Archivi del mese: maggio 2013

Promemoria per aspiranti scrittori
ovvero:

Cosa cazzo serve per scrivere un libro?

Esistono centinaia – forse migliaia – di decaloghi, regole, indicazioni, proibizioni, suggerimenti, divieti, glosse, prontuari, modelli, analisi, ricette, trucchi, fanfaluche, cagate su come si scrive un libro, cosa serve per scrivere bene, cosa si deve evitare e cosa si deve fare.

Chi si ostina a scrivere o leggere robaccia del genere, deponga all’istante penna e calamaio, stilografica, macchina da scrivere, pc. Tenga lontano quelle dita impacciate dalle tastiere unte e sozze di liquido seminale (dato che tutti ci masturbiamo davanti allo schermo).

Masturbazione di gruppo davanti al pc
Masturbazione di gruppo davanti al pc

 

Se qualcuno deve dirti cosa e come scrivere, non vale la pena che tu spenda il tuo tempo scrivendo. I laboratori di scrittura creativa sono coglionerie: in primo luogo perché scrivere non ha nulla a che fare con la ‘creatività’ (invenzione degli psicologi d’accatto); in secondo luogo perché la scrittura non è un fatto meccanico, non segue regole laboratoriali, non ha nulla che fare con la scienza. Se la scrittura si attiene a regole e precetti, è colta da malore, sbiadisce, impallidisce. Meglio una pagina bianca che una scrittura sbiancata. La scrittura laboratoriale è una scrittura pessima.

La domanda Cosa serve per scrivere? assume connotati mitologici. È una di quelle domande la cui risposta non va cercata nel libretto delle istruzioni, quasi si costruisse un testo come si monta una sedia. Questa domanda è di quelle che trovano risposte ambigue e nebulose, che cambiano per ognuno che cerca di darle, che sfuggono alla comprensione chiara e distinta. Robert Graves ne ha stilato un brevissimo elenco (proprio all’inizio de La Dea Bianca):

  • qual era il canto delle Sirene? (cfr. Sir T. Browne, Hydriotaphia)
  • quale nome assunse Achille allorché si nascose tra le donne? (cfr. Sir T. Browne, Hydriotaphia)
  • chi rese fesso il piede del Diavolo?
  • quando giunsero in Britannia le cinquanta Danaidi con i loro vagli?
  • quale segreto era intrecciato nel nodo gordiano?
  • perché Jahvèh creò gli alberi e le erbe prima del sole, della luna e delle stelle?
  • dove si trova la saggezza?

 

Queste domande – e con esse la nostra: cosa cazzo serve per scrivere un libro? -, “ancorché difficili, non trascendono ogni congettura”.

Solitamente, chi si occupa di libri in senso lato (editori, scrittori, lettori) sostiene che per scrivere bene (cosa significa scrivere bene?) bisogna leggere tanto. Esatto – dicono -, se c’è una cosa sicura è questa: chi non legge tanto non può scrivere bene. Leggere tanto è un requisito fondamentale, sembra. Ma cosa si intende esattamente con ‘tanto’? Circa trenta libri l’anno? Un libro al mese? Due? Uno a settimana? O forse sarebbe meglio leggere anche pochi libri, ma quelli giusti? Quali sono i libri giusti? Chi lo stabilisce? I classici sono i libri giusti? Ancora una volta: chi lo stabilisce? Se c’è una cosa che si può dire, anche qua, è che si ricerca il laboratorio, il meccanismo, la scientificità spicciola, la struttura d’abiocco, la regoletta da scolaro.

Non appena strizziamo l’occhio per mettere a fuoco, subito si presenta un affastellamento di casi tutti diversi. Leopardi, Goethe, Hegel: giusto tre, più o meno coevi. Si impallidisce al pensiero di una cultura così vasta e profonda.

Ma cosa e quanto aveva letto Omero (o chi per lui), tanto da permettergli di scrivere Iliade e Odissea? Sicuramente non era in possesso della mole di scartoffie che anche il più goffo letterato d’oggi ha ammucchiato. Era una situazione irripetibile, certo; siamo all’origine di una cultura. Bene. Fatto sta che almeno un paio di grandi capolavori non sono frutto di letture spasmodiche e bulimiche. Altri tempi. Ma coi suoi 16 anni, coi suoi 21 anni quanto ha potuto leggere Rimbaud? Sì, d’accordo, padroneggiava il latino; ha letto i parnassiani; conosceva un po’ di storia qua e là. Ma tra un’inculata e una pallottola di Verlaine, non è che si possa dire di lui che fosse deformato dall’erudizione. Per fortuna, certo. Era un genio, mi dite. D’accordo. Allora che dire – caso estremo – di Vincenzo Rabito, semianalfabeta, che a mala pena riesce a reggere una penna in mano, che ignora l’italiano, che avrà letto manco una decina di libri in tutta la sua vita e che senza rudimento alcuno di grammatica scrive un capolavoro quale Terra matta?

Eccezioni.

Ma quale buon libro non è un’eccezione? Tra i milioni di libri che escono ogni giorno, quanti sono quelli degni di sopravvivere alla stufa? Chi non vuol scrivere un’eccezione, cosa scrive a fare?

Per scrivere bene serve solo scrivere. Come per pensare bene serve solo pensare. Non succede a tutti, son cose che ti prendono dall’esterno, non dipende da te. Tu sei solo uno strumento. Il meccanismo è lo scrittore, non la scrittura. Capita di scrivere un capolavoro come capita che, camminando spensierato per via, ti cada una tegola in testa, t’innamori o ti colpisca un fulmine. Eventi rari ma che non appena accadono lasciano il segno. E a volte, pure, ci si muore.