Archivi del mese: giugno 2008

Amarezza e ridicolo

L’amarezza ed il ridicolo corrono spesso di pari passo; talché se a volte l’uno sopravanza l’altra, o viceversa, tosto chi rimane indietro s’affretta a colmare lo svantaggio. Sicché potremmo dire che al detto schopenhaueriano per cui la vita è un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, fa da giusto pendant la considerazione che la vita è un orologio le cui lancette segnano l’una l’amarezza, l’altra il ridicolo.

Cosicché le vicende della prima prova scritta degli “esami di stato” hanno dato il risultato sperato; l’esame di stato ha esaminato lo stato. Abbiamo esame di stato, ma non abbiamo stato d’esame. Avevamo “esame di maturità”; abbiamo perso la maturità d’esame. Ma ciò che non s’è dato mai è la maturità di stato; o, peggio, lo stato di maturità.

Lo stato, ad ogni modo, è stato esaminato.

Ciò che sorprende di più non è l’errore, ché, volendo, potrebbe capitare; no, non è neanche la stupefacente ignoranza, ché, volendo, potrebbe anche star-ci, ossia stare nello stato.

Ciò che sorprende è l’assenza di ogni approfondimento; la totale mancanza di ogni curiosità, di meraviglia, di stupore, di interesse.

Io leggo questa poesia di Montale;

a K.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…

mi chiedo: «chi è K.?». Al di là del fatto che sia una donna, un uomo, un cane, una pianta, un sogno. Ma chi è? Posso assegnare un compito su una poesia dedicata a qualcuno senza sapere chi mai sia? E dato lo stato di ignoranza in cui sono, posso tralasciare che a seconda di chi sia K. l’intero componimento assume un significato diverso? Può darsi che l’autore sia ironico, come lo sarà nelle opere più tarde? (No, non può darsi; ma s’è per questo non poteva neanche darsi che ci fosse un ruolo salvifico della donna; ma loro come avrebbero potuto mai saperlo?) E pure presumendo che sia una donna, chi è K.? È un’iniziale che poco ha a che fare con le donne del poeta; potrebbe dunque, essere chiunque. Ma perché, allora, non controllare?

La meraviglia conduce al filosofare; cosicché allo stato manche ogni principio primo del filosofare; è stato, non ha nessun metabolismo (nel senso della metabolè).

Cambiamo argomento…

In questi tempi avversi sto riscoprendo l’invitto Vittorio Alfieri, la fierezza, l’altierezza, la fronte ritta e lo sguardo fisso.

Mi sono innamorato (tra gli altri) di questo suo sonetto:

 

«Bieca, o Morte, minacci? E in atto orrenda

l’adunca falce a me brandisci innante?

Vibrala, su: me non vedrai tremante

pregarti mai che il gran colpo sospenda.

 

Nascer, sì, nascer chiamo aspra vicenda,

non già morire, ond’io d’angosce tante

scevro rimango; e un solo breve istante

de’ miei servi natali il fallo ammenda.

 

Morte, a troncar l’obbrobriosa vita,

che in ceppi io traggo, io di servir non degno,

che indugi omai, se il tuo indugiar m’irrìta?

 

Sottrammi ai re, cui sol dà orgoglio, e regno,

viltà dei più, ch’a inferocir gl’invita,

e a prevenir dei pochi il tardo sdegno»

 

Bene, c’è poco da aggiungere o commentare, se non il quinto e il sesto verso. La ventura aspra, amara, che ci può capitare è nascere, non già morire. La morte è l’unico evento che ci rende completamente liberi che ci può redimere dalla colpa dei “servi natali” (so che sto generalizzando e tradendo; ma chi può tradire lo faccia. Pro domo sua).

Infine, quella che ascoltate è l’inconfondibile suadenza dei Rolling Stones.

 

Una Fiaba

Come sempre, durante il periodo elettorale salta fuori qualcosa del genere… Ognuno ci mette del suo…

FIABA DEL GIAMBICO E DELLA SUA COMBRICCOLA

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Questa è una fiaba che non ha a che fare con la realtà. Fosse solo per il fatto che la realtà ha ormai superato la fantasia.

 

Non c’era una volta né mai ci sarà (perché ripeto che questa fiaba non a che fare con la realtà) un paesino arabo-bizantino chiamato MiSbuthai. La più alta carica del paese era essere eletto Giambico.

Avvenne (o meglio, non avvenne, ma facciamo finta) che, dopo un episodio simile a quello di Alice nel paese delle meraviglie[1] in cui tutti erano bagnati, per decidere chi dovesse essere il nuovo Giambico si decise di fare una gara: si tracciò a terra una sorta di cerchio e tutti si misero chi qui, chi là. Nessuno diede il via e tutti partirono lo stesso, ma chi prima e chi dopo. A un certo punto qualcuno disse: «La gara è finita». Restava il problema su chi avesse vinto. Ma se in Alice avevano vinto tutti, a MiSbuthai accadde che vinse un Giambico che fece perdere tutti.

Era costui un uomo amabilissimo, con tanti buoni propositi; ma somigliava un po’ a Pinocchio, il quale preso a tu per tu era dolce e affabile, ma quando si univa alla combriccola dei compagni si lasciava facilmente trasportare a combinare marachelle.

Cosicché, un giorno il Giambico saltò su e disse (e dovete sapere che il Giambico si chiama così perché può parlare solo per Giambi, che sono versi sempre scherzosi):

«Se non si fa come vi dico io,

che sono onnipotente come Iddio,

su cazzi amari e trunzi;

e patapinzi e patap…»

Ma fu interrotto da un grido che gli disse:

«Giambico, sono arrivati i soldi!»

Già, perché il Giambico aveva solo questo di mira: essere ricordato come colui che si portò i soldi a MiSbuthai. Per fare arrivare questi soldini, il Giambico non esitò a fare un movimento per antonomasia: saltò da qui a là.

Ma un giorno venne da lontano una piccola Cubana. Ma che ci farà, direte voi, una Cubana in un paese arabo-bizantino? Ma questa, cari signori, non è una storia che abbisogna di spiegazioni razionali; è una storia dove le cose che accadono non sono mai accadute; e quindi venne (e quindi non venne) questa piccola Cubana. Ma ci credereste che questa signorina aveva il brutto vizio di volere scrivere ciò che avvenne e quindi non avvenne?

E così, scrivendo e riscrivendo, le capitò di voler scrivere anche cose che (come tutte le cose di questa fiaba) non erano mai accadute.

Ma saltò su il vice-Giambico (eh, sì! Questi Giambici hanno la particolarità di saltare…)! Perché, dovete sapere, che il Giambico è una figura tanto importante da avere bisogno di un vice-Giambico che fa tutto quello che lui non fa. Saltò su, dunque, e prese uno strano strumento che esiste solo a MiSbuthai e che si chiama Fonoforo. Col Fonoforo si può parlare a grande distanza, ma con una particolarità forse ovvia: si parla dal buco.

Dunque il vice-Giambico parlò al Fonoforo a colui che permetteva alla piccola Cubana di scrivere e le disse (anche lui, parlando, ovviamente in vice-Giambi):

«Spenniamo la Cubana,

che ha studiato in Toscana;

e via queste terre straniere

di sigari e di bandiere!

Togliete la penna che straripa;

dategli di suo padre la pipa.»

Ma in questo strano e fiabesco paese le disgrazie non vengono mai da sole (per questo pur non esistendo assomiglia a tutto il mondo). Non c’era (o c’era; ormai mi sono confuso anch’io) una sorta di Principe Myskino. Aveva la barba come i russi, per questo lo chiamavano così. Assomigliava un po’ all’idiota del romanzo di Dostevskij[2]. Che tipo strano che era questo Principe; probabilmente era idiota perché non capiva nulla di politica, non ne aveva, come si dice, la mentalità. E cantava sempre una canzone:

«Certo bisogna farne di strada

da una ginnastica d’obbedienza,

fino ad un gesto molto più umano

che ti dia il senso della violenza;

 

però bisogna farne altrettanta

per diventare così coglioni

da non riuscire più a capire

che non ci sono poteri buoni.»[3]

Questo idiota, dunque, questo Principe Myskino fu oggetto delle mire di un’aggraziata dama. Questa fece un’abile mossa: invitò tantissimi nella Zona Libera dove si poteva fare ciò che si voleva: era come una sorta di popolo delle libertà: c’era chi ruttava, chi schiamazzava, chi minacciava, chi era persino libero di essere applaudito perché era cretino!

Ma forse non sapete che codesta dama aveva un’arma segreta! Era un cibo speciale, come nessuno era capace di farlo: era la Zippa! Succulenta, rotonda, condita, buonissima! E portati tutti alla Zona Libera, diceva (volendo imitare il parlare di Giambico e vice-Giambico; ma la letterarietà non le apparteneva, nonostante la grazia del portamento, sicché non riusciva a fare rime), dunque diceva:

«La zippa è la vivanda mia speciale:

chiude le bocche a tutti

perché li fa mangiare!».

Bene, questa è la breve fiaba di MiSbuthai; non vera come tutte le fiabe e che come tutte le fiabe, tipo Cappuccetto Rosso, ha qualcuno che mangia e qualcuno che dev’essere mangiato.

Bisogna solo notare che il Giambico e la sua combriccola avevano fatto proprio l’insegnamento di Benedetto Croce, per cui la politica deve solo badare all’utile, senza badare al giusto, giacché per questo c’è la morale.

Il problema è che l’utile è sempre utile di qualcuno in particolare; il giusto, invece, è giusto per tutti. La nostra Fiaba, con tutto il suo carico di possibilità, di “se”, di “ma”, di inesistenza, si ferma qui. Ma la realtà continua.


 


 

[1] L. Carrol, Alice nel paese delle meraviglie – Attraverso lo specchio, Garzanti, Milano 1989, pagg. 23-29.

[2] Cfr. F. Dostoevskij, L’idiota, Einaudi, Torino 1984.

[3] F. De Andrè, Nella mia ora di libertà, in Storia di un impiegato

Candidi candidati, tango e mastro puparo

Bene bene bene… Mentre dalle mie parti impazza la campagna elettorale per le provinciali, almeno si può ridere del simpatico nome di un candidato per il collegio di Acireale nella lista Sicilia forte e libera che sostiene la candidatura di Castigione. Tra i candidati consiglieri troviamo appunto Rito Greco!

Ma se qui colpa non si può ricercare se non nel detto: «Le colpe dei genitori ricadono sui figli», è invece nella lista di un candidato sindaco per Siracusa che forse sfioriamo la conclamata idiozia contemporanea. Allo stupefacente slogan: “Finalmente potrai astenerti andando a votare!” fa da giusto pendant il nome della lista: IO NON VOTO.

Se ne vedono di tutti i colori…

Invece, quella che udite è una stupenda canzone di Francesco Guccini, canzone che cito e canto spesso. Fatemi sapere ciò che ne pensate.

Per ultimo una notiziola: sono stato contattato (ed ho prontamente accettato) per far parte dello staff di una Piccola Orma. Precisamente io sarò nello staff della Piccola Orma di Acireale, in cui insegneremo ai bambini a costruire ed a mettere in scene le vicende dei tradizionali pupi siciliani.

Questo mi riempie di orgoglio, ma riduce ancora il tempo che posso dedicare al riposo… Beh, come si dice, mi riposerò da morto!