Archivi del mese: gennaio 2009

Il tempo ritrovato

Se mi chiedessero adesso un motivo per cui varrebbe la pena di nascere; o, meglio ancora, se fermo restando che il meglio sarebbe non essere nati mi obbligassero in qualche modo a venire al mondo e mi dessero almeno la possibilità di scegliere in quale periodo vorrei nascere; ebbene, senza dubbio scegliere di nascere non prima del 1930 per un unico motivo: avrei modo di leggere l’opera di Proust. Non è un’esagerazione.
Ieri sera ho ultimato la lettura del settimo romanzo: Il tempo ritrovato. Nel letto, prima di addormentarmi, mi chiedevo come avessero fatto gli uomini (o quantomeno i cosiddetti letterati) a vivere senza la Recherche. Anche qui, non esagero e tenterò brevemente di chiarirne il perché.
Ho scritto qualcosina su ciascuna delle sei parti precedenti:

Mi piace, inoltre, segnalare quanto ne scrive Davide Dell’Ombra sul suo sito.
Anch’io, pressappoco come Davide, sono (stato) colto dall’irrefrenabile desiderio di sapere tutto su Proust e della sua vita; della sua vita, intendo, che combacia con l’opera pur differendo da essa. Così mi sono messo in testa di voler ricostruire (certo, non adesso) tutte le parentele e le relazione dei personaggi di Proust; so che sarà già stato fatto e non dovrebbe essere difficile trovarlo; ma lo voglio fare da me, per gustarmi il piacere di sviscerare il mondo proustiano nei meandri così sapientemente tessuti.
Il tempo ritrovato è il romanzo dell’istinto, dell’intuizione folgorante che dovrà essere colta, trattenuta, oltrepassata per essere espressa così come è. Quell’istinto, quell’intuizione è il Tempo.
Il romanzo si apre dove s’era concluso quello precedente, ossia con le passeggiate assieme a Gilberte Swann; a breve la Grande Guerra spazzerà via tutto; Proust e, in seguito, la duchessa di Guermantes (l’ormai invecchiata Oriane) si rendono conto che è morto un intero mondo, è stata spazzata via una cultura. La Guerra porterà via al Narratore l’amico Robert Saint-Loup, marito di Gilberte Swann. La morte del caro amico si intreccia coi ricordi dell’amata Albertine; è solo una spia dell’intuizione finale per cui tutte le esistenze sono intrecciate inestricabilmente.
Sarà dopo la guerra che Marcel avrà l’intuizione, quando recandosi ad una festa dalla duchessa di Guermantes sarà letteralmente bombardato da ricordi involontari; questo volta, però, a differenza di quando fu con la madeleine, non vorrà lasciarli fuggire e cercherà di scoprirne la causa, di capire perché proiettassero il presente nel passato e viceversa e gli dessero una gioia e una pienezza altrimenti impossibili. Un gradino, il rumore di un cucchiaino, il titolo di un libro fanno nascere dentro di lui l’opera, come qualcosa di preesistente; le sensazioni sono talmente dense che si giunge a non temere più la morte:

Basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente ed abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall’ordine del tempo. Ed è comprensibile che questi creda nella propria gioia, anche se non sembra logicamente possibile che il semplice sapore d’una madeleine contenga le ragioni di tale gioia, è comprensibile che la parola “morte” non abbia più senso per lui; situato fuori dal tempo, cosa mai potrebbe temere dal futuro?
(M. Proust, Il tempo ritrovato, in Alla ricerca del tempo perduto, Vol. IV, Mondadori, Milano 1993, pag. 550)

Tuttavia la paura della morte lo assalirà nuovamente quando si sarà precisato il compito dell’opera e la salute comincerà a vacillare; ormai si può dire che vivrà solo per l’opera perché è l’opera che vive in lui. Quegli attimi sottratti dal tempo dovranno, però, essere inseriti nella vita e nei suoi mutamenti, ossia nel Tempo. La percezione di ciò gli sarà data da due immagini (molto care al professore Biuso): alla festa della duchessa, Marcel si ritrova immerso in quella mondanità da cui mancava da molto; non riconosce, dapprincipio, quasi nessuno, perché era come se tutti avessero indossato delle maschere; l’altra immagine, con la quale si concludono il romanzo e l’intera opera, è quella dei trampoli:

Adesso capivo perché il duca di Guermantes, di cui, guardandolo quando era seduto su una sedia, avevo ammirato quanto poco fosse invecchiato sebbene avesse sotto di sé tanti anni di più di quelli che avevo io, non appena si era alzato e s’era sforzato di reggersi in piedi aveva vacillato su due gambe malferme [...] e non era poi riuscito ad avanzare che tremando come una foglia sulla poco praticabile cima dei suoi ottantatre anni, come se gli uomini fossero appollaiati su viventi trampoli che aumentano senza sosta sino a diventare, a volte, più alti di campanili, sino a rendere difficili e perigliosi i loro passi, e da cui improvvisamente precipitano.
(Ivi, pagg. 760-761)

Il fascino de Il tempo ritrovato, però, sta anche nello svelare il senso dell’intera opera, di farci capire l’importanza, per esempio, di Swann e del fatto di essere, come titola il primo romanzo Dalla parte di Swann. È da lui, infatti, che in qualche modo è dipesa ed è stata indirizzata tutta la vita del Narratore; Swann gli ha parlato di Balbec, dove ha conosciuto Albertine e Saint-Loup; della figlia di Swann si è per la prima volta innamorato; Swann ha costituito il modello per il suo amore e ha contribuito al suo gusto artistico. Da una parte Swann, dall’altra i Guermantes. Per questo, dunque, la figlia di Gilberte Swann e di Robert Saint-Loup (che è un Guermantes) fa un effetto prodigioso a Marcel; ella rappresenta la congiunzione di tutte le fila dell’esistenza del narratore (sarà definita “la ‘stella’ di un crocevia dove convergono strade che vengono [...] dai punti più disparati”; ivi, pag. 738). Non è dunque un caso che sarà l’ultima conoscenza di cui il Narratore di parla; è il compimento della trama dei suoi giorni.
Infine (tentando di giustificare quanto affermavo in apertura), mi piace concludere con la seguente citazione:

Ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità [...].
(Ivi, pag. 596)

Pertanto, mi chiedo come si sia potuto vivere prima senza conoscere la verità assoluta, perché fuori dal tempo e nel tempo, che è l’opera di Proust.

Cateno, catena e Platone

La cagnolina Minù, nera, piccola e dolcissima, com’è venuta così se n’è andata. Non che sia morta, per tutti gli dèi; abbiamo semplicemente dovuto restituirla a chi ce l’aveva affidata. Tra gli strani casi di questa vicenda ve ne sono due degni di nota: il primo è che ho acquistato il biglietto per il concerto di Vinicio Capossela; l’altro è che ho finalmente potuto riparare la bicicletta. Da qui arriveremo a discorrere di Platone.
S’era inceppata la catena. Alcune maglie s’erano bloccate e dunque, mentre pedalavo e con mia grande pena e incazzatura, saltava e scattava, spezzando la fluidità delle pedalate. Cosicché, non esco in bici dall’inizio dell’estate dello scorso anno. Dovendo, giovedì mattina (ossiaduegiornifà) restituire Minù la cagnoletta approfittai di un passaggio di mia sorella e consorte, dovendomi però sobbarcare l’andare all’Auchan sulla via del ritorno. Fu lì che scorsi uno smagliacatena, ossia questo oggettino:

Smagliacatena

Il suo utilizzo consiste nel togliere il giunto (un piccolissimo cilindretto metallico) che tiene unite le maglie; ma assolve pure alla funzione contraria, ossia permette di inserire il suddetto giunto per unire le suddette maglie. Acquistai pure una catena nuova di zecca (o di cateneificio) che purtroppo per me (e per le mie tasche) si rivelò pressoché inutile. Difatti era una catena per MTB ossia per Mountain-Bike ed io posseggo una bici da strada (quella da corsa, con il manubrio ricurvo, per capirci; su per giù come nell’immagine).

Su per giù la mia bici

Scoprii, difatti, che le maglie della catena della MTB sono impercettibilmente più corte di quelle della bici da strada; cosicché su centootto maglie la differenza si nota ed è come se la catena della bici da corsa sopravanzasse della lunghezza di una maglia quella della MTB, pur essendo dello stesso numero. Niente da fare. Catena nuova da buttare, dopo due giorni di tentativi; catena vecchia da riparare, dunque, e riparata stamattina.
Mi sono un po’ ri-scoperto meccanico (ho cambiato una camera d’aria, regolato i freni e registrato il cambio) e ciò mi ha fatto riflettere su due punti: il primo è che i pitagorici del VI-V sec. a.C. erano ‘meccanici’, difatti alcuni di loro erano richiesti dai tiranni di alcune città (per esempio da Dionisio I di Siracusa) perché abili costruttori ed inventori di armi; il secondo è un pensiero a cui sono giunto tempo fa e che ho ritrovato ne La repubblica (ecco il promesso Platone). Si tratta, insomma, del fatto che i filosofi, per ciò che ne penso, non abbiano qualcosa in meno degli altri, bensì qualcosa in più (preciso che non sto facendo una classificazione valoriale; poniamola, per comodità, da un punto di vista strettamente quantitativo); quando, negli anni addietro, qualcuno mi diceva che mi occupavo troppo di ‘cose astratte’ (personalmente non ho mai visto ‘cose astratte’) e poco di tagliare legna, sistemare un motorino o una macchina, ragioneria e affini, io rispondevo: «Ma queste son cosette facili a farsi, ci vogliono due minuti per imparare e praticarle; la differenza è che io le ho fatte e quando ne ho bisogno ne son capace (lo dimostra ora, per esempio, che ho riparato la bicicletta). Tu invece quando mai hai provato a leggere, a scrivere o a filosofare?».
È quanto ne dice grosso modo Platone nel nono libro de La repubblica:
«Socrate: Ti sembra che un uomo avido, se si mette a imparare l’essenza della verità, sia più esperto del piacere che si trae dalla conoscenza di quanto il filosofo sia esperto di quello che si trae dal guadagno?
Glaucone: Tutt’altro! Perché l’uno, il filosofo, deve inevitabilmente gustare fin dall’infanzia gli altri piaceri, mentre l’uomo avido, quando si accinge a imparare cosa sono le essenze, non è affatto sicuro di gustare e sperimentare la dolcezza di questo piacere; anzi, malgrado ogni sforzo, ciò gli risulterà difficile.
[...]
Socrate: E a paragone dell’ambizioso? Forse che il filosofo conosce il piacere che si trae dall’onore molto meno di quanto costui conosca il piacere che si trae dalla riflessione?
Glaucone: Ma se ognuno dei due giunge al proprio scopo, l’onore tocca a entrambi: infatti molti onorano sia i ricchi sia i coraggiosi sia i sapienti, sicché tutti costoro conoscono il piacere che si trae dell’onore, nei limiti del possibile. Invece nessuno, se non il filosofo, può gustare il piacere che si trae dalla contemplazione dell’essere
» (Platone, La repubblica, 582 a-c, trad. di G. Lozza).
Avrei voluto scrivere anche di altro, riguardo La repubblica, ossia del mito di Er, di quella che oggi definiremmo eutanasia, dell’educare i bambini col gioco. Il post, tuttavia, è già lunghetto e la buona educazione della rete, una sorta di ‘codice non scritto’ dei blogger, vuole che i post non siano eccessivamente lunghi. Per pigrizia e compiacenza mi ci adeguo; sperando di aver colpito e spinto al commento almeno un filosofo.

Autoincensamento e fiori blu

I giorni che passano e vengono (sembrando forti sospiri anali) com’è ovvio e ripetitivo dire portano miserie e splendori, bombe su Gaza e anno della fibra vegetale, gioie e frustrazioni, successi che paradossalmente si collocano sulle spalle facendole dolere e risultano più atroci che benefici. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
Ed un pensiero in particolare va alla mia cara amica Ambra, che forse non leggerà mai queste righe, che forse se le leggerà penserà che sono il solito lamentone e che forse sopporterà ancora le mie lamentele riuscendo a rinnovare il mio sorriso. (Ed ovviamente a colei della quale non si può parlare e perciò si deve tacere).
Chiuso questo breve introito dallo sciatto romanticume, il mio sfrenato e idiota narcisismo mi spinge ad un invito; ché pure non dovrebbe spingermi qui, se non fosse idiota, giacché ciò a cui vi invita potrebbe demolire quel briciolo di impressione positiva che forse qualche malaccorto lettore aveva raccolto. Ma è idiota; e dunque mi spinge ad invitarvi alla lettura di questa mia pseudo-auto-bio-grafia. E visto che di auto-incensamenti si tratta, vi segnalo pure la mia ultima fatica recensoria.
Bene, mi sono elogiato abbastanza, per essere ancora le ore 13.
Andiamo a noi (anche se non ce n’eravamo allontanati neanche per un momento). Le vacanze natalizie, insieme a squallidi languori, hanno portato freddo, mal di spalle e vino. Ho letto, anche se non molto, o almeno non come avrei voluto. Segnatamente, il libro che ho recensito, ossia Misteri e magia nella filosofia antica di Peter Kingsley; I fiori blu di Raymond Queneau; per imprecisati motivi trascorro l’oretta serale a letto prima di dormire trastullandomi con La Reupubblica di Platone; infine ho letto e cominciato a tradurre An enquiry into the nature and place of Hell di Tobias Swinden (vi chiederete chi mai sia; domanda più che legittima), testo la cui traduzione dovrebbe essere la mia tesi.
Giusto per provare a voi ed a me stessi che sono un attento lettore e che ho davvero letto I fiori blu, anche se dato il libro sarebbe bello ed altrettanto proficuo averne soltanto sognato la lettura, ebbene, mi piace citarne uno dei tanti passi. Il romanzo è collocato tra due sogni; i due personaggi principali sognano ogni notte l’uno dell’altro. Cidrolin vive sulla sua chiatta eternamente ancorata e che si chiama “Arca”; il Duca d’Auge vive episodicamente ogni 175 anni; episodi che, tra crociate, grotte con geroglifici di cui egli è l’autore, presa della Bastiglia, si concluderanno con l’incontro dei due nel 1964 e con la partenza del Duca sull’”Arca” mentre avviene un nuovo diluvio universale. Lo stile di Queneau è memore del surrealismo giovanile; la resa italiana di Calvino è impareggiabile. Il mito percorre la storia come un sogno, la sta a guardare mentre si svolge e si crede importante; infine salpa, alla ricerche di nuove terre. Fine della storia? Nuovo inizio? Non c’è dato sapere.
Nel XIII secolo il Duca chiede al capellano Onesiforo Biroton cosa pensa del linguaggio degli animali. Questi gli risponde che «è ben lungi dall’essere universalmente ammesso che Adamo con la sua colpa abbia trascinato nella caduta il mondo animale. I più eminenti teologi contestano questo punto. E d’altronde, dato che non vi son dubbi che non presero parte alla costruzione della torre di Babele, nulla vieta ch’essi si comprendano tra loro» (R. Queneau, I fiori blu, Einaudi, Torino 1995, pag. 32).
Su base mitica, dunque, gli unici a non comprendersi sono gli esseri umani; cosiccome gli animali, ma già si sapeva, non possono peccare. A mio modo di vedere, all’abusata ed orrenda convinzione per cui gli uomini (che non sarebbero animali) possono peccare perché sono liberi (solo loro, in quanto non-animali), potremmo affiancare almeno un paio di costatazioni:
1) premettendo che credo ad una ferrea necessità cui è sottoposta anche questa cosa sgorbia che è l’essere umano, in base ai ragionamenti sopra riportati non potremmo mai sapere se anche gli animali siano liberi e però abbiano compiuto scelte diverse dalle nostre;
2) di solito si ritiene che chi non comprende sia stupido; allora avremmo che l’animale razionale sia stupido, perché non si comprende; gli (altri) animali invece sarebbero intelligenti, giacché nulla vieta ch’essi si comprendano.
Qualcuno potrebbe obiettare che nessuno ha detto che gli uomini non si comprendono; ma il riferimento a Babele è chiaro.
Insomma, l’unico animale fesso è l’uomo, in qualunque verso si giri la frittata, anche sulla base di queste ebreetitudini che parrebbero porre l’uomo come astro luminoso del firmamento terrestre.
Bene, bene, bene… Mi pare che anche stavolta io abbia sbloggerato a sufficienza. Spero che Sim non si basisca e che abbia colmato almeno un po’ l’eventuale mancanza di Ossidia.
Vi lascio con un’altra citazione da I fiori blu, sperando di incitarvi alla lettura e che tutti possiamo porci la domanda finale:
«No, non torneranno più. Che me ne viene? Sono appena partiti ed è tanto se mi ricordo di loro. Eppure esistono, meritano d’esistere, non c’è dubbio. Non torneranno più a smarrirsi nel labirinto della mia memoria. È stato un incidente senza importanza. Ci sono sogni che si snodano come incidenti senza importanza, cose che nella vita ad occhi aperti neppure se ne riterrebbe il ricordo, eppure ti occupano al mattino quando li afferri mentre si spingono in disordine contro la porta delle palpebre. Avrò sognato?» (Ivi, pag. 14).