Il tempo ritrovato

Se mi chiedessero adesso un motivo per cui varrebbe la pena di nascere; o, meglio ancora, se fermo restando che il meglio sarebbe non essere nati mi obbligassero in qualche modo a venire al mondo e mi dessero almeno la possibilità di scegliere in quale periodo vorrei nascere; ebbene, senza dubbio scegliere di nascere non prima del 1930 per un unico motivo: avrei modo di leggere l’opera di Proust. Non è un’esagerazione.
Ieri sera ho ultimato la lettura del settimo romanzo: Il tempo ritrovato. Nel letto, prima di addormentarmi, mi chiedevo come avessero fatto gli uomini (o quantomeno i cosiddetti letterati) a vivere senza la Recherche. Anche qui, non esagero e tenterò brevemente di chiarirne il perché.
Ho scritto qualcosina su ciascuna delle sei parti precedenti:

Mi piace, inoltre, segnalare quanto ne scrive Davide Dell’Ombra sul suo sito.
Anch’io, pressappoco come Davide, sono (stato) colto dall’irrefrenabile desiderio di sapere tutto su Proust e della sua vita; della sua vita, intendo, che combacia con l’opera pur differendo da essa. Così mi sono messo in testa di voler ricostruire (certo, non adesso) tutte le parentele e le relazione dei personaggi di Proust; so che sarà già stato fatto e non dovrebbe essere difficile trovarlo; ma lo voglio fare da me, per gustarmi il piacere di sviscerare il mondo proustiano nei meandri così sapientemente tessuti.
Il tempo ritrovato è il romanzo dell’istinto, dell’intuizione folgorante che dovrà essere colta, trattenuta, oltrepassata per essere espressa così come è. Quell’istinto, quell’intuizione è il Tempo.
Il romanzo si apre dove s’era concluso quello precedente, ossia con le passeggiate assieme a Gilberte Swann; a breve la Grande Guerra spazzerà via tutto; Proust e, in seguito, la duchessa di Guermantes (l’ormai invecchiata Oriane) si rendono conto che è morto un intero mondo, è stata spazzata via una cultura. La Guerra porterà via al Narratore l’amico Robert Saint-Loup, marito di Gilberte Swann. La morte del caro amico si intreccia coi ricordi dell’amata Albertine; è solo una spia dell’intuizione finale per cui tutte le esistenze sono intrecciate inestricabilmente.
Sarà dopo la guerra che Marcel avrà l’intuizione, quando recandosi ad una festa dalla duchessa di Guermantes sarà letteralmente bombardato da ricordi involontari; questo volta, però, a differenza di quando fu con la madeleine, non vorrà lasciarli fuggire e cercherà di scoprirne la causa, di capire perché proiettassero il presente nel passato e viceversa e gli dessero una gioia e una pienezza altrimenti impossibili. Un gradino, il rumore di un cucchiaino, il titolo di un libro fanno nascere dentro di lui l’opera, come qualcosa di preesistente; le sensazioni sono talmente dense che si giunge a non temere più la morte:

Basta che un rumore, un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, ed ecco che l’essenza permanente ed abitualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offerto. Un istante affrancato dall’ordine del tempo. Ed è comprensibile che questi creda nella propria gioia, anche se non sembra logicamente possibile che il semplice sapore d’una madeleine contenga le ragioni di tale gioia, è comprensibile che la parola “morte” non abbia più senso per lui; situato fuori dal tempo, cosa mai potrebbe temere dal futuro?
(M. Proust, Il tempo ritrovato, in Alla ricerca del tempo perduto, Vol. IV, Mondadori, Milano 1993, pag. 550)

Tuttavia la paura della morte lo assalirà nuovamente quando si sarà precisato il compito dell’opera e la salute comincerà a vacillare; ormai si può dire che vivrà solo per l’opera perché è l’opera che vive in lui. Quegli attimi sottratti dal tempo dovranno, però, essere inseriti nella vita e nei suoi mutamenti, ossia nel Tempo. La percezione di ciò gli sarà data da due immagini (molto care al professore Biuso): alla festa della duchessa, Marcel si ritrova immerso in quella mondanità da cui mancava da molto; non riconosce, dapprincipio, quasi nessuno, perché era come se tutti avessero indossato delle maschere; l’altra immagine, con la quale si concludono il romanzo e l’intera opera, è quella dei trampoli:

Adesso capivo perché il duca di Guermantes, di cui, guardandolo quando era seduto su una sedia, avevo ammirato quanto poco fosse invecchiato sebbene avesse sotto di sé tanti anni di più di quelli che avevo io, non appena si era alzato e s’era sforzato di reggersi in piedi aveva vacillato su due gambe malferme [...] e non era poi riuscito ad avanzare che tremando come una foglia sulla poco praticabile cima dei suoi ottantatre anni, come se gli uomini fossero appollaiati su viventi trampoli che aumentano senza sosta sino a diventare, a volte, più alti di campanili, sino a rendere difficili e perigliosi i loro passi, e da cui improvvisamente precipitano.
(Ivi, pagg. 760-761)

Il fascino de Il tempo ritrovato, però, sta anche nello svelare il senso dell’intera opera, di farci capire l’importanza, per esempio, di Swann e del fatto di essere, come titola il primo romanzo Dalla parte di Swann. È da lui, infatti, che in qualche modo è dipesa ed è stata indirizzata tutta la vita del Narratore; Swann gli ha parlato di Balbec, dove ha conosciuto Albertine e Saint-Loup; della figlia di Swann si è per la prima volta innamorato; Swann ha costituito il modello per il suo amore e ha contribuito al suo gusto artistico. Da una parte Swann, dall’altra i Guermantes. Per questo, dunque, la figlia di Gilberte Swann e di Robert Saint-Loup (che è un Guermantes) fa un effetto prodigioso a Marcel; ella rappresenta la congiunzione di tutte le fila dell’esistenza del narratore (sarà definita “la ‘stella’ di un crocevia dove convergono strade che vengono [...] dai punti più disparati”; ivi, pag. 738). Non è dunque un caso che sarà l’ultima conoscenza di cui il Narratore di parla; è il compimento della trama dei suoi giorni.
Infine (tentando di giustificare quanto affermavo in apertura), mi piace concludere con la seguente citazione:

Ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L’opera è solo una sorta di strumento ottico che lo scrittore offre al lettore per consentirgli di scoprire ciò che forse, senza il libro, non avrebbe visto in se stesso. Il riconoscimento dentro di sé, da parte del lettore, di ciò che il libro dice, è la prova della sua verità [...].
(Ivi, pag. 596)

Pertanto, mi chiedo come si sia potuto vivere prima senza conoscere la verità assoluta, perché fuori dal tempo e nel tempo, che è l’opera di Proust.

7 pensieri su “Il tempo ritrovato

  1. La sua iperbole iniziale diventa mano a mano una semplice constatazione.
    Ovvia almeno per chi abbia letto la [i]Recherche[/i] e l’abbia sentita vibrare nella propria esistenza (non è detto che accada sempre).
    Quest’uomo riscatta la specie, l’Opera giustifica l’esserci, davvero.

  2. Sì, professore, ha ragione; non è detto che accada sempre, anche Proust ne era cosciente. Ma in coloro in cui accade è un rinnovamento dell’esistenza, quasi una redenzione.
    L’assolutezza proustiana è tale perché entra nell’esistenza, ossia nel connubio inseparabile di mente e corpo; è tempo ed astrazione dal tempo.
    La mia iperbole iniziale la sento come mia personalmente ed assolutamente vera.
    La ringrazio, perché è anche grazie a Lei che ho letto Proust. Probabilmente lo avrei fatto lo stesso, come Marcel avrebbe vissuto ugualmente senza Swann; ma le cose accadono secondo una ferrea necessità.

  3. Caro Tommy, compralo in libreria (ad esempio alla Villaggio Maori quando sei a Catania)!

    Piuttosto, anche io debbo la lettura di Proust al Prof. Biuso e per questo lo ringrazio. Anche per me, la lettura di Proust ha significato la lettura del mondo, la sua inutile e narrata bellezza senza significato al di là di quello che ne ricordiamo.

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