Archivi del mese: settembre 2008

Fine dell’estate. Il testamento.

Finalmente è finita, questa estate per cui tutti smaniano. Il mare, la nullafacenza, le vacanze, la gente allegra senza motivo, il rilassamento, tutti che escono, le femmine con le panze di fuori… Che schifezze!
Ma sì, cosa importa! Bien vivre, bien manger, bien foutre!!!
Finalmente è finita, dunque, e si ricomincia ad agire in maniera serrata (ciò che in sintesi vuol dire: ricomincia il mal di spalle).
Come avrete notato, ho allargato questo blog; non ne potevo più di quel coso stretto e lungo (il primo che fa una battuta oscena vince un palloncino); da 700px che era l’ho portato a 1000; ho allargato le due colonne laterali ed ho dato margini al testo principale. Spero risulti più leggibile e meno sgorbio.
Vi annuncio che a breve vi sarà una riapertura in grande stile de Il Tempio Dell’Ombra; vi anticipo solo che ci sarà una lotteria a premi e chi la vincerà avrà l’onore di trascorrere una giornata intera con il Tempio e il Dell’Ombra; e se vincerà una femminella potrà passare anche la notte con noi. (Vabbè, non è vera la storia della lotteria; ma pareva brutto annunciare una riapertura e poi non anticipare nulla; e poi se qualche femminella vuole passare una notte nel Tempio, beh, sempre a disposizione… ) (Per il Dell’Ombra non posso garantire, ma non penso manco lui si tiri indietro! ) (L’ultima emoticon ricalca una foto del Dell’Ombra nel giorno della sua laurea specialistica).
Della Giornata Studio del 2 ottobre ho già dato notizia nel post precedente. Spero accorriate numerosi; sarà, a mio avviso, uno tra gli eventi filosofici di più alto spessore che si sia visto in Sicilia negli ultimi tempi; sia per il tema trattato, sia, soprattutto, perché è raro vedere e sentire studiosi di tale portata che trattano di tale tema in uno stesso incontro.
Io, come al solito, leggo, se non da morire, almeno da mal di spalle. Sto leggendo Don Chisciotte (mi mancava) e procedo nella traduzione di Primeval Man; altre letture occasionali sono le poesie di Poe, uno dei miei primi amori letterari; lo leggevo addirittura alle scuole medie, se non qualcosa, mi pare di ricordare, in quinta elementare.
Avevo promesso a tale fantomatica Regina di scrivere un post sulla maschera; un post non l’ho scritto, ma ne ho accennato qualcosa qui.
Bene, mi pare che un po’ di parole si sono accumulate e questo post sembra quantomeno non-vuoto.
Approfitto di questa ventata di buona volontà (senza pace in terra agli uomini; ma tanto, chi se ne fotte) per inserire il testo e my own personal traduction della canzone che state ascoltando. Si tratta, for the second time in this blog di un capolavoro di Geroges Brassens, segnatamente di Le testament, una canzone malinconica, ironica e anche profonda, densa di pensiero; insomma, è una poesia cantata.  

Le testament

Je serai triste comme un saule

Quand le Dieu qui partout me suit

Me dira, la main sur l’épaule :

“Va-t’en voir là-haut si j’y suis. “

Alors, du ciel et de la terre

Il me faudra faire mon deuil…

Est-il encor debout le chêne

Ou le sapin de mon cercueil ?

Est-il encor debout le chêne

Ou le sapin de mon cercueil ?

S’il faut aller au cimetière,

J’ prendrai le chemin le plus long,

J’ ferai la tombe buissonnière,

J’ quitterai la vie à reculons…

Tant pis si les croque-morts me grondent,

Tant pis s’ils me croient fou à lier,

Je veux partir pour l’autre monde

Par le chemin des écoliers.

Je veux partir pour l’autre monde

Par le chemin des écoliers.

Avant d’aller conter fleurette

Aux belles âmes des damné’s,

Je rêv’ d’encore une amourette,

Je rêv’ d’encor’ m’enjuponner…

Encore un’ fois dire: “je t’aime”…

Encore un’ fois perdre le nord

En effeuillant le chrysanthème

Qui est la marguerite des morts.

En effeuillant le chrysanthème

Qui est la marguerite des morts.

Dieu veuill’ que ma veuve s’alarme

En enterrant son compagnon,

Et qu’ pour lui fair’ verser des larmes

Il n’y ait pas besoin d’oignon…

Qu’elle prenne en secondes noces

Un époux de mon acabit :

Il pourra profiter d’ mes bottes,

Et d’ mes pantoufle’ et d’ mes habits.

Il pourra profiter d’ mes bottes,

Et d’ mes pantoufle’ et d’ mes habits.

Qu’il boiv’ mon vin, qu’il aim’ ma femme,

Qu’il fum’ ma pipe et mon tabac,

Mais que jamais – mort de mon âme!

Jamais il ne fouette mes chats…

Quoique je n’ai’ pas un atome,

Une ombre de méchanceté,

S’il fouett’ mes chats, y’a un fantôme

Qui viendra le persécuter.

S’il fouett’ mes chats, y’a un fantôme

Qui viendra le persécuter.

Ici-gît une feuille morte,

Ici finit mon testament…

On a marqué dessus ma porte :

“Fermé pour caus’ d’enterrement. “

J’ai quitté la vi’ sans rancune,

J’aurai plus jamais mal aux dents :
Me v’là dans la fosse commune,
La fosse commune du temps.
Me v’là dans la fosse commune,
La fosse commune du temps.

Il testamento

Sarò triste come un salice

Quando il dio che dappertutto mi segue

Mi dirà, la mano sulla spalla:

«Và a vedere là in alto se ci sono».

Allora, del cielo e della terra

Mi farà fare il mio lutto…

È ancora in piedi la quercia

O l’abete della mia bara?

Se si deve andare al cimitero

Prenderò il cammino più lungo;

farò la tomba cespugliosa,

lascerò la vita a rinculo…

tanto peggio se i beccamorti mi sgridano,

tanto peggio si mi credono matto da legare,

voglio partire per l’altro mondo

per il cammino degli scolari.

Prima di andare a contare i fiorellini

Alle belle anime dei dannati,

sogno ancora un piccolo amore,

sogno ancora di inzerbinarmi[1];

ancora un volta dire: “Ti amo”,

ancora una perdere la bussola

sfogliando il crisantemo

che è la margherita dei morti.

Dio vuole che la mia vedova si disperi,

seppellendo il suo compagno,

e per farle versare delle lacrime

non c’è bisogno di cipolla…

Che ella prenda in seconde nozze

Uno sposo della mia stesso tipo;

potrà approfittare delle mie collezioni,

delle mie pantofole e dei miei abiti.

Ch’egli beva il mio vino, che ami la mia donna,

che fumi la mia pipa e il mio tabacco,

ma che giammai, morte dell’anima mia!,

giammai maltratti i miei gatti…

Sebbene non avrò neanche un atomo,

un ombra di cattiveria,

se maltratta i miei gatti, c’è un fantasma

che verrà a perseguitarlo.

Qui giace una foglia morta,

qui finisce il mio testamento…

Si scriva sulla mia porta:

“Chiusa a causa di sepoltura”.

Lascio la vita senza rancore,

non avrò mai più mal di denti:

vado là, alla fossa comune,

la fossa comune del tempo.

 


[1]Il testo originale dice m’enjuponner, che significa,letteralmente, “ingonnarmi”, perché jupon è gonna; tuttavia nel significato comune si intende ‘perdere il senno per una donna tanto da divenire suo schiavo’; è quel che da noi si dice di qualcuno che è diventato ‘uno zerbino’, pertanto ho scelto, alquanto infelicemente, ‘inzerbinarsi’. Ogni suggerimento è, dunque, bene accetto.

 

 

Il fatto fisico

Ascolto e leggo in questi giorni; e scrivo. E ciò che scrivo, leggo e ascolto mi conferma la mia natura per cui, per dirla con Nietzsche, v’è qualcosa di inappagato e inappagabile.

Questo blog si chiama: Il vagabondo del pensiero. Era nato per ridere ed era nato ridendo; chi mi conosce sa che raramente il riso mi abbandona.

E mi trovo, dunque, confermati i miei vagabondaggi; ciò che mi sta comodo oggi, mi andrà stretto domani. Ho sempre la tentazione di andare ramingo e solitario; poi, per fortunato, ci penso e rido di me stesso.

Così, nell’ironico e profondo Gaber, trovo un conforto teatrale (forse un giorno, da qualche parte, scriverò sul fatto che a mio modo di vedere non si possa dare, di questi tempi, altro pensare che non sia sulla scena).

Non avevo incubi da troppo tempo; stanotte finalmente ne ho avuto uno riguardante il cibo. Un senso di nausea mi afferra tuttora e mi sto dovendo sforzare per mangiare.

Ecco, nella canzone fisiologica di Gaber trovo il dilemma e la soluzione degli incubi: si tratta del “fatto fisico” accennato alla fine di questa canzone.

 

 

Il signor G dalla parte di chi

 

Mi creda io sono un padre moderno,

conosco i ragazzi e i loro problemi…

Signora marchesa, latte o limone?

Son quasi le cinque, è l’ora del tè…

È un buon elemento, farà molta strada,

e poi ci sa fare, ha il senso del dovere…

Dovevi giocare, il sette di fiori,

poi andare dal “morto” e fare l’impasse

Miei cari signori, dal nostro bilancio

risulta opportuno ridurre le spese…

È molto importante, si serve col ghiaccio,

due parti di vodka e una di gin…

È un ottima barca, mi sembra un affare,

accetti un consiglio, ci pensi avvocato…

Pensavo a mio figlio, ho fatto di tutto,

ma lui se n’è andato, ma lui se n’è andato…

 

Rivoluzione, rivoluzione, rivoluzione, rivoluzione…

 

La voglia di andare, la voglia di reagire,

con tanto coraggio, con tanta paura!

 

La voglia di fare e di ricominciare,

con tutta la rabbia, con tutto l’amore!

 

Basta! Basta!

Basta con i discorsi di evoluzione e di libertà!

Basta! Basta!

Basta coi miti assurdi di produzione e di civiltà!

La radio, il giradischi, la televisione a prezzi speciali!

No!

Il frigo, gli elettrodomestici e poi la macchina presa a cambiali!

No!

 

Con tutta la rabbia, con tutto l’amore!

con tutta la rabbia, con tutto l’amore!

con tutta la rabbia, con tutto l’amore!

 

Dalla parte di chi? Beh, solo per il fatto che sono giovani hanno ragione per forza… Il fatto è che poi io in fondo mi domando: me ne importa poi tanto di queste cose? Mah… No, non voglio fare il discorso… il discorso che sono fuori, no… È chiaro, quando ci penso, col cervello me ne importa; ma io dicevo dentro, proprio, di queste cose, per la mia vita, come fatto fisico… ah… avrei voglia di prender su la famiglia, di andarmene un po’ in campagna… Poi dicono che uno si siede… Non è che uno si siede…