Archivi del mese: dicembre 2012

Cinquantatré libri

In fondo, a cosa servono gli esami, le lauree, i concorsi? A farti leggere di meno. Sembrano fatti apposta. Manuali, saggetti, quiz. Quando va bene è poca roba e ti resta tempo per leggere altro; quando va male ti devi sorbire pagine e pagine inutili e brutte, da rileggere più volte. I libri non si mangiano, è vero; ma tanto spesso quelli che ti fanno leggere fanno cacare.

Così, quest’anno ho letto solo 53 libri. Già. Ma uno l’ho scritto io (chissà con chi) e in un altro c’è ben più del mio zampino.

Quest’anno ho letto solo 53 libri perché ho dovuto studiare per le prove del TFA. È presto detto: 53 libri forse non sembrano pochi, ma l’anno scorso, il 2011, libero dalla costrizione di farmi dire dagli altri cosa leggere, ne ho letti 70. Nel 2009, anno in cui ho scritto la tesi di laurea, ammontarono a soli 29. Quod erat demonstrandum.

Qualità, non quantità — direte. Bah, quantità e qualità, se posso.

Non leggo quasi mai libri brutti. Questo mi consola parecchio, quantomeno non è tempo sprecato. (E nemmeno soldi buttati al vento.) Come di consueto, ecco i libri che ho carnalmente amato di più durante quest’anno.

  • G. Anders, L’uomo è antiquato. In realtà sarebbe due volumi, scritti a distanza di più di vent’anni. Tuttavia, è in particolare il primo volume a essere straordinario, a penetrare la realtà, a comprenderla fino al fondo delle sue possibilità con uno sguardo tanto tagliente quanto lucido. Un libro essenziale per capire la nostra epoca; ma capire un’epoca è capire i tratti essenziali e immutabili dell’umanità.
  • A.M. Ripellino, Poesie prime e ultime. Un poeta meraviglioso, un vero e proprio acrobata della nostra lingua. I suoi versi sono a tratti birboni, ora malinconici ora spensierati. Credo che sia uno dei poeti più grandi degli ultimi tempi.
  • G. Anders, La catacomba molussica. Romanzo ctonio, si svolge in una segreta di Molussia, dove due prigionieri (maestro e allievo) si tramandano racconti e ragionamenti per resistere al totalitarismo. Prototipo del romanzo distopico, rimasto a lungo inedito, è un’opera affascinante, inquietante e divertente. Un vero e proprio manuale di sopravvivenza in qualsiasi tipo di società totalitaria.
  • S. Kierkegaard, Briciole di filosofia e soprattutto l’imponente Postilla conclusiva non scientifica alle “Briciole di filosofia”. Condensare in due righe l’indescrivibile bellezza di queste opere è davvero difficile. Proprio per questo rimando a quanto ne avevo scritto qualche tempo fa.
  • F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Risulterei banale a dire che è una delle cose più belle che abbia mai letto. Commuove fino alle lacrime, ma c’è dentro una passione che brucia, fatta di tensione religiosa, aggressività, istinto sessuale, bellezza. C’è una vita, un mondo che brulica, narrato con una maestria che lascia stupiti, tanto è chiara e profonda. L’episodio de Il grande inquisitore è semplicemente la perfezione che si fa scrittura.
  • A.M. Ripellino, Praga magica. Può una città suscitare un amore tanto profondo? Ogni rigo di questo libro sembra quasi vergato col sangue, tanto è il sentimento che traspare. Assieme allo sfoggio di una cultura immensa, Ripellino mostra anche qua un uso meraviglioso della lingua. È un funambolo innamorato di una città, e vi corre sopra sospeso sulla propria corda lirica.
  • M. Sgalambro, La morte del sole. Le letture di quest’anno si sono chiuse in bellezza. La stessa con la quale voglio chiudere anche questo post: «Il peso del pensare si avverte a volte insopportabile e si vorrebbe allontanarlo, cacciarne la desta presenza che rumina come se l’affare non fosse suo. Come se tutto ciò non si svolgesse a spese della singola vita a cui si accompagna e che fa a pezzi. Ma esso continua insaziabile e, a chi ne avverte il peso, ma nello stesso tempo l’impossibilità di fermarlo, appare come una sostanza, come qualcosa che non ha bisogno d’altro per esistere, come favoleggiò Descartes… Poi stanchi, spenti, senza più forza alcuna né desiderio, subentra una quiete inerte dove appena appena guizzano i riflessi più elementari. Una sorda tristezza per il destino che si subisce nolenti incupisce. Ma tosto l’attenzione si desta di nuovo, un ricordo o qualcosa che colpisce – e non si sa da dove viene –, e si ricomincia. Il mostro si guarda attorno sbavando di piacere e anche nell’uomo più comune azzanna, colpisce, come se fosse qualcos’altro da lui, e le cose più consuete e più care vengono travolte perché esso passa come un uragano e nulla si salva dal pensiero.»

De fine mundi

Finis mundi non timenda, sed speranda.

Melancholia

La fine del mondo non è da temere, ma da sperare.

Se è lecito coltivare ancora qualche speranza nella vita, anzi fuori dalla vita, allora voglio coltivarne solo una: che il mondo finisca. Senza astio né patemi, senza sentirmi particolarmente infelice, non mi dispiacerebbe che il mondo finisse; o comunque mi dispiacerebbe meno di una sua continuazione. Non credo a profezie, a preveggenze, a studi catastrofisti, a dottrine o sistemi che cercano di mostrarci l’andazzo. Il mondo continuerà, sebbene non possiamo dire né come né per quanto, se non per approssimazioni più o meno probabili rispetto al futuro prossimo.

Meraviglia delle meraviglia, per chi ancora non lo sapesse: il mondo non è la terra. E molto probabilmente il mondo finirà ben prima della terra. Da che mondo è mondo, sappiamo che il mondo esiste per gli essere umani — forse addirittura solo per alcuni esseri umani che si fregiano d’essere occidentali, mentre gli altri animali (e forse gli uomini non occidentali) hanno solo la terra. L’occidente – si badi bene – non è una categoria geografica, bensì culturale, ammesso che una forma di dominio economico-finanziaria possa essere definita ‘cultura’.

La fine del mondo, ossia la fine della forma di dominio occidentale, è una speranza.

La fine del mondo non implica la scomparsa dell’essere umano. Mi sembra di scorgere che per un attimo alcuni lettori abbiano assunto un’espressione più distesa. Ma per dispetto gliela guasto subito: coltivo la speranza che l’essere umano finisca, si estingua, svanisca nel nulla. A volte mi balena un pensiero felice: che di noi, di noi esseri umani, non resti alcuna traccia; che un qualche dio pietoso cancelli ogni nostro ricordo, così, con un semplice schiocco di dita o con una parolina ben pronunciata; che non rimanga nulla della nostra presenza, non un quadro, una sinfonia, una busta di plastica, un mattone. Niente di niente. Come se non fossimo mai esistiti. Di motivazioni per questo mio pensiero felice ne ho a bizzeffe; ma le lascio alla vostra cortese immaginazione.

In un film tremendo, con una trama così semplice che ne sarebbe potuta risultare un’opera insulsa e come tante, ma dalla quale Von Trier ha saputo trarre un capolavoro, si dice che the earth is evil — la terra è cattiva. Il pianeta Melancholia si scontrerà con la terra, distruggendola. Ma tanto meglio; chi sa le cose può uscirsene con “la vita sulla terra è cattiva” e dato che essa è l’unica vita nell’universo ne segue che è la vita tout court ad essere cattiva. Se la terra, teatro della vita, svanirà, nessuno ne sentirà la mancanza.

Non sto portando alcuna argomentazione a sostegno di quanto dico. Non mi importa. La domanda fondamentale della filosofia non troverà mai una risposta; oppure la troverà sempre diversa, una per ogni singolo essere umano che ha la sventura di calcare questa terra. “Perché l’essere e non piuttosto il nulla?”. Non lo sappiamo. C’è capitata la nascita e ormai siamo qui a giocarcela, forse anche a godercela, per certi versi. Perché l’essere e non piuttosto il nulla? Non lo sappiamo; ma non sempre fila tutto liscio.

Adesso la domanda muta forma: perché volere l’essere e non piuttosto il nulla? Io voglio il nulla. Che poi questo nulla sia cosa diversa dalla vita e della morte è altra questione. Magari si potrà affrontarla in un altro post. Certo, sempre nella malaugurata ipotesi che la vita sulla terra si ostini a continuare.

Sulla promessa scout

B16 è su Twitter. Al passo coi tempi… C’è da morire dalle risate. Non uno che gli scriva seriamente, tutti a sfotterlo.

Essere al passo coi tempi sembra che spesso coincida con l’essere stupidi: i tempi sono sempre caratterizzati dalla stupidità. Apprendere il proprio tempo con il pensiero, allora, significa capire quanto c’è di stupido nella propria epoca. Una cosa è voler essere al passo con i tempi; altro è cercare di ragionare, quanto più schiettamente possibile. Ed è quanto cercherò di fare ora: ragionare schiettamente sulla promessa scout. Questo implica anche il tentativo di apprendere con il pensiero il tempo in cui è stata scritta la promessa, ossia comprendere quanto di stupido vi sia in essa.

Nessuno si scandalizzi. Lord Baden-Powell (il fondatore dello scoutismo) non ha mai voluto essere un messia, non ha voluto scrivere nessun testo sacro. Se discutiamo della promessa che ha tracciato e se diciamo che dovrebbe subire qualche cambiamento, non stiamo attentando a nessuna fede. O almeno si spera che sia così.

È notizia fresca che la Scout Association e la Guide Associaton, ossia le due maggiori associazioni scout maschile e femminile del Regno Unito (la patria dello scoutismo), hanno lanciato una “consultazione” o “verifica” per vedere se è il caso di modificare la promessa. Il fatto che fa diventare la questione scottante è che vogliono togliere la paroletta “Dio”. (Potete leggere la notizia sul Guardian o su Repubblica. Noto solo per inciso che, per scrivere l’articolo, quelli di Repubblica potevano scegliere qualcuno che ne sapesse un po’ di più di scoutismo. Per esempio, l’autore dell’articolo parla di ‘giuramento’, ma in realtà nel caso degli scout si tratta di ‘promessa’. Basterebbe anche conoscere un po’ meglio l’inglese: si parla di promise e di pledge da tradurre appunto con ‘promessa’; mentre ‘giuramento’ è piuttosto swearing. Non solo: cosa più grave è che il giornalista parla dell’ASCI come se fosse un’associazione ancora esistente, ignorando del tutto che dal 1974 è confluita nell’AGESCI.)

Ma andiamo a noi. La promessa della Scout Association recita: “Prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e verso il re (o la regina), per aiutare gli altri e per osservare la legge Scout“.

La promessa dell’Agesci, l’associazione più diffusa in Italia, è molto simile:

Con l’aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio:
– per compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio Paese;
– per aiutare gli altri in ogni circostanza;
- per osservare la Legge Scout“.

In effetti, l’Agesci è un’associazione dichiaratamente cattolica e almeno qui giochiamo a carte scoperte. Tuttavia, lo scoutismo si è da sempre proposto di avere una promessa quanto più simile in tutte le parti del mondo, perché è dalla promessa che si riconosce, almeno formalmente, lo scout. Non c’è bisogno che io dica di essere d’accordo sul fatto che si dovrebbe togliere dalla promessa ogni riferimento a qualsiasi divinità. “Certo – direte – tu sei ateo”. D’accordo, ma credo che avrei voluto togliere ogni riferimento a un qualche tipo di dio anche se fossi stato religioso.

Se una promessa mi deve accomunare a qualcuno, presumibilmente in ogni parte del globo, non vorrei che questa comunanza si basasse sull’impegno assunto nei confronti di una divinità. Innanzi tutto perché le religioni e le divinità sono qualcosa che genera spesso dei conflitti e, più che unire, tanto spesso divide le persone. In secondo luogo (e mi pare ancora più importante), io vorrei che mi accomunasse a qualcuno in tutto il mondo il tipo di comportamento che intende assumere nei confronti delle altre persone, qua, in questa Terra, indipendentemente se crede a un Dio che appare sotto forma di colomba, a una divinità a forma di elefante con quattro braccia, o se non creda affatto in alcuna divinità. Il credere o meno in una divinità, e di conseguenza promettere qualcosa verso di essa, non è un elemento decisivo o determinante per sentirmi “fratello di ogni altra guida e scout”, come si dice.

Stando a quell’articolo di Repubblica, il commissario capo della Scout Association avrebbe detto che la religione resterebbe un elemento importante nello scoutismo. Anche questa è una cosa sbagliata, perché lo scoutismo non dovrebbe occuparsi di religione, bensì di spiritualità, cosa affatto diversa. Per quel che mi riguarda, non sono affatto spirituale, lo spirito per me non esiste se non nell’accezione filosofica del termine. Ma tanto mi basterebbe, sarebbe quella la mia spiritualità.

Per tornare alla promessa, c’è un altro aspetto che io modificherei, ma di cui nessuno sembra preoccuparsi. Baden-Powell era un ufficiale dell’esercito inglese, che ha combattuto per la potenza coloniale di sua maestà, che per questo ha avuto alti riconoscimenti e che era amico del convinto colonialista Rudyard Kipling. Sì, l’autore de Il libro della giungla, il quale riteneva che l’uomo bianco avesse la missione di civilizzare il resto del mondo. Ora, da un uomo come Baden-Powell, mi aspetto bene che il suo sentimento patriottico e la devozione verso la casa reale gli abbiano suggerito di scrivere una promessa che tirasse in ballo queste cose. Così oggi noi ci ritroviamo con le frasi all’apparenza innocenti: “compiere il mio dovere verso il re” oppure “compiere il mio dovere verso il mio Paese”.

Cosa vuol dire “compiere il mio dovere verso il re” o “verso il mio paese”? Cosa voleva dire quando i sudditi di sua maestà britannica combinavano le loro porcherie in Africa e in Asia? Cosa voleva dire quando il “mio paese” era sotto il regime fascista? O sotto il nazismo? Dopo gli stermini che la storia ci ha mostrato, io casserei completamente quella frase. C’è un dovere più alto del servire il mio Paese (ovviamente sapete che non ‘credo’ ai doveri; il dovere in questo caso è ciò che io scelgo di fare). Innanzi tutto, come essere umano devo compiere il mio dovere verso l’umanità. Questo dovere travalica quello che ho verso il mio Paese. La misura del dovere che ho verso il mio Paese è il dovere che ho verso l’umanità.

In sintesi, quando io prometto, mi scelgo il dovere non come qualcosa di esterno, ma come qualcosa che parte da me. Ecco, quindi, la promessa come la scriverei io:

“Prometto sul mio essere umano di fare del mio meglio:
– per compiere il mio dovere verso l’umanità;
– per aiutare gli altri in ogni circostanza;
– per osservare la Legge scout”.

Prometto sul mio essere umano, con tutto il carico di miseria e grandezza che ne deriva. Cerco di ricordarmi sempre che essere scout significa innanzi tutto essere uomo nel senso compiuto del termine, nel bene e nel male. Questa è la promessa che cerco di mantenere ogni giorno.