Archivi del mese: dicembre 2013

Letture del 2013

Cosa fa la gente che non legge? Probabilmente campa. Seguirebbe che chi legge non campa. Mettiamola così: quando non leggo, tiro a campare.

Tra letti e riletti, quest’anno mi sono caricato di una settantina di libri, almeno stando ad aNobii. Se tutti quelli che ho letto fossero come anni, sarei vecchio, vecchissimo. Ma anziché ammansirmi coi saggi e divenire più saggio io stesso, quanto più leggo tanto più m’imbizzarrisco, m’ammattisco come un cavallo.

Di seguito i libri che consiglio tra le mie letture del 2013.

Lettore in pigiama

  • V. Rabito, Terra matta: il capolavoro dell’ignoranza. L’analfabeta Rabito possiede la voce di tutti i vecchi siciliani, con quella saggezza contraddittoria e la voglia di raccontare ogni cosa. Con sorpresa vi ho trovato descritti tanti posti del luogo in cui abito, Regalbuto, dove Rabito ha lavorato per alcuni anni.
  • G. Caproni, Tutte le poesie: le più belle sono le più semplici; alcune sono talmente candide che sembrano scritte da un bambino. La sezione più commovente è quella dei Versi livornesi, dedicata alla madre.
  • C. Malaparte, Coppi e Bartali: uno scritto brevissimo che racchiude il più bell’elogio alla bicicletta che abbia mai letto. Il ciclismo è uno sport mitologico e qui assistiamo alla decifrazione del mito di due dei più grandi eroi sui pedali. Non solo chi ama il ciclismo, ma chiunque sia interessato alla lettura dovrebbe leggere questo piccolo capolavoro in cui si mostra come un grande scrittore può scrivere di qualunque cosa.
  • J. Garff, SAK. Søren Aabye Kierkegaard. Una biografia: forse pochi filosofi hanno intrecciato così strettamente la propria esistenza con la produzione letteraria come Kierkegaard. Questa è la migliore biografia del filosofo danese che ci sia sulla piazza. Vi sono pagine allegre, ironiche e malinconiche, soprattutto quella che racconta l’ultimo incontro di Søren e Regine.
  • P.P. Pasolini, Lettere luterane: la consueta chiarezza di Pasolini si accompagna sempre a una lucidità unica, a uno sguardo che sa scrutare fino in fondo la realtà. Dalle Lettere vere e proprie si passa agli articoli sulla politica, in particolare quelli contro i vertici della DC. Fondamentale per comprendere Pasolini e tutto il periodo di poco precedente la sua morte.
  • F. Dostoevskij, I demoni: cosa si può dire dei classici? Meno se ne dice, meglio è. Forse questo romanzo è inferiore a I fratelli Karamazov; tuttavia, tra le altre cose, colpisce l’irruzione dell’Occidente in Russia. I demoni sono dei russi posseduti dallo spirito occidentale.

Con Proust

  • M. Proust, Du côté de chez Swan: Proust meriterebbe sempre un discorso a parte. I suoi lettori costituiscono una cerchia iniziatica, quasi che ogni pagina della Recherche fosse un rito da officiare. Si ama Proust di un amore diverso rispetto a tutti gli altri libri, più inteso, più intimo. Gli amanti di quest’opera devono avere un naso fino e infatti si fiutano tra di loro a distanza. Annusare i biancospini, immaginare Gilberte, farsi ingannare da Odette e soffrire con Swann…
  • T. Corbière, Gli amori gialli: una sorpresa, una rivelazione, uno dei poeti più grandi di sempre, quasi alla pari con Rimbaud. E certo che si capisce perché Carmelo Bene lo consideri addirittura superiore: «Il mio pensiero è un soffio bruciante | è l’aria. L’aria mi è dappertutto. | La mia parola è l’eco vacante | che non dice nulla — ed è tutto.»
  • F. Fortini, I cani del Sinai: una scrittura limpida, tagliente, densa. Un ebreo spiega perché non si possono accettare le rivendicazioni e gli atti di violenza di Israele nei confronti dei palestinesi e degli arabi in generale.
  • A. Badiou, San Paolo. La fondazione dell’universalismo: quando un filosofo tocca qualcosa, ecco che questo cambia, quasi fino a trasfigurarsi. San Paolo diviene il prototipo del militante. Ne ho parlato un po’ più diffusamente qua.
  • V. Pratolini, Cronaca familiare: due fratelli, cinque anni di differenza, come me e mio fratello. Una vicenda autobiografica fresca, commovente, quando i due si baciano scoprendo, finalmente, l’affetto reciproco. E poi la fine, la morte del più piccolo: «Il celeste dei tuoi occhi brillava fra le lacrime. Poi l’autoambulanza sparì nel viale. Allora confessai a me stesso di non averti accompagnato per non assistere alla tua morte. Voglio ricordarti vivo». Tutto sembra perduto: «Le mie idee e convinzioni, l’amore che portavo alla mia ragazza e alla bambina che anche a me era nata, la fiducia nel mio lavoro, la verità per la quale gli amici più cari erano caduti nella Resistenza, la mia umanità e le mie aspirazioni, tutto vacillava di fronte all’ingiustizia che la tua sorte vi opponeva». E ancora, la consapevolezza che vi sono eventi spartiacque, che precludono forse per sempre la possibilità di un godimento senza ombre, di una felicità compiuta anche se fugace: «Inforcai la bicicletta per raggiungerti. Era già sera e le strade erano buie ed affollate, ma l’aria era ancora tiepida e il vento che mi batteva sul volto mi rallegrava. È l’ultima ora di contentezza che ricordo, non troverò mai più la felice disposizione di spirito che allietò quella sera. Ci si può assuefare alle persecuzioni, alle fucilazioni, alle stragi; l’uomo è come un albero e in ogni suo inverno levita la primavera che reca nuove foglie e nuovo vigore. Il cuore dell’uomo è un meccanismo di precisione, completo di poche leve essenziali, che resistono al freddo, alla fame, all’ingiustizia, alle sevizie, al tradimento, ma che il destino può vulnerare come il fanciullo l’ala della farfalla. Il cuore ne esce con il battito stanco; da quel momento l’uomo diventerà forse più buono, forse più forte, e forse anche più deciso e cosciente nella sua opera, ma non troverà più nel suo spirito quella pienezza di vita e di umori in cui ogni volta egli sfiora la felicità».

Autointervista

A me stesso.
A nessuno.

Domanda: Perché fai filosofia?

Risposta: Umpf…

D: Va bene, mi correggo: perché ti ostini a far filosofia?

D: Ma che domanda del cazzo! Tu perché ti ostini a campare?

R: Piano, piano. Qui le domande le faccio io, altrimenti i lettori si confondono.

R: E chi se ne fotte dei lettori! Ogni cosa ben scritta è uno schiaffo in faccia al lettore. Che si leggano i ricettari, se si vogliono cose buone.

D: Ma come! Allora così chi ti leggerà mai?

R: Gli scolari, i giornalisti, gli accademici: questi scrivono per farsi leggere; e si vede cosa ne vien fuori! C’è un certo garbo nelle orribili formulette che utilizzano e inventano. Non a caso scuola, giornali, università sono il focolaio dell’appestamento politico. Come sono garbati i nostri politici! Pure quando mostrano il dito medio, pure quando vanno a mignotte, pure quando ci pigliano per il culo: quale garbo, signori!

D: E quindi tu che vuoi fare?

D: Ma tu chi sei?

R: Io sono te.

D: E io sarei te?

R: Esattamente.

D: E chi sta intervistando chi?

R: Nessuno. Se io sono te e tu sei me, allora non si dà intervista. È un monologo. Ma resta un problema: chi è questo me?

D: A me sembra che tu voglia sviare il discorso per evitare di rispondere…

R: Chi rilascia interviste è un cretino. Kierkegaard, che cretino certo non era, non rilasciava interviste.

R: Ma come! Tu hai già rilasciato interviste, in almeno un paio di occasioni!

R: Vuol dire che sono un cretino. Intervisti me, io mi rispondo pure: sono un cretino.

R: Non ci capisco più niente… Abbiamo cominciato male.

R: E finiremo peggio. Chi mal comincia è metà dell’opera.

D: Smettila. Rispondi, piuttosto: perché scrivi?

R: E che ne so…

D: Se scrivi è per farti leggere, no?

R: No.

D: Dannazione!, sei davvero cretino?

R: Sì, te l’ho detto.

D: Non credi che se scrivi è perché vuoi essere letto? Non è perché ti importa che qualcuno sappia ciò che pensi, che esprima un giudizio estetico, critico, o come che sia, sulle tue cose? Non hai insegnamenti da impartire?

R: Ma per carità! Sembri – sembro – una fanciulletta ottocentesca. Lo ripeto di nuovo: me ne strafotto del lettore! Che si impicchi! Che affoghi nelle mie parole. L’unico rapporto che voglio avere con chi mi legge è di prenderlo a sonori ceffoni. Per questo vorrei che qualche cristiano genuino leggesse fino in fondo tutti i miei scritti, così, quando mi porge l’altra guancia, posso prenderlo due volte a schiaffi. Non mi importa di nulla. Vorrei essere crocifisso sulla carta coi chiodi della parole. Vorrei risolvermi in scrittura: essere testo e non altro. È più bello e serio che un libro venga scritto, piuttosto che letto. Ma io non sono né bello, né serio. Un brutto buffone: ecco cos’è lo scrittore. E cosa c’è di più bello che prendere per i fondelli il lettore? Leggono libri come andassero al circo: s’aspettano di vedere acrobati spericolati, giocolieri incredibili, leoni e tigri addomesticati. E tu invece ti presenti tutto straccione, non sai fare roteare nemmeno tre palle, non sai camminare su una corda, non sai dondolarti sul trapezio sopra le loro piccole testoline. Poi, per scherzo, ti sei mischiato a loro, li hai coinvolti, li hai schiaffeggiati in pubblico e tutti hanno riso. Se ne vanno delusi: volevano uno spettacolo emozionante, mentre tu hai offerto due sberleffi, quattro pernacchie, tigri e leoni selvaggi. Così, tra la paura e il ridicolo, i bravi borghesucci tornano a casa. Il bello è che poi al circo ci tornano; il bello è che si ostinano a leggere e a non capirci un cazzo.

R: Continua così e morirai in miseria.

R: Già… Come se a scrivere queste cose si fosse mai arricchito qualcuno…

D: Mi sono scordato chi fosse a fare domande all’inizio. Io o tu?

D: Non è lo stesso? Non siamo lo stesso niente? Non siamo un unico e solo cretino? Fatti il conto, sali su e guarda il colore… Non so, regolati.

D: Dài, non essere sempre così scontroso e caustico. Ormai siamo entrati in confidenza, ti pare? Dopo tutti questi anni trascorsi assieme…

R: Non ti sopporto, lo sai. Però non potrei vivere senza di me.

D: Ogni grande amore è così. Dimmelo infine: perché ti ostini a fare filosofia?

R: Ma come! Non l’hai ancora capito? Mi sembri un lettore pure tu, tanto non capisci niente. Faccio filosofia per prendere a schiaffi la gente. Oh, nulla di troppo violento, certo. Loro – non molti, in verità – vengono a vedermi, vengono a leggermi. S’aspettano uno spettacolo, s’aspettano di divertirsi. E io invece li piglio in giro, mollando loro due sonori ceffoni, ma così, come un marameo, una smorfietta infantile e vezzosa, un buffetto antipatico e paternalistico. Poi rido, rido a crepapelle. Ora l’hai capito?

D: Non molto.

R: Faccio filosofia come si fa tutto ciò che si ama: — per scherzo.