Archivi del mese: marzo 2009

Tre Vie

In un breve passo di Reality di Peter Kingsley, passo che ho tradotto per Il Tempio Dell’Ombra (scusate la malsana pubblicità, tuttavia m’ammanto di narcisismo poeticheggiante), s’accenna alla identificazione dell’oltretomba, del regno degli inferi, con la biforcazione stradale; giungere all’oltretomba, in definitiva, è giungere davanti ad un bivio. Senonché, tale luogo è indicato con la parola greca trihodos, che Kingsley traduce con three-ways e che io ho reso con ‘tre vie’.
Con stupore e rimanendone completamente affascinato ho subito pensato che qui nel mio paesello, questa sordida, dolce e amara Regalbuto, v’è un luogo che si chiama appunto Contrada Tre Vie; esso comincia appunto con un bivio (adesso divenuto quadrivio; ma sempre di crocicchio si tratta, di Kreuzweg, luogo ove si riteneva si incontrassero le streghe). Posseggo un terreno da quelle parti, ora vi abitano i miei zii, vi stanno trasferendo l’asl, ci sono le nuove abitazioni popolari e, segno ultimo e distintivo, la Contrada Tre Vie adesso sta pian piano cominciando ad essere sostituita con la dicitura “Via Lago Pozzillo”.
Qualche tempo fa, tuttavia, fino a quand’ero piccolo, era un luogo proprio fuori dal paese; ricordo che mia nonna mi raccontava la leggenda per cui nel bivio di Tre Vie (Tribbii, nella sua lingua) se per caso ti trovavi a passare a mezzanotte comparivano quattro cavalieri, i quali ti richiedevano il permesso del re e se tu non lo avevi ti uccidevano, ossia ti conducevano nell’oltretomba. Che meraviglia! Il luogo chiamato Tre Vie, che per l’appunto è un bivio, a mezzanotte, ora infera per eccellenza, presidiato da cavalieri che ti conducono nell’oltretomba se non hai il riconoscimento del re di questo mondo. Chissà quante intersecazioni, sovrapposizioni e quant’altro si sono mischiate: il bivio, l’Etna che da quei luoghi si vede meglio che altrove a Regalbuto, il nome che chissà a quanto risale.
Adesso a mezzanotte in quel bivio l’unico presidio che si può trovare è qualche posto di blocco dei carabinieri, che ti richiedono patente e libretto. Forse in definitiva non è cambiato nulla; altro comfort allora, altro sconforto, direbbe Montale. Ma ogni epoca ha la sua poesia, i suoi miti, i suoi lasciapassare; l’altro mondo, adesso, l’oltretomba, è solo una multa, o se va proprio male, il viaggio d’iniziazione dell’alcol o delle droghe si può tradurre in una notte in caserma, degno regno infero, di cui gloriarsi e narrare al ritorno.
L’Etna è ancora lì, per fortuna non l’hanno spostata e fino a poche settimane fa faceva da pendent al candore dei mandorli in fiore; i cavalieri adesso sono sbirri. Ed il re, ahinoi, epoca grama, corrisponde al nome di Silvio Berlusconi.

Vinicio Capossela: solo show

Tra i nascondigli offerti dalle pieghe dello spazio (che poi è questo a dividerci e non il tempo), vi s’era intrufolata la mia carissima amica Clara; solo un colpo di magia, una trazione dal cilindro, un gioco di prestigio di Capossela poteva scardinare lo spazio, stirandolo, proprio in senso letterale, come fanno le casalinghe con le camicie.
Concerto di Capossela a sorpresa assieme a Clara, che non vedevo da un anno e forse più: cosa poter chiedere di meglio?
Tuttavia ho sbagliato, dacché ho parlato di concerto. Io detesto i concerti, non mi piacciono, non ero mai andato a vederne (o sentirne) uno, non possiedo l’esaltazione della ritualità collettiva, neppure nella sua veste (spesso pseudo) musicale. (Ma altro discorso, ovviamente, per la musica ‘colta’, ammesso che quella di Capossela non lo sia).
Solo show: mai titolo fu più azzeccato; l’ultimo suo album si chiama Da solo; ma il gioco di parola fa si ché esso significhi anche qualcosa come ‘puro spettacolo, soltanto show’. Capossela ha inventato un nuovo genere (almeno, per quel che mi risulta, nessuno prima ha fatto qualcosa simile); potremmo definire questa sua invenzione, richiamandoci al teatro-canzone di Gaber, come circo-canzone. Non sono andato ad un concerto, bensì ad uno spettacolo circense musicale. Andiamo con ordine.
Lo spettacolo può essere suddiviso in due parti, precedute da un prologo. Difatti, mezzoretta prima dell’inizio dello show dal Metropolitan sono usciti il Mago e Brazilla (veramente una ragazza stupenda!), ad intrattenere brevemente con piccole danze col fuoco e ad annunciare lo show di Capossela con megafono.

Mago e Brazilla - Foto di Sciapa

Giunti dentro, il mago diventa gigante e sui trampoli passa nel corridoio ed annuncia l’inizio dello show. Comincia dunque la prima parte, con Capossela seduto all’organo (che “ha 2000 canne ma non stona mai”) mentre canta Il gigante e il mago. La canta quasi tutta, fermandosi prima della strofa finale, per un motivo che si rivelerà alla fine.
Questa prima parte, ammettiamolo, si trascina tra alti e bassi; alcune canzoni sono proprio maltrattate, come per esempio Una giornata perfetta. Vinicio scorda alcune parole, si confonde, pare quasi annoiato e io stesso ho avvertito un po’ di disagio. Non mancano tuttavia momenti forti e toccanti, come quando canta Vetri appannati d’America e Orfani ora (canzone, quest’ultima, che non prediligo, a differenza dei più, ma che dal vivo ha acquistato intensità). I colpi migliori sono le battute di Capossela, i suoi travestimenti e balletti, la sua istrioneria. La prima parte, dunque, è stata un concerto; ma, che si vuole, dietro ci stanno le logiche di mercato, la promozione dell’ultimo album, il tour e cose del genere.

Il paradiso dei calzini

Durante la pausa si esibiscono il Mago e Brazilla, deliziosi e simpatici, con giochi di prestigio, cabaret dei vecchi tempi e Brazilla che è un capolavoro da vedere in slip e top.
E’ tuttavia con la seconda parte dello spettacolo che si toccano vette mai raggiunte prima, che lo spettacolo acquista totalità e splendore, che Vinicio si scatena e il Metropolitan quasi viene giù dalle urla e dagli applausi. Io stesso, che di solito non applaudo e detesto lo scrosciare delle mani, mi sono quasi spellato a forza di appluadire!
Si comincia con la stupenda Bardamù, si passa per I pagliacci, ci si diverte con Canzone a manovella, con Medusa cha cha cha e così via. Ciò che dà il valore aggiunto è il contorno: le luci, la gabbia montata al centro del palco che vedrà rinchiusi i vari freaks, quelli che “Noè ha dimenticato di portare sull’arca”, i personaggi e le situazioni, i simboli e le occasioni che popolano le canzoni di Capossela e che si concretizzano comparendo e rinchiudendosi nella gabbia. E lui, trasformista e istrione, ora ammiraglio ora con la coda di balena, ora morte ora becchino (nella Marcia del camposanto), ora minotauro ora scimmia. E l’apice, quando entra l’uomo vivo, trascinato a forza sul palco, legato da una camicia di forza, appeso in alto per i piedi a testa in giù e durante l’apoteosi de L’uomo vivo (Inno alla gioia), quando anche le mummie metropolitanensi si alzano e schiamazzano e saltano, deve liberarsi dalla camicia di forza! E ancora a impazzire e a farci mordere dalla tarantola con Il ballo di san Vito!

La gabbia

Stremati dalle urla si riconquista la calma a fatica, ci si concede una sognate e malinconica I pianoforti di Lubecca, poi si presenta tutta l’orchestra, infine si riprende Il gigante e il mago dove la si era interrotta. Tutti abbandonano il palco, lasciando ‘da solo’ Capossela che canta l’ultima strofa, e conclude con una battuta uno spettacolo che è stato anche politico, zeppo di frecciatine al “futuro presidente della repubblica”, di riferimenti a luoghi di Catania (acchianata i San Giuliano, il Nevskij, la pescheria…), di proverbi e modi di dire siciliani:

E i tamburi stanno zitti
e la grancassa tace
ma i tuoi bambini non lo sanno
e continuano a giocare
chiudi gli occhi e non sai quanto
quanto a lungo puoi durare
chiudi gli occhi e ti ritrovi
col gigante e il mago…

E si ficiru i ficu!

Sipario!

Beethoven il jazzista

Quando d’ora in poi, per caso, tra le tante vie indefinite e imprevedibili del mondo, mi chiederanno: «Secondo te chi mai fu l’inventore del jazz?», ebbene io risponderò seccamente: «Beethoven». Perché? Semplicemente per via di questo passaggio che propongo, tratto dal secondo movimento, Arietta: adagio molto, semplice e cantabile. Tema e variazioni, della sonata per pianoforte n.32 in do minore, op. 11; ascoltate:

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Del resto, di questa sonata parla abbastanza diffusamente anche Thomas Mann nel Doctor Faustus; l’organista Kretzschmar si interroga sul perché Beethoven non compose il terzo tempo di questa sonata:

- Un terzo tempo? Una nuova ripresa… dopo questo addio? Un ritorno… dopo questo commiato? – Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva “la sonata” non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato – quel cenno d’addio del motivo re-sol sol, confortato melodicamente dal do diesis, era un addio anche in questo senso, un addio grande come l’intera composizione, il commiato dalla Sonata.
(T. Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano 1996 pag. 61)

P.s. Un ringraziamento a Giofilo (ma anche a Tommy David) che mi ha aiutato a capire come si inserisce un brano musicale su wp.