»):

«Vengo pura dai puri, o regina di sotterra [chtoníon],

o Eucle ed Eubuleo e tutti gli altri dèi e dèmoni,

poiché mi vanto anch’io di essere della vostra stirpe beata»

(Orfeo, DK B 19, in ivi, pag. 35).

Bene, e visto che siamo in tema di sottosuolo, mi piace citare dei versi che ricordo a memoria per averli letti al liceo sulla copertina di un quaderno di un mio compagno di classe. Non sono riuscito a recuperarli per intero neanche sul web. Dovrebbe trattarsi (ma ho bisogno di conferme) di un sonetto di Dante. Vediamo se lo ricordo per intero e con la giusta punteggiatura:

«Nel mentre ch’è trentenne, l’Eccellente

(nelle lettere regge, è legge, splende),

ben nel ventre terrestre se ne scende,

ente perenne, sede del Fetente.

 

C’è gente greve, erede del Serpente,

che fece pecche becere e tremende,

che geme e freme per veneree mende,

che perse fede e speme e se ne pente.

 

[vespe, pece, neve]… sete

… pene eterne,

e tenebre per sempre se entrerete!

 

Emerger preme nelle brezze verne

tender testè vêr belle estreme mete:

nell’etere veder le stelle esterne…».

 

Beh, niente da fare… Non riesco a ricordare buona parte dei primi due versi della prima terzina. Sarò infinitamente lieto a chiunque riesca a colmare questa lacuna.