Post mortem

A Vincenzo, che non c’è più.
A Vincenzo, che c’è, sempre,
— nonostante tutto.

 

Invecchiare è sopravvivere agli amici.

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Heidegger ha attribuito fin troppa importanza alla coscienza della propria morte che l’esserci, ciascun esserci, dovrebbe possedere. Non è la mia morte che mi fa accedere alla comprensione di qualcosa, che mi dovrebbe far capire che io sono un essere-per-la-morte. A guardar bene, io la mia morte posso solo rappresentarmela razionalmente o temerla quando mi sfiora. Quando mi coglie, sono bell’e finito, e allora sarà tutto vano, ancor più di adesso. Il momento decisivo è invece, come sempre, l’intuizione, e questa fa cogliere la morte in generale: s’intuisce più quella degli altri – che vedo e soffro, prima, durante e dopo – che la propria. Non è spaventoso che io muoia, ma – proprio all’opposto di quanto Heidegger sosteneva – che si muoia. Aveva ragione Sgalambro: è che la morte esista in generale a rendere triste, insopportabile la realtà. (In altri momenti, con più cinismo, avrei anche detto: a rendere sopportabile la realtà.) Ma – seguo ancora Sgalambro – ecco che allora tutto l’affetto, lo sguardo che delicato posiamo su un bambino, l’abbraccio a un amico, la carezza sul viso dell’amata, i candidi omaggi a qualunque forma di bellezza non sono che vani, spesso inconsapevoli e non riconosciuti tentativi di levar loro la morte di dosso.

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Non si vuol dimenticare, non ci si vuole allontanare dal momento della morte; sembra che più vicini si sosti a quell’attimo o vi si torni da presso col pensiero, più si possa ancora far qualcosa, evitare, cambiare il corso degli eventi, riavvolgere il nastro del tempo…

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Il ricordo è la chiave d’accesso alla necessità degli eventi; la morte ne mostra soprattutto l’irreversibilità.

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La morte sembra più lontana, con le tasche gonfie di quattrini.

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L’economia non è altro che un modo per dilazionare la morte di chi gode dei suoi benefici. Ma del resto, son pochi gli affari umani che non corrono in questa direzione. Non è forse vero, dunque, che tutto è economia?

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settimo

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Una pietruzza in più, un ostacolo, un intralcio qualsiasi e si sarebbe evitato un omicidio. Una pietruzza in meno, un chilometro orario in meno, un saluto per strada e si sarebbe evitato un incidente. E noi ancora a credere alla modificabilità degli eventi, alla libertà, a un senso in generale, divino o umano, dell’esistenza.

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O tutto è volontà divina, o non lo è nulla. Ma già, dimentico la tentazione di credere a un dio volubile, che ora interviene ora no, in base a un suo imperscrutabile progetto, o a un suo stravagante capriccio. In fondo, con un dio così ci si può anche accordare, con suppliche, preghiere, promesse, scommesse… E il gioco della vita prosegue sempre uguale. Io non sono in genere uno che gioca d’azzardo; ma se devo scegliere tra tutto o nulla, non punto, ossia punto sul nulla. Le mezze calzette puntano qualcosina, giusto per non sbilanciarsi. Ma apprezzo decisamente di più chi per sprezzo o per disperazione si slancia in un all in. Così va il mondo, signori. Decidete su cosa e quanto puntare. Rien ne va plus.

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Ogni sera godo del privilegio di addormentarmi cullato dai versi della Divina Commedia, che ripeto a mente. È confortante seguire le linee tripartite del passo dantesco, sempre uguali, circolari, immutabili. Tutto passa, ma l’opera fissata nella scrittura perdura, eterna. Certo, dell’eternità astratta, razionale, disincarnata e proprio per questo finita anch’essa, destinata a durare quanto l’umanità. Imparo a memoria l’aldilà, ma m’accorgo che l’aldilà è il luogo della memoria, non altro. Pei morti non v’ha futuro, solo ricordo. E questo li fissa, immutabili anch’essi come l’opera. Pur rivedendo le mille facce della loro esistenza, una volta morti è una immagine che s’ha di loro, un’unica, lucente immagine mutevole e perenne, che si ripeterà sempre diversa ma uguale tuttavia, dovessimo pensarci mille volte, dovessimo rimembrarla ogni giorno, che riempie tutta l’inquadratura del ricordo, come in un film, come in un sogno. E forse è vero che il viaggio dantesco è solo la narrazione di un sogno, ma non per questo meno vero, meno reale della veglia, proprio come non meno reale della nostra vita è la vita di chi più non vive. Potessimo aggiungere una scena sconosciuta, potessimo scorgere un’espressione nuova, una ruga in più scavata nei visi scomparsi, uno sguardo che non riconoscevamo loro, — l’immagine plasmerebbe ancora un corpo, la vita risorgerebbe, l’incantesimo del divenire sarebbe spezzato, il tempo vinto, l’irreversibilità scardinata. Questo non è. E i visi, almeno, rimarranno com’erano, non più corrugati di come li vedemmo, non più sfaccettati di quel poco che già in noi si impresse. L’immagine perdurerà intatta. E con lei l’affetto, a essa strettamente legato. Come tutte le cose importanti, e più della vita stessa, la morte è questione d’immagine. Rimpianto, rimorso, tristezza, sconforto… esigono che l’immagine si muti ancora; quando l’immagine si definirà, come in un film, come in un sogno, eterna e limitata, il morto e noi con lui potremo riposare in pace.

6 pensieri su “Post mortem

  1. Il ricordo insistente delle crudeltà verso chi è morto è una flagellazione, poiché i morti sono morti solo in quanto continuano a esistere nel cuore di chi sopravvive. E la pietà nei confronti di una sofferenza patita ne è una manifestazione ancora più crudele e precipitosa di quanto non sia stata la coscienza dolorosa di chi ha sofferto, al quale è almeno risparmiata una disperazione – la disperazione dello spettatore. – S. Beckett, ‘Proust’, SE, Milano 2004, p. 33

  2. Teme la morte soprattutto chi ha eletto se stesso a Dio e lo frustra l’idea di non poter decidere sull’unica cosa irreversibile e soprattutto uguale per tutti, un’onta che , spesso, i saccenti vivono come l’estremo affronto, una vile smentita della loro pretesa onnipotenza. Avverto un piacere sadico quando leggo certi articoli,di alcuni superbi personaggi , sull’ineluttabilità della morte. Ne parlano con indignazione, come se fosse un blasfemo oltraggio a chi merita solo privilegi, per casta a per cultura. Mi fanno rabbia e pena. .. Più pena, a dire la verità. Scusa se intervengo nei tuoi blog. Qualche volta la passione mi trascina, come succede a tutti. Sono belli gli argomenti che tratti, ma se mi ritieni invadente, dillo. Non sempre ( e lo faccio inconnsapevolmente) capisco quando devo dire “basta!”

  3. Cateno, chi diceva : “ma è così giusto vivere per abituarsi all’idea di morire”? L’ho sentito in un film tanti anni fa ma non ne ricordo l’autore. Tu puoi illuminarmi?

  4. Mah, quella frase, in varie forme, è stata detta tante volte e in diverse occasioni. Non mi viene in mente nessun film di preciso. Se tu dovessi ricordartelo, fammi sapere, sono curioso! :wink:

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