Archivi del mese: luglio 2008

Ribelliamoci ai campi di sterminio per università

Ribelliamoci! Protestiamo contro questi malandrini, mascalzoni, ladri di futuro (e chi vuole rubarci il futuro ci vuole privare del nostro dono più prezioso e sacro: il tempo).

Non è bastata l’assassina formula 3+2, adesso stanno spiegando un campo di concentramento volto a sterminare le università pubbliche italiane.

Il vademecum del bravo sterminatore delle università pubbliche è contenuto Decreto legge 112 del 25 giugno 2008, con ciò si tenta di decretare:

  1. la possibilità di trasformare un Ateneo in una Fondazione, che pertanto dovrà cercarsi da sé i finanziamenti (anche se in linea teorica i finanziamenti statali non verranno meno); tuttavia, questo farebbe sì che chi riceva più finanziamenti almeno nominalmente acquisti prestigio e potrebbe far baluginare o nella migliore delle ipotesi garantire una formazione migliore. Ma questo potrebbe comportare che le università che non trovino i fondi rimangano indietro, tacciandosi d’infamia solo perché pubbliche; inoltre i costi per iscriversi alle “prestigiose” fondazioni potrebbero lievitare, cosicché chi ha soldi può accedere a prestigio, nomea e (sempre nella migliore delle ipotesi) cultura; chi non ha soldini deve accontentarsi dell’offerta pubblica;
  2. il taglio dei fondi non è parimenti ripartito; si sceglie di finanziare solo presunti centri di eccellenza, come l’Istituto Italiano di Tecnologia (ITI) (che persino nel nome pare un annacquamento del ben diverso MIT) ovviamente perché cari al ministrello;
  3. il taglio dei fondi vede ridursi la spesa per il finanziamento universitario di ben 550 milioni di euro;
  4. il turn over viene ridotto al 20%; che detto così pare poco, ma pensate che non sarà reintegrato l’80% di quelli che vanno in pensione. Mettiamo che in un anno 5 docenti universitari vanno in pensione, ebbene se ne potrà assumere solo 1 (se ne vanno in pensione 100, solo 20!!!). Con ciò è precluso sia il rinnovamento, sia lo stimolo alla ricerca; ed in aggiunta il numero tra studenti e professori si allontanerà via via sempre più da un ragionevole rapporto. E i docenti dovranno sobbarcarsi altri corsi, oppure le facoltà dovranno ridurre le discipline d’insegnamento. La ricerca risulterebbe bloccata. Il taglio, perdipiù, riguarda anche la scuola, ad ogni livello.

 

(Questi ed altri aspetti, compresi gli articoli cui si fa riferimento, artt. 16, 17, 66, 67, 69, 74 del suddetto decreto, sono magistralmente trattati qui da Giuseppe Capuano).

 

Vediamo alcune conseguenze pratiche:

  • la Scuola Superiore Catanese, un centro di formazione di eccellenza dell’Università di Catania presso il quale ho avuto la fortuna di assistere ad alcune lezioni, verrebbe chiuso per mancanza di fondi;
  • la stessa Facoltà di Lettere e Filosofia molto probabilmente non potrebbe sostenere i costi e vedrebbe ridursi i corsi o addirittura rischierebbe la chiusura;
  • le facoltà con meno “funzioni commerciali o commerciabili” stenterebbero a trovare finanziatori; quale azienda finanzierebbe mai lettere classiche o filosofia o scienze politiche?
  • le università di tutta Italia potrebbero essere ricattate da finanziatori pubblici e privati: “io ti finanzio, però tu devi licenziare questo tizio perché pensa cose che non mi piacciono” oppure “io ti finanzio, però tu devi assumere questo mio amico o parente”. Addio libero pensiero e residuo di meritocrazia.

È importante che tutti diffondano queste notizie, che tutti si indignino per questa ulteriore mossa che vuole privarci di quanto più ci rende umani. La facoltà di pensare. Non è un caso se l’art. 33 della costituzione sancisce: «Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Con i finanziamenti privati si mette in grave pericolo l’autonomia delle università.

Oltre i link già inseriti segnalo:

questo post di Giofilo;

questa discussione su Sitosophia;

questo intervento del Prof. Alberto Biuso;

le indicazioni dell’Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari);

infine rinnovo l’appello a firmare la petizione per la Scuola Superiore Catanese.

P. S. Come speravo, almeno un risultato si sta raggiungendo, ossia si stanno moltiplicando i post e gli articoli che trattano della questione; perciò segnalo questi altri molto interessanti:

Vogliono chiudere la Scuola Superiore di Catania;

Per una valorizzazione del presente;

Morte dell’università;

questo post dove sono riportati gli interventi di Ciliberto e Tessitore.

Campanari e pittori

La filosofia, insieme al carico di mal di spalle e collo ed alle maldicenze popolari, mi ha portato anche il dono prezioso dell’amicizia; insomma, la philosophia conduce alla philia tra i sophoi.

E così, ho rivissuto l’entusiasmo di quand’ero bambino (forse metterò sul blog delle foto di quand’ero bimbo; vedrete che bell’uomo sarei potuto diventare! E invece… Ah, malasorte!) e dovevo ricevere la visita di alcuni compagnetti; divenivo ansioso ed esaltato, sempre timoroso che all’ultimo momento arrivasse la notizia che il lieto evento della visita per un qualche motivo fosse annullato. E così tale eccitazione m’ha preso esattamente una settimana fa, venerdì 18 luglio, quando dovevo recarmi vicino Biancavilla, alle Vigne. Lì, infatti, v’erano ad attendermi i gentilissimi Tommy David e Ossidia(-Valentina-Simona). Eravamo una bella accozzaglia di filosofi; dapprima, oltre i succitati, v’erano pure Davide, Giovanni e Antonio; così, passeggiando, abbiamo scoperto e scoperchiato le mandorle e tentato di rubare delle albicocche; ma poi mossi dal fatto che erano ormai marce da sani sentimenti morali le abbiamo lasciate dov’erano.

Quindi sono giunti a noi Sim, Azalais e Oblomov (ahimé, anzi, ahilui, unico matematico della serata (che poi i matematici siano non-filosofi ne dubito assai)).

Tra suonatine soft (Metallica, Iron Maiden ed Enter Sandman anziché Mr. Sandman), mimi, monopoli, vino, sangria, e tentativi di molestie e sevizie verso qualcuno perpetrate da tizi che paiono “monaci stronzi che tentano di suonare le campane” (definizione sua), abbiamo appreso che colui che dice i filosofi essere buoni e bravi a nulla, è in realtà bravo e buono in tante faccende: a cucinare, a suonare, a fare la marmellata di ciliegie, a fare le saponette!

E poi, avrete notato, abbiamo una percentuale del 100% riguardo ai blog: nove su nove dei presenti hanno un blog (vabbè… anche se quello di Sim è un Blik).

E che dire della sancita unione coniugale tra me e Davide? Non bastava Il Tempio dell’Ombra; abbisognavamo di più intimità, cosicché abbiamo condiviso il talamo; dire che abbiamo trascorso una notte da sposini è certamente esagerato, se non altro perché notte non fu: andammo a dormire alle 7 per svegliarci poco dopo le 10!

Un dato comunque è certo: i filosofi siamo bravi a rompere le scatole. Antonio confermerà. A meno che la nostra allegra scampanata pasquale non ci abbia fatto decadere ai suoi occhi del nome di filosofi!

Cambiando scollegatamente argomento, vediamo qualche opera di un mio caro amico, Salvatore Barbanera. Egli è un pittore estroso e colorato. Direte: «certo! Se non era colorato, che pittore era?». Beh, ma il suo caso è diverso; egli fa del colore, o, meglio, della vivacità dei colori un punto fermo. È come se nelle sue opere, divertenti ed ironiche, specie le ultime, non trovasse posto il dolore o la tristezza; solo una colorata e giovanile voglia di divertirsi, di arrabbiarsi, di godersi le giornate.

Ma meglio far parlare e vedere direttamente alcune delle sue tele.

In questo quadro, una ragazza che per anni è stata la sua musa guarda lontano:

Barbanera1

 

In quest’altro andiamo verso la sua produzione più recente, che si accosta al geometrico, salvando il fondersi con la natura:

Barbanera3

Una delle sue opere più recenti mostra come si dedichi anche all’astrattismo, nulla togliendo all’immediatezza ed alla vivacità dei colori:

Barbanera4

Ancora una, che crea un bell’effetto di profondità:

Barbanera2

 

Qui lo vediamo assieme ad un’altra sua opera astratta;

 Barbanera5

 

E infine due opere ironiche, simpatiche e con una piccola particolarità:

L

l

Vista la particolarità? È stato divertente, oltrecché un onore, essere “inquadrato”! E poi con un così bel panorama da ammirare!

Effetti ed affetti musicali

Lo strano effetto che la musica (si badi bene: la musica; non qualche suono o qualche rumore; bensì la musica) ha sempre risvegliato in me è paragonabile a ciò che il gusto e l’odore della madelaine provocano a Marcel Proust all’inizio della Recherche.

Così, nell’intento di farne un articolo per il Tempio dell’Ombra, ho riascoltato quest’opera stupenda. Per approfondire l’argomento rimando ancora a quest’articolo.

Ricordo forse ogni singolo ascolto di questo disco. Ricordo la prima volta; me lo prestarono e lo ascoltai la sera nel letto prima di andare a dormire. Ricordo di quando ne scrissi questi versi e li diedi ad una ragazza:

 

« Con ciliege passeggere e grappoli appannati,
d’uve segrete e nere dalle pelli boriose e fini,
perché tu che ti senti alle volte una mandria
possa indire turchini selvaggi festini.
Con curvi cieli estivi che scendono
come coperchi su te che bollivi»

(L. Battisti, Almeno l’inizio, in Hegel, Numero 1, 1994)

Ricordo di quella volta che lo ascoltai prima di andare a vedere un saggio di danza della mia fidanzata d’allora e lo cantai lungo tutta la strada dell’andata e del ritorno. E queste musiche in realtà furono ciò che avvolse quasi tutto l’idillio con quella ragazza stupenda.

E poi l’idillio finì e ne scrissi questi versi:

«Eccoci soli ancora

a piangere tra la neve

di un inferno freddo e desolato.

Rade lucerne quel lieve

cadere di fiocchi abbagliano;

hanno il sembiante di auto moderne

e il rumore

che piano s’insinua nel ghiaccio

crepandolo al peso

di un’eterna condanna nel cuore

che non sentiamo più.

Guardavi in alto ed io fissavo te:

ci separammo

mentre i cristalli sulle tue gote

non sanno, ahimè, non sanno,

tra il buio

di pallidi lampioni della notte

gelida e straniera,

il mio crudele esilio.»[1]

 

Ma oltre questo piangersi addosso, vi invito all’ascolto attento della canzone che ho inserito (ovviamente da Hegel) della quale riporto anche il testo. Buon ascolto!

 

«La voce del viso

 

Per insignificanti movimenti
tanti e tanti il volto è tutto;
e tutto sta raccolto sopra il tuo bel volto, lingua che sei straniera
e non si sa se vuoi che io ti distingua dalla mia
o se mia lingua ti finga.
Bocca di gradazioni, intera gamma,
dalle predilezioni alla maniera amara.
Bocca che mi sei cara
appena appena schiusa quando armatura in te
quella fessura è un dissuadendo le svariate forme labili d’espressione
per tentativi ed approssimazione.
Ed il tuo volto è tutto nel momento in cui,
passando sopra alla tua immagine
della quale è troppo facile dire che in superficie,
affiori l’anima passando sopra la tua immagine, invece
ci si vede intraducibile l’estraneità al lavoro. Ché il volto è tutto
ma non è del corpo, al quale pare unito.
Il corpo, contentando il senso della nutrizione
e il viso l’ascensione l’assolvenza dell’inappetenza
perché un bel volto bello se lo si può guardare è un disimparare
del mondo questo e quello.
Così ci s’innamora di un viso in cui
l’estraneità lavora. Il corpo segue,
come un testimone casalingo e familiare
di questa apparizione,
in su la cima. Quest’opera sensibile:
il tuo volto che si manifesta ed è
oltre l’ordine della natura.
E come tutti i portenti tende a scomparire
più cerchi di tenerlo a mente e nelle spire
dei ritrovamenti portentosi.
E la voce del viso allora nemmeno
ricorre ai miracoli
non un riso, un pianto,
non una smorfia densa d’oracoli.
Ma dà senso quella voce a un solo volto che sotto il mio
rotola, si ferma e freme, alle mie mani preme
perché lo riporti in cima,
in vetta al suo sistema dei piaceri.
Secondo un canone, un precetto ed una disciplina
che inumidisce i capelli e per discrezione stende
un velo di madore sulla pelle.
Ti spadroneggia allora il tuo godio,
disincantato in quanto,
più è restio al racconto lenitivo,
al riassunto giulivo. E non è riso appunto
e non è pianto il tuo perché il racconto è il riso e pianto il suo riassunto.
Sul viso la sintassi non ha imperio, non ha nessun comando»

 


 

[1] Se trascrivo questi versi qui è perché li ritengo di scarso valore poetico; ma certo i lettori mi scuserranno se non voglio sbottanarmi. Se ciò che li ha ispirati era vero dolore, tuttavia codesti versucoli non ne rendono altro che il sentimentalismo, senza riuscire a svelarne l’essenza. E in ciò falliscono come poesia.