Archivi del mese: settembre 2010

Hanno vinto di nuovo

È inevitabile. Fini pronuncia quelle parole pesanti come un macigno, caricandole sulle spalle di tutti noi. Sulla dubbia moralità di quest’uomo non ho mai avuto dubbi, al contrario di chi in quest’ultimo periodo ha pensato che si fosse ravveduto e che fosse veramente interessato alle condizioni di noi disoccupati, precari, ignoranti, poveri, miserabili, insomma di noi italiani. Ditemi quel che volete, ma non mi fiderò mai di uno che per sedici anni ha sguazzato (e continua a farlo) nel berlusconismo (certo, anche tanti volponi del Pd lo fanno, sebbene in maniera indiretta). Da qualche parte ci sarà di sicuro qualcuno che ha stilato un elenco delle leggi-porcheria che i vari governi Berlusconi hanno approvato nel corso di questi lunghi e disastrosi anni con l’appoggio e il beneplacito di Fini.
Tuttavia, l’amarezza e lo sconforto di oggi sono dovuti a qualcosa di diverso. Pochi minuti fa ho sentito la frase di Fini che in parte ho riportato all’inizio: “Votare la fiducia a Berlusconi è inevitabile”. (Potremmo anche chiederci perché sia inevitabile. Il termine è tanto estremo da non trova alcuna giustificazione: è inevitabile perché altrimenti il mondo finisce? Stando ai termini, la fiducia è evitabile. Basterebbe non votarla.) La frase mi ha fatto avvertire la certezza penetrante che hanno vinto di nuovo loro, tutti loro, tutti i berlusconiani e Berlusconi in testa. Hanno vinto, per l’ennesima volta. Mi rimbomba in testa una domanda troppo retorica per sembrare plausibile; starebbe bene in una lettera di Jacopo Ortis: quante volte deve morire questa repubblica italiana?
Hanno infangato la sua immagine, quella di sua moglie e di suo cognato. Lo hanno svergognato, ricattato, sputtanato. Lo stesso ha fatto lui (anche tramite Bocchino) con Berlusconi. Lo hanno sbattuto nudo in prima pagina su un quotidiano nazionale. Lo hanno umiliato, considerato disonesto o in alternativa un babbeo che si fa prendere per il naso da un cognatino. (Noto per inciso: quando il ‘metodo Boffo’ fu applicato allo sventurato da cui prese il nome, e tra l’altro senza particolari proteste nemmeno da parte di santa madre chiesa, i finiani stavano zitti zitti; ora il ‘metodo Boffo’ d’improvviso non va più bene.) Cos’altro dovevano fare? No, non gli importa di nulla. Al presidente della Camera non importa degli italiani, non importa della sua dignità, non importa della sua famiglia. Al presidente della Camera importa solo non uscire dai giochi politici; importa avere un po’ di tempo per organizzare il partito; importa andare ancora appresso a Berlusconi. Perché, a quanto dice, è inevitabile.
Stamattina discutevo con un mio amico di un noto imprenditore delle mie parti. Costui trattiene parte degli stipendi degli operai, li paga una miseria. A volte ne licenzia un po’, tanto per smaltire gli eccessi. Qualcuno s’è pure suicidato. Ogni tanto alcuni provano a ribellarsi; o perdono il posto o rientrano nei ranghi. Eppure sono tanti i leccaculo che lo difendono, che si fanno in quattro per lui, che ricevono una paga misera come tutti gli altri e vengono trattati pure peggio. Lo fanno così, perché dargli fiducia, a quanto dicono, è inevitabile.

Ridi, pagliaccio

I pagliacci fanno ridere, non fanno innamorare. (Lo dissi a una mia amica che, per tutta risposta, rise. Non mi stupisce: nell’ultimo dei Diapsalmata, Kierkegaard narra un sogno: si trovava al cospetto degli dèi; questi gli chiesero se avrebbe voluto la giovinezza, l’amore di una bella donna, la bellezza, il potere, qualche tesoro; egli disse di voler vivere sempre con il riso accanto. Gli dèi non proferirono alcunché, ma scoppiarono in una fragorosa risata. Non sarebbe stato peggio, chiosa Kierkegaard, se gli dèi avessero risposto seriamente: «Sei stato esaudito»?)
Sartre sentenziava che l’inferno sono gli altri. Non l’ho mai creduto; ciascuno è il proprio inferno, così come secondo Platone ciascuno sceglie il proprio demone. Il demone è il δαίμων, che per certi versi potremmo tradurre come carattere; eppure una traduzione più suggestiva potrebbe essere destino. Il δαίμων è il punto esatto di tangenza tra la perfezione del moto circolare celeste e la retta terrestre dei mortali: il destino e il carattere, la necessità e la contingenza. Non a caso il ‘demone’, secondo la maniera tradizionale d’intenderlo, è qualcosa a metà tra il dio e l’uomo.
(Noto per inciso, perché voglio sia chiaro, che rifuggo da ogni religione o trascendenza; il mio modo di esprimermi è puramente metaforico, ossia – artistico.)
Da quanto detto, risulta chiaro che non si sfugge al proprio demone, poiché non si può sfuggire a se stessi — mai, in nessuna circostanza. L’unica fedeltà esistente è la fedeltà a chi meno lo merita — la propria persona. È una fedeltà fanatica e cieca, peggio di quella di un cane verso il proprio padrone.
Per ricondurre il discorso all’incipit, mettiamo che il proprio demone sia la buffoneria pagliaccesca. Il caso è interessante, perché entrano in gioco l’innamoramento e l’arte. Poniamo il problema in termini filosofici: la circolarità celeste, la necessità dell’arte quale punto di tangenza ha con la retta dei mortali, con la contingenza dell’innamoramento? Come si configura questo δαίμων?
La figurazione fissa i problemi filosofici, e al contempo li lascia dileguare. Potremmo dire: li ri-solve. La figura che possiamo contemplare riguardo al nostro tema è il vagabondo di Charlie Chaplin. La faccenda ci è sbattuta in faccia in tutta la sua urgenza e violenza (esistenziale, certo, ma tant’è) ne Il circo. Il pagliaccio per natura, il pagliaccio che fa ridere solo quando ne è inconsapevole, si innamora della figlia del padrone. Prevedibilmente, la ragazza si innamora dell’acrobata. Tutto è già tracciato, tutto è già deciso in partenza. Quando il pagliaccio fa ridere, l’innamoramento con tutti i suoi fastidi svanisce. Quando il pagliaccio mostra i suoi sentimenti, non fa ridere più, non serve a nulla. Se il pagliaccio prova a vestire i panni dell’acrobata, ne è solo la parodia, è assalito dalla scimmie, sembra quasi dover fare la fine del funambolo nietzscheano. Ovviamente, alla fine rimarrà solo; la scena è così cruda da far avvertire una sorta di solitudine cosmica. Ma quasi seguendo il precetto di Cristo, il vagabondo si scuote la polvere dai calzari, e addio agli sposi felici. A ciascuno la sua solitudine, anche in due.
D’altro canto, l’unica via d’uscita per il pagliaccio è sottrarsi a ciò che comunemente chiamano ‘realtà’ (la gente adora simulacri). In Tempi moderni vi è un perpetuo eludere tale cosiddetta realtà, che nel mondo contemporaneo coincide con l’economia. I macchinari, i bisogni economici, gli scioperi: il pagliaccio è semplicemente alieno da tutto ciò. Se si presta ai giochetti della modernizzazione, o impazzisce o viene gettato in gattabuia. Tuttavia, la solitudine viene squarciata. La monella, ladra per fame, genuina come i bambini e capace di guardare al mondo anche per il pagliaccio, è il punto di tangenza tra arte e vita, tra necessità e contingenza. Per una volta, almeno, arte e vita si toccano; ma c’è chi deve essere capace di vedere tutto ciò. In ogni caso, scuotendo o meno la polvere dai calzari, il pagliaccio tira avanti, all’alba, sorridendo.

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Postilla critica. Ragionare sul rapporto tra arte e vita dopo Wilde e, soprattutto, Nietzsche sembra sterile, se non addirittura superbo. Abbiamo assodato che l’esistenza e il mondo sono fenomeni estetici. Quando mi chiedono perché fumo, dico che il sigaro o la sigaretta è un’appendice estetica, e lì mi fermo. I discorsi intorno all’arte sono noiosi e inutili.
Con la cosiddetta ‘morte dell’arte’, espressione che sta a significare la nostra impossibilità di fruire immediatamente le opere d’arte poiché non rivestono più l’importanza totalizzante che avevano in altre epoche, abbiamo capito che per comprendere l’arte bisogna parlarne, bisogna concettualizzarla, dato che ormai l’arte (seguo il paradigma hegeliano) è più dalla parte del concetto che del senso. Orbene, credo sia giunto il momento di re-imparare a tacere (ovvero di lasciare risuonare il dire oltre il concetto). Non parlare di arte, bensì fare arte. Anche in filosofia (e a tal proposito rimando a questo breve testo tratto dal programma della Hochshule für Gestaltung di Sloterdijk e Groys). In ultima analisi, risuoni il monito nietzscheano, ripetuto allo sfinimento da Carmelo Bene: bisogna essere dei capolavori.