Archivi del mese: marzo 2011

Faccende paesane

Quanto più lo spazio è limitato, tanto più le cose si notano. L’universo è uno spazio infinito o che si espande infinitamente; per questo è come se ci fosse il nulla, tanto poco si notano le cose. Il paese, invece, ha dei limiti troppo ristretti, tutto si nota e fa scalpore: lo scandalo è affaraccio paesano (e l’Italia, il bel paese, è zeppa di scandali). Ciò che è accaduto qua in questi giorni, la polemica carnevalesca, è una faccenda da paesanazzi.

Per certi versi, la libertà ha un solo limite: la costrizione. Io sono libero fino a quando qualcuno o qualcosa non mi limita. Posso esercitare la mia libertà come e quanto mi pare. Poniamo, se non infrango la legge, nessuno mi può venire a dire di non fare qualcosa (e in certi casi è addirittura bene infrangere la legge).

Tuttavia, questa concezione di libertà, oltre a essere ambigua e monca, è pure povera. L’esaltazione libertaria si scontra con la domanda: che me ne faccio? Come l’individualismo, una libertà siffatta è incapace di guardare oltre il proprio naso. L’invito nicciano ad essere liberi per qualcosa e la domanda di Lenin («Libero con chi?») s’incontrano, sono quasi la stessa cosa. Allora mi chiedo cosa mai sia più importante, se il reclamare la libertà sacrosanta di fare tutto quello che mi pare e piace oppure l’evitare di fare qualcosa che offende (anche se non riesco a coglierne appieno il motivo) moltissime persone. (E tuttavia resta pur sempre il fatto che noi non abbiamo mai cercato di impedire a nessuno di fare ciò che vuole, mentre qualcuno ha proposto di punire quel che abbiamo fatto noi. E forse lo squilibrio sta tutto e solo qui.)

Il gioco non varrebbe la candela, se una libertà che non mi porta alcun vantaggio mi impedisse di collaborare per cose che ritengo importanti, qualunque sia il motivo dell’impedimento.

La trascendenza mi è sempre importata poco. Ciò che mi trascende, proprio per definizione, è oltre me. Dall’alto dei cieli non mi guarda nessuno, lo spazio è immenso e la cosa che sono si riduce a nulla; la trascendenza non mi riguarda. Mi è stato chiesto se credo che Gesù sia figlio di Dio; ho risposto di no e che comunque non lo ritengo importante. Anche se lo fosse non mi cambierebbe nulla, non cambierei modo di vivere. Lo stesso vale per i miracoli: anche se ne vedessi uno o ci credessi, come mai potrebbe cambiare il mio modo di campare? Dovrei guadagnarmi il paradiso solo perché crederei che Gesù sia il figlio di Dio e allora dovrei compiacerlo? Ma questa sarebbe meschinità, se non leccaculismo.

Mi interessa collaborare e costruire quel poco di buono di cui sono capace con chiunque sia disposto a darmi un po’ di corda (magari anche quando sarà l’ora d’impiccarmi). La polemica sterile e paesanazza mi interessa pochissimo, tanto poco che starò più attento a non invischiarmici di nuovo.

C’è un tipo di discussione che però mi interessa molto. Angelo Plumari ha scritto in proposito. Potete leggere qui la sua lettera.

Angelo è un mio caro amico; come sempre ha centrato alcuni punti con intelligenza e profondità. Mi ha colpito soprattutto la conclusione, dove ringrazia per il dibattito che abbiamo aperto nella realtà preconfezionata. Mi ha colpito perché ci ho pensato anch’io. Mi sono posto tante domande. Alcune scontate, altre sciocche. Forse la domanda che più mi preme rivolgere a tutti quanti (e la rivolgo con l’ingenuità propria dei bambini quando chiedono il perché di tutto) è questa: ci voleva una buffonata per farci parlare di Gesù? Ma poi, di questo Gesù, ne stiamo davvero parlando ora o parliamo solo di quanto qualcuno si è offeso e dell’intangibilità della chiesa?

Quando a carnevale chiedevamo perché le donne non possono essere papa, quasi nessuno ha risposto. Quando travestito da Gesù citavo frasi dei vangeli e chiedevo cosa ne pensavano, molti sorridevano e andavano via, tanti altri mi dicevano che a carnevale non bisogna pensare a queste cose. Ditemi: quando bisogna riflettere su Gesù? Quando è offeso u Signuruzzu? Oppure solo negli antri bigotti di una sacrestia? E se portassimo per le strade la povertà, anziché cacciarla via? E se ci vestissimo tutti come Gesù con una tunica e una bisaccia? E se tenessimo a mente che i ricchi (siamo quasi tutti ricchi e la chiesa è ricchissima) non sono graditi nel regno dei cieli? Avremmo tempo per pensare a come ci sentiamo offesi? Avremmo tempo per badare a quattro giovinastri che si divertono, anche ammettendo l’esagerazione, a carnevale?

Rifuggo da qualsiasi tipo di religione, anche da quella atea. Cerco compagni per la mia libertà. Da solo non ci voglio stare.

Infine, credo abbia ragione Angelo Plumari. Ci si è fatto del male per una divinità; il che, in ogni caso, esista o non esista, è la cosa più sciocca che si possa fare.

O j ty Galju, Galju molodaja

«Ci pensò su un attimo e intonò una canzone cosacca che conoscevo per averla sentita spesso in Ucraina, quella il cui ritornello fa, così allegramente, O, i ty Galja, Galja molodaja… e che racconta l’atroce storia di una fanciulla rapita dai cosacchi, legata a un pino per le lunghe trecce bionde e bruciata viva. Era magnifica. L’uomo cantava, con il viso levato verso di me: gli occhi, di un azzurro scolorito, brillavano dolcemente attraverso l’alcol e la sporcizia; le guance, invase da una barba rossastra, tremavano; e la voce di basso arrochita dal cattivo tabacco e dal bere saliva chiara e pura e ferma e cantava una strofa dopo l’altra, come se non avesse dovuto fermarsi mai. I tasti della fisarmonica gli ticchettavano sotto le dita. Sulla banchina l’agitazione era cessata, la gente lo guardava e lo ascoltava, un po’ stupita, anche quelli che poco prima lo avevano trattato duramente, catturati dalla semplice e incongrua bellezza di quella canzone. [...] Dietro di me, sulla piattaforma, molti soldati, erano usciti dagli scompartimenti per ascoltarlo: sembrava che non finisse mai, dopo ogni strofa ne attaccava un’altra, e non volevamo che smettesse. Poi finì e senza nemmeno aspettare altre offerte continuò a camminare verso il vagone successivo, e intanto sotto i miei stivali la gente si disperdeva o riprendeva le sue attività o la sua attesa.» (J. Littel, Le benevole, tr. it. di M. Botto, Einaudi, Torino 2008, pag. 332).

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