Archivi del mese: agosto 2013

Idiosincrasie (parte seconda)

Vado almanaccando.

E mi chiedo perché mai un malcapitato lettore che v’incappi – per caso, per celia o di proposito – debba sorbirsi le mie vegliarde lamentazioni. C’avrà già le sue mi dico di idiosincrasie. Pretendere che venga appresso alle mie sarebbe crudele; in ogni caso vano.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas.

E si vorrebbe portare la gioia, il riso, il riposo o quantomeno una sana abulia agli affanni umani, invece di ritrovarsi ognora a scrivere pagine dolenti, frutto di misere beghe quotidiane, ciniche di rabbie allo stomaco (ma ogni cinismo è profondamente moralista), vergate con penna umida di livore, sussurrate a voi, lettori incappati, multis lacrimis et lamentatione flebili.

Ve le porgo così, tra il serio e il faceto, come un ebbro giullare scampaforche.

 

Gli occhi sono lo specchio dell'anima

 

Culi pubblicitari. L’emancipazione femminile è già di per sé un concetto orribile. Anzi, mi correggo: formato da una parola orribile: emancipazione. Che poi la condizione espressa dall’orribile termine sia ben lungi dal volere essere raggiunta da chi la propugna, è un dato di fatto. Ogni volta che una femmina si lamenta di una pubblicità in cui il corpo della donna sarebbe sfruttato per mezzo di rimandi sessuali, si sferra un terribile colpo di accetta alla libertà femminile. Anzi, alla libertà tout court. E il burqa giustamente, dico non lo vogliamo, calpesta la dignità della donna. E la pubblicità dove si vedono culi e tette non la vogliamo, calpesta la dignità della donna. Ma cos’è che volete? Una donna sempre e comunque vestita in borghese, come una buona madre di famiglia? Forniamo un rapido elenco, per raccapezzolarci: 1) se vedo una pubblicità in cui si fa esplicito riferimento alla sessualità maschile o si mostrano parti del corpo maschile con connotati direttamente o indirettamente sessuali, io me ne fotto, non sento che la mia dignità di maschio sia svilita; perché per le femmine dovrebbe essere diverso? Allora ammettete che i maschi possono e debbano essere sessualmente più liberi delle femmine? 2) Se c’è una pubblicità con un culo di femmina, è perché una femmina l’ha fatta. Fatti suoi. Lei è una persona che può fare del proprio corpo ciò che vuole, in barba al vostro femminismo, perbenismo, moralismo d’accatto. Se non si sente sminuita lei, perché vi ci dovreste sentirvi voi? Il culo è suo, non vostro. 3) Cos’è questo puritanesimo pruriginoso che vorrebbe vietare di giocare, scherzare, mostrare, ammiccare con riferimenti alla sessualità, specialmente femminile? Ma via con queste sciocchezze! Via con questa morbosità da maniaci e maniache, che strepita a ogni pezzetto di carne in più che si vede! Io vedo tanta vergogna delle proprie passioni, dei propri istinti. E chissà che se tutti fossimo sicuri di avere un bel culo non lo sbandiereremmo ogniddì per via. Se poi pagati, tanto meglio.

Riconoscimenti culturali. I premi alla cultura, in ogni sua forma — in ogni loro forma, sono una bestialità che toglie spessore alla cosiddetta cultura stessa. Per cosa dovrebbe essere premiato l’uomo di cultura? Se è veramente tale, egli non può fare a meno di andare contro la società, in generale; non può fare a meno di accusarla, di inchiodarla, di condannarla. L’ultima cosa che gli viene in mente è di scendere a patti con essa. Proprio qui sta l’inghippo: il riconoscimento culturale è un tentativo di patteggiamento, di trovare un accordo, un punto d’incontro. Va bene  si dice –, noi ti riconosciamo nel ruolo di rompicoglioni, ma ci piaci lo stesso. Ora che ti abbiamo dato il premio, però, non è che puoi avercela ancora con noi. Ed ecco cosa dovrebbero fare tutti gli ‘uomini di cultura’. Innanzi tutto abolire la parola ‘cultura’ e la conseguente locuzione ‘uomo di cultura’; poi rifiutare tutti i premi e i riconoscimenti del genere. Quest’uomo ch’è fatto per fastidiare, per intristire, per mostrare l’infinita vanità del tutto, per consolare a limite con qualche bella parola, si dovrebbe trovare ora coinvolto in passerelle e girotondi, in salottini e feste mondane. Dovrebbe esprimere la sua gratitudine alla società che lo ha riconosciuto. Ma quando mai! Essa, semmai, lo ha misconosciuto, sin dapprincipio: non ha compreso i suoi libri, la sua musica, le sue opere. Non per un qualche motivo preciso; ma solo per via della sua essenza, perché lei è la società, mentre lui è fuori di essa. Ma poi, certo, c’è da campare; e allora arriva il ricatto dei soldi, come sempre, come in tutte le vite. Si fosse almeno ignorati con stile, come diceva Carmelo Bene. E allora l’unico possibile patteggiamento, provocatorio, cinico: che gli diano pure i soldi per campare, come premio sì, ma — sottobanco.

Politicamente scoreggio. Nella classifica degna d’ogni infamia di coloro che scrivono male, al secondo posto troviamo gli scrittori mediocri: romanzieri della domenica, saggisti accademici o da rivistina, sociologi e pedagogisti. Al primo, e sono i peggiori, giornalisti e politici — tutti una cricca. (Ma al terzo posto c’è chi non sa scrivere, chi scrive male per natura, privo di talento, idee, stile, forma, financo di grammatica. Almeno questi hanno il merito di non inventare orribili neologismi.) È l’uso abominevole della lingua che più d’ogni altra cosa mostra l’uguaglianza di giornalisti e politici. Il politicamente corretto non è una questione morale, ma una questione linguistica, vale a dire estetica: è così che nascono parole, locuzioni, frasi di una bruttezza sconcertante e inaudita. Da chi parla e scrive in una lingua tanto brutta, potrà mai venire niente di buono? Sguazzano nel loro linguaggio come maiali nella melma e con lo stesso intento: cercare d’imbellettarsi e procacciarsi il cibo. Come primo passo verso il cammino della bellezza, basterebbe compierne uno che allontani dal politicamente corretto. E chi pone in casi del genere una questione morale, si ascolti già nell’usare tale espressione: non è parlare, è grufolare e grugnire nel fango.

(Per chi si fosse perso la prima parte,
eccola qua.)

Idiosincrasie

A D.D.,
per sollazzarlo.

 

Il titolo di questo post avrebbe potuto essere un altro.

Ma non volevo essere volgare sin dapprincipio, prima che fossero passate almeno due righe.

Ora posso.

Il titolo avrebbe potuto essere Dello scazzo, perché questo post, con tutta probabilità, è dovuto allo scazzo estivo. E tuttavia si nutrirà di piccole praline idiosincrasiche che ho accumulato negli anni. Ad aggiungere acidità e velenosità al ristrettissimo breviario che segue, ci penserà la mia fedele compagna, la colite, che mi rende così antipatico e misantropo. Ma questi – lo vedo bene – sono scazzi miei.

 

Idisioncrasia

 

Generi: certo femminismo d’accatto, accompagnato da taluni militanti del movimento GLBT (vedi sotto), contagiando larghe fette della sprovvedutezza minchiona, ha preso il vizio di non indicare il genere di certi aggettivi plurali. Esempio: “siete tutt* invitat* alla mia festa”. L’italiano vorrebbe che il plurale, in casi indistinti come questo, volgesse al maschile. Ma no: sarebbe maschilismo, un riflesso dell’autoritarismo patriarcale nella lingua italiana, l’ennesima discriminazione e violenza sulle donne. Evidentemente esiste una specie di persone per cui il genere adottato dalla grammatica non obbedisce a una prassi, a una convenzione, ma a una precisa scelta ideologica. Se tanto mi dà tanto, allora la forma rispettosa con cui si dà del “lei” è una deriva femminista sconcertante! I maschi devono ribellarsi! Dovrebbero farsi dare del “lui”: “Egregio, cosa ne pensa LUI di questa faccenda?” Bah. Piuttosto, si pensi a scrivere bene e in maniera comprensibile. Togliere l’ultima vocale sostituendola con obbrobriosi * o @ non vi rende più fighi (come sembrate pensare), né contribuisce alla causa del femminismo. Semmai, imparare a scrivere bene può contribuire a migliorare l’intelligenza di tutti. Prodigatevi.

GLBT: per chi non lo sapesse, è la sigla del movimento che accomuna Gay, Lesbiche, Bisessuali e Transessuali. E meno male che abbiamo finito con le categorie. Almeno per ora. Perché questa sigla è un simbolo: ognuno persegue la propria paradossale identità di gruppo. Ma prima o poi la sigla lieviterà: GLBTPEAPMOTANEPMS: Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali, Pansessuali, Eterosessuali, Asessuali, Polisessuali, Monosessuali, Occasionalmentesessuali, Talvoltasessuali, Autosessusali, Normosessuali, Extrasessuali, Pentitosessuali, Maniacosessuali, Sessosessuali. Suggerimento: perché non ci chiamiamo solo gay, così siamo tutti contenti?

Ferragosto: perché? Dico, perché a Ferragosto ci si lascia coinvolgere in quella follia collettiva, si va in spiagge affollatissime e sudatissime, si pagano decine di euro per una discoteca dove un annacquato o vomitevole drink ti fa scucire almeno un’altra decina di euro, dove ragazze dalla fine intelligenza e dai corpi sottili o ragazzi dall’aulico eloquio e dagli addominali scolpiti si strusciano, profumatissimi e cortesissimi? Perché proprio a Ferragosto? Cosa succede quel giorno? Cos’ha di diverso dagli altri? Perché vi devono sempre dire che ci sono giorni per fare una cosa e giorni per farne un’altra? Perché siete disposti a fare file chilometriche sotto il sole agostano, a sentirvi umiliati se non siete nella lista di un locale, a sentirvi importanti se ci siete, a intristirvi se quel giorno non siete in nessun posto e lo lasciate trascorrere come tutti gli altri, a farvi dire che per entrare siete troppi uomini e poche donne, a sapere che le femmine non pagano l’ingresso perché in qualche modo devono fare da esca, a spendere e spandere sulla spiaggia rintronati dall’orribile musica dell’acquagym? Certo, mentre a due passi arrivano cadaveri sulla spiaggia, i barconi degli immigrati si incagliano, le persone vengono sputate dal mare. Ma questo che importa, non si può sempre pensare a queste cose! (Sempre? ma chi ci pensa mai?) Noi a Ferragosto ci dobbiamo divertire.

Femminicidio: notizia: il femminicidio non esiste. Precisamente perché quando qualcuno ammazza una femmina, non la ammazza perché è femmina. Non è in atto alcuna persecuzione contro le donne in quanto donne. Se qualcuno uccide un africano, non per forza è razzismo; se lo uccide perché è nero, è razzismo, altrimenti non lo è. La parola femminicidio presuppone che si ammazzino a ripetizione le donne perché sono femmine. E questo non è vero. Forse, a dirla tutta, sono più frequenti i casi di parcheggicidio, ossia quando due uomini si scannano per un parcheggio. Quando una donna uccide un uomo per i medesimi motivi di liti “familiari” o “passionali”, mica si parla di maschicidio; proprio per lo stesso motivo, ossia per il fatto che il maschio non viene ucciso solo perché è maschio. Forse questo avviene meno di frequente, ma il nome va deciso in base alla motivazione ed eventualmente alla sistematicità degli accadimenti. Le donne dovrebbero liberarsi da questi stereotipi; sarebbe un passo importante per loro, credo. Se vogliono essere considerate persone di pari dignità degli uomini (com’è giusto e come credo che già sia), non dovrebbero cedere a queste categorie imposte dall’alto, a questi auto riconoscimenti di inferiorità, all’essere considerate alla stregua di gruppo minoritario e minorato, quando invece le cose non stanno affatto così. “Femminicidio” è una brutta parola che andrebbe dimenticata.

Stampato con il contributo del dipartimento: ogni libro stampato con il contributo del dipartimento (qualunque esso sia) è un libro che andrebbe gettato nella stufa, già solo per questo. Poi magari in mezzo a tanta carta inutilmente sprecata si potrà nascondere qualche perla; ma è una perla nata da un’ostrica schifosa, immangiabile. Il contributo del dipartimento serve a lasciare i professori là dove sono: se i loro libri valessero qualcosa, non ci sarebbe bisogno di tale contributo, troverebbero chi glieli stampi. Fanno un gran parlare contro l’editoria a pagamento, e poi si pagano i libri nemmeno coi loro soldi, ma con i soldi dell’università. Nella stragrande maggioranza dei casi, i libri dei professori universitari sono libri che nessuno legge, per un preciso motivo: perché non ne vale la pena. Non si leggono a vicenda nemmeno tra loro colleghi (e perché mai dovrebbero, tra l’altro, così divisi come sono in ghenghe interne?). Allora ecco che trovano la misera consolazione di metterli nel programma per farli leggere ai poveri studentelli. Tra centinaia, migliaia di libri pregevoli, non trovano di meglio che mettere il loro in programma. Lo pagano coi soldi del dipartimento, ma poi gli incassi chi li prende? Per riformare seriamente l’università, come prima cosa andrebbe abolito questo finanziamento. Vedremo quanti professori rimarrebbero al loro posto.

Vergogne: più della recessione economica, mi preoccupa la regressione culturale. Viviamo in un’epoca sempre più moralistica e reazionaria. L’aspetto più evidente è come viene considerata la nudità nel quotidiano: persino nei luoghi di mare si tende a far coprire quanto più possibile il corpo, che deve essere celato quasi fosse osceno per natura. Così nei ristoranti e nei centri storici è vietato presentarsi in costume o a torso nudo. E che sarà mai? C’è gente cristianucola nel profondo, che vive il corpo come una condanna, come se ogni pezzo di carne che si vede sia un passo verso il male. E così via: delle chiese lo sappiamo (ma credo che in chiesa si dovrebbe entrare nudi, se – come dicono – credono che dio li fece nudi a sua immagine e somiglianza); ma pure si pretende che agli esami, sul luogo di lavoro, nelle occasioni mondane trapeli quanta meno pelle possibile. E quindi bando ai pantaloncini, alle scollature, alle scarpe aperte (io detesto le infradito, ma questo è altro par di maniche). Vergognarsi di un corpo è vergognarsi della nostra carnalità. Pudicizia e morbosità sono strettamente legate. Voler coprire a tutti i costi le cosiddette vergogne è il sintomo principale di quella che Nietzsche definiva regressione fisiologica. Chi vuol nascondersi gli altri corpi, cela un segreto osceno nel proprio. Chi vuol mascherare gli altri, maschera se stesso. È così: tante più vesti, quanta più ipocrisia.

Inaccettabilità: ogni volta che un politico utilizza la parola “inaccettabile”, è già con le brache calate, mentre grugnisce per il piacere, per il gusto del proibito. “È inaccettabile”: e invece è lì che aspetta gaudente che l’inaccettabilità si compia, non solo sotto i suoi occhi, ma pure con la sua collaborazione. Se qualcosa è inaccettabile, tu non la accetti; se finisci con l’accettarla, allora non è inaccettabile. Guida per i nostri tempi: se senti la parola “inaccettabile”, stai sicuro che ciò a cui si riferisce sarà presto fatto e accettato. Adieu.