Archivi del mese: marzo 2014

La festa del papa

«E non chiamate nessuno “padre” sulla terra»(Mt 23, 9)

 

I. La Chiesa fa sempre la cosa giusta. Non è un dogma; — è un dato di fatto.

II. Dopo il polacco mediatico e sportivo, un tèutone imbalsamato e irrimediabile. Nessuno poteva reggere il confronto con l’inventore dei papaboys, dei cori da stadio in San Pietro, delle santificazioni così simili alle grandi assise del Partito Nazionalsocialista a Norimberga nel 1937 e a Roma nel 1938, durante l’incontro del Führer col Duce, e nel 1939 nelle osterie e nei campi della croce uncinata della Germania e dell’Austria.

III. All’abile politico e consumato showman, segue un plumbeo tedesco che non ne azzecca una: negato pei tempi televisivi, con le babbucce e la cuffietta rossa, col pasticcio diplomatico di Ratisbona, — B16 è il bidello che pulisce l’aula dopo la sfolgorante lezione di Wojtyła. È giusto così: nessuno può (fuori dal linguaggio ecclesiastico: nessuno deve) eguagliare Giovanni Paolo II; quantomeno non subito. Dopo un indimenticabile pontificato, una dimenticabilissima ordinaria amministrazione.

IV. Ciascuno si ritaglia il proprio pezzetto di immortalità, ciascuno tenta a suo modo di sfuggire all’oblio: taluni incidono il proprio nome sullo sporco tavolino di un pub, altri primeggia in sport o stupidità. Ratzinger – ed è una sorte un po’ peggiore – si dimette da papa.

V. Un altro pontificato à la Ratzinger, e ci saremmo giocati buona parte del carisma della Chiesa. Non che mi faccia illusioni: sono più che abituati alla resurrezione. Ne hanno fatto articolo di fede.

Cattelan papa

VI. La Chiesa fa sempre la cosa giusta: serviva un papa al passo coi tempi, che abbattesse certi muri dell’epoca: ecco il polacco; serviva un papa ordinario, che costituisse placido transito verso altri lidi, giusto per riprendere fiato: il dimesso tedesco (fa strano che si dimetta un tedesco, appartenente a un popolo che ha fatto del lavoro il banco di prova della benevolenza divina); serve un papa all’apparenza nuovo, da più parti si invoca un sudamericano, più voci – anche laiche o addirittura atee – si levano a reclamare il nome del poverello d’Assisi: ecco il sempliciotto sudamericano, qui sibi nomen imposuit Franciscum. La Chiesa fa sempre la cosa giusta — per la propria conservazione.

VII. Lo spirito santo non perde un colpo: più che santo, — sagace; più che spirito, — prassi. Lo spirito santo gode di infallibilità politica.

VIII. Poniamoci da una prospettiva politica: Wojtyła, il polacco cui anche si appigliò il distacco della Polonia dall’Unione Sovietica e che si faceva ritrarre assieme a gente come Pinochet; Ratzinger, l’oltranzista, il teologo della conservazione e della finezza diplomatica che rischia l’incidente con l’islam, la cui gioventù pare segnata da una croce, sì, ma uncinata; Bergoglio, il poverello in odore di desaparecidos e Videla. Questo non è solo conservatorismo: è crociatismo, assolutismo, dottrinarismo. Se vi aggiungiamo il capo carismatico, possiamo dirlo con una parola: totalitarismo.

IX. Quando Bergoglio fu innalzato al soglio pontificio, proposi quattro punti per il nuovo papa. Se non ne avesse realizzato almeno uno, sarebbe stato lo stesso di tutti gli altri (cosa su cui, lo confesso, avevo ben pochi dubbi): 1) denunciare e fare arrestare i preti pedofili; 2) povertà della Chiesa e fine delle speculazioni dello IOR; 3) apertura agli omosessuali, al divorzio, all’aborto, all’uso del preservativo; 4) chiarire il caso Emanuela Orlandi. A un anno di distanza, mi pare che nessuno di questi punti sia stato affrontato di petto o mutato nella sostanza. Molti proclami, talune frasi spezzettate da raccogliere qua e là, tanta televisione. Le donne ancora non possono prendere i voti sacerdotali, i divorziati sono esclusi dall’eucarestia, di preti pedofili in carcere e spretati non se ne vedono, la povertà della Chiesa la misurano con un autobus o un volo che fanno notizia e non per le reali finanze dello Stato Vaticano né per le speculazioni delle IOR (chi ne parla più, dopo tanti annunci?), su aborto e preservativo sono irremovibili. Della povera Emanuela Orlandi, Bergoglio ha detto solo che “è in cielo” (e lui come lo sa?). Questo papa indossa sempre vesti candide. Come un sepolcro imbiancato.

X. Segno dell’epoca economica: Ratzinger si dimette come un amministratore delegato; Bergoglio è una scaltra operazione di marketing.

XI. Si provi a sbeffeggiare Bergoglio sui social network, come si fece a suo tempo con l’imbelle Ratzinger. I lapidari cinguettii costerebbero lapidazione. Francesco – come tutti i poverelli – è un intoccabile.

XII. Religione: o la pigli per il culo, o ti ci fai pigliare.

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Un premio per tutti

E non ha mai criticato un film senza prima
prima vederlo.

(R. Gaetano, “Mio fratello è figlio unico”)

La polemica s’è placata, — almeno sembra. Ora che la cosa ha perduto d’interesse, forse è il momento giusto per spenderci qualche parola. Quando più nessuno ne parla – con lingua stonata come una campana -, allora suona la mia ora. Coltivo il sano gusto per l’inattuale, la passione per l’intempestivo. Lo stile, in fondo, suggerisce di occuparsi soltanto di cose sopite, che riposano come morte. Il cicaleccio è stagionale, ad ora ad ora si perde col vento, passa come il tempo. Il formicolio delle chiacchiere è becero e borghesuccio, con tutta quella voglia d’accumulare parole su parole, opinioni su opinioni, sciocchezze su sciocchezze. Sovra cicale e formiche si posa il mio occhio vigile, si scatena la mia immaginazione di scaltro affabulatore. Lo stile, in fondo, impone di guardare tutto dall’alto in basso, da davanti a dietro: il rumoreggiare delle passioncelle degli impiegatucci, eterno e fuggevole come le onde del mare, un giorno giostrerà come marea la mia lunatica cognizione. Per quanto bello e forte, il mare obbedisce alla luna.

Paolo Sorrentino

I. L’Italia è una nazione sol quando si vince qualcosa: i mondiali di calcio, il gratta e vinci, il premio Oscar. E poco male: vorrei vivere ovunque fuor che in una nazione.

II. Perché gioire se un film italiano vince il premio Oscar? Che ne viene all’idiota che mangia i pop corn al cinema? Che ne viene a tutti quanti? Se vince un film italiano, che c’entra l’Italia? Che vinca un film decente, se mai: questo dovrebbe interessare a chi s’appassiona di cinema.

III. Esaltarsi per un premio culturale è agire direttamente contro la cultura. Un’opera che ha bisogno d’essere premiata è un’opera che non vale granché; se si premia un capolavoro, invece, proprio con ciò lo si vuole abbassare. Prima o poi verrà istituito un premio per le opere del passato: verranno premiati Iliade, Odissea, Divina Commedia, Faust, Ulisse… Così potremo dire di aver finalmente compreso questo opere (“le premiamo, quindi le capiamo: potremmo mai premiare qualcosa che non capiamo?”). Così ci sentiremo a posto con noi stessi, la nostra coscienza storica gongolerà, inghirlanderemo i morti e amen. I vivi si premiano per comprenderli, storicizzarli, inghirlandarli. E amen.

IV. Ogni volta che vedo degli ebeti sorrisi esultare per la vittoria di un connazionale agli Oscar, penso sempre a quei loro parenti di coglioneria che festeggiano in bar e tabacchi per una vincita altrui al gratta e vinci.

V. Contrariamente a quanto si pensa, qualcosa può essere compreso solo se non vi scorgiamo noi stessi. Un film ci risulta incomprensibile se rappresenta la nostra immagine riflessa come in uno specolo: non vediamo ciò che facciamo, non comprendiamo ciò che pensiamo. Crediamo di vedere altro, e invece siamo solo noi. Se un film italiano parla degli italiani, questi ultimi non potranno comprenderlo. Se un film italiano parla della nazione, i connazionali non potranno capirlo. Beati gli apolidi in patria, perché comprenderanno i film dei connazionali.

VI. Chi non scorge la bruttezza del prossimo, non può amare la propria bellezza. Fondamento della carità.

VII. Non mi piacciono i film: si perdono soldi e tempo a star seduti al buio, guardando immagini proiettate su un telo; mi piace solo uscire da quel buco oscuro e pensare alle immagini che ho visto. Allo stesso modo: non mi piace bere; — mi piace ubriacarmi.

VIII. Se la bellezza salverà il mondo, la grande bellezza salverà il gran mondo?

IX. Dopo This must be place, Sorrentino aveva dichiarato di voler girare un film comico. C’è riuscito: le risate a leggere certi commenti!

X. Ragiono attorno a un film che non ho ancora visto, un po’ per pigrizia, un po’ per caso. Ma perché ho la viva sensazione di averci capito più io che non l’ho visto, rispetto alla moltitudine che l’ha visto non vedendosi? Ecco che anch’io stempero il filo acuminato dei miei pensieri e cado trappola di tranello: cerco ci capirci qualcosa in un film, cerco di capirci – di entrarci – nella folla. Allora consegno un premio a tutti: vi ho capiti, vi capisco. Mi consegno un premio da me medesimo, perché da bravo coglione credo di capire voi e non mi vedo, non capisco che vi sono in mezzo, vi sono immerso fino al collo. Come in una calda, fumida, accogliente merda.