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Cinquantatré libri

In fondo, a cosa servono gli esami, le lauree, i concorsi? A farti leggere di meno. Sembrano fatti apposta. Manuali, saggetti, quiz. Quando va bene è poca roba e ti resta tempo per leggere altro; quando va male ti devi sorbire pagine e pagine inutili e brutte, da rileggere più volte. I libri non si mangiano, è vero; ma tanto spesso quelli che ti fanno leggere fanno cacare.

Così, quest’anno ho letto solo 53 libri. Già. Ma uno l’ho scritto io (chissà con chi) e in un altro c’è ben più del mio zampino.

Quest’anno ho letto solo 53 libri perché ho dovuto studiare per le prove del TFA. È presto detto: 53 libri forse non sembrano pochi, ma l’anno scorso, il 2011, libero dalla costrizione di farmi dire dagli altri cosa leggere, ne ho letti 70. Nel 2009, anno in cui ho scritto la tesi di laurea, ammontarono a soli 29. Quod erat demonstrandum.

Qualità, non quantità — direte. Bah, quantità e qualità, se posso.

Non leggo quasi mai libri brutti. Questo mi consola parecchio, quantomeno non è tempo sprecato. (E nemmeno soldi buttati al vento.) Come di consueto, ecco i libri che ho carnalmente amato di più durante quest’anno.

  • G. Anders, L’uomo è antiquato. In realtà sarebbe due volumi, scritti a distanza di più di vent’anni. Tuttavia, è in particolare il primo volume a essere straordinario, a penetrare la realtà, a comprenderla fino al fondo delle sue possibilità con uno sguardo tanto tagliente quanto lucido. Un libro essenziale per capire la nostra epoca; ma capire un’epoca è capire i tratti essenziali e immutabili dell’umanità.
  • A.M. Ripellino, Poesie prime e ultime. Un poeta meraviglioso, un vero e proprio acrobata della nostra lingua. I suoi versi sono a tratti birboni, ora malinconici ora spensierati. Credo che sia uno dei poeti più grandi degli ultimi tempi.
  • G. Anders, La catacomba molussica. Romanzo ctonio, si svolge in una segreta di Molussia, dove due prigionieri (maestro e allievo) si tramandano racconti e ragionamenti per resistere al totalitarismo. Prototipo del romanzo distopico, rimasto a lungo inedito, è un’opera affascinante, inquietante e divertente. Un vero e proprio manuale di sopravvivenza in qualsiasi tipo di società totalitaria.
  • S. Kierkegaard, Briciole di filosofia e soprattutto l’imponente Postilla conclusiva non scientifica alle “Briciole di filosofia”. Condensare in due righe l’indescrivibile bellezza di queste opere è davvero difficile. Proprio per questo rimando a quanto ne avevo scritto qualche tempo fa.
  • F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Risulterei banale a dire che è una delle cose più belle che abbia mai letto. Commuove fino alle lacrime, ma c’è dentro una passione che brucia, fatta di tensione religiosa, aggressività, istinto sessuale, bellezza. C’è una vita, un mondo che brulica, narrato con una maestria che lascia stupiti, tanto è chiara e profonda. L’episodio de Il grande inquisitore è semplicemente la perfezione che si fa scrittura.
  • A.M. Ripellino, Praga magica. Può una città suscitare un amore tanto profondo? Ogni rigo di questo libro sembra quasi vergato col sangue, tanto è il sentimento che traspare. Assieme allo sfoggio di una cultura immensa, Ripellino mostra anche qua un uso meraviglioso della lingua. È un funambolo innamorato di una città, e vi corre sopra sospeso sulla propria corda lirica.
  • M. Sgalambro, La morte del sole. Le letture di quest’anno si sono chiuse in bellezza. La stessa con la quale voglio chiudere anche questo post: «Il peso del pensare si avverte a volte insopportabile e si vorrebbe allontanarlo, cacciarne la desta presenza che rumina come se l’affare non fosse suo. Come se tutto ciò non si svolgesse a spese della singola vita a cui si accompagna e che fa a pezzi. Ma esso continua insaziabile e, a chi ne avverte il peso, ma nello stesso tempo l’impossibilità di fermarlo, appare come una sostanza, come qualcosa che non ha bisogno d’altro per esistere, come favoleggiò Descartes… Poi stanchi, spenti, senza più forza alcuna né desiderio, subentra una quiete inerte dove appena appena guizzano i riflessi più elementari. Una sorda tristezza per il destino che si subisce nolenti incupisce. Ma tosto l’attenzione si desta di nuovo, un ricordo o qualcosa che colpisce – e non si sa da dove viene –, e si ricomincia. Il mostro si guarda attorno sbavando di piacere e anche nell’uomo più comune azzanna, colpisce, come se fosse qualcos’altro da lui, e le cose più consuete e più care vengono travolte perché esso passa come un uragano e nulla si salva dal pensiero.»

Settanta letture degne di noia

Quando si legge, non si vorrebbe fare altro. Nella vita, intendo: si vorrebbe solo leggere.

Ascoltare gli innamorati è noioso, non si riesce a percepire quasi mai il fuoco che li arde. Chi vive di libri è animato da una simile fiamma. Per chi ascolta, il risultato sarà pressoché il medesimo. Da qualsiasi punto di vista è la gente che annoia. Tanto spesso, più che l’inferno gli altri sono la noia.

I libri sono come gli altri. È gente che ti parla del fuoco che li anima. Leggere è di una noia mortale. Si potrebbe stare al sole, a godere della campagna e delle donne (o degli uomini, si licet); ci si ficca in stanze buie su sedie gibbose ad annoiarsi su pagine e pagine di caratteri minuscoli.

Eppure tutto, anche la noia, si può amare se conquistato a fatica. Così come si amano gli altri. L’amore per il prossimo è una noia conquistata a fatica.

In questo interessante 2011, ho letto settanta libri. Come l’innamorato, vorrei parlarvi quasi di ognuno, per farvi convenire sui pregi, per dirvi che sì, magari ha questo difetto, e anche quell’altro, ma che io sono lo stesso innamorato, perché come lei non c’è nessuno.

Vi cedo un po’ di noia. I miei consigli per l’anno vecchio sono questi:

  • P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita: librone, per respiro e mole. Ne ho parlato diffusamente qui. Fondamentalmente è un libro sulla rivoluzione: perché la rivoluzione è senza contenuto, come questo libro, privo di indirizzi, nuovi valori o consigli. È pura forma: la rivoluzione è il come, che si declina in ascesi e virtuosismo. Il rivoluzionario è un acrobata.
  • J. Littel, Le benevole: vi supplico, per il vostro bene, non leggetelo. È un capolavoro di mille pagine. Atrocità, sodomia, scatologia, discettazioni erudite. Se si vuole comprendere il nazismo, bisogna leggere questo libro. Se volete rimanere sani di mente, dedicatevi ad altro.
  • H. Melville, Moby Dick: sui cosiddetti ‘classici’ non bisognerebbe mai parlare. Difatti evito di consigliarli (si può ‘consigliare’ un ‘classico’?). Tuttavia, l’ossessione della balena bianca spinge a non pensare ad altro, a non voler parlare d’altro. È il libro dei libri (ma come nella Biblioteca di Borges esistono tanti libri dei libri, che si differenziano per una lettera o per una virgola), è il mito che prende corpo e si fa balena, ossessione, religione, Leviatano.
  • G. Deleuze, Differenza e ripetizione: sostenere l’inutilità della filosofia, significa essere malamente aristotelici, oltre che polli spennati. E significa non avere letto questo libro. Siamo di fronte a qualcosa di paragonabile a una Fenomenologia dello spirito in cui il nostro tempo è appreso con il pensiero. Il rovesciamento del platonismo è sotto gli occhi di tutti (o almeno di chi ci vede). Deleuze lo ha colto, spiegato e anche indirizzato. L’epoca deleuziana prende nome da chi l’ha saputa decifrare. (Senza contare la strepitosa interpretazione dell’eterno ritorno.)
  • G. Deleuze, Logica del senso: come il gioco filosofico può farsi serio e mostrare che anche i concetti logici più astratti si incarnano nelle nostre esistenze. Il paese delle meraviglie, non è una novità, è la logica (paradossale) che guida le nostre esistenze. Si accede al paese delle meraviglie quando si riconosce il paradosso in cui siamo costantemente immersi.
  • A. Rimbaud, Opere: vale il discorso sui ‘classici’. Un musicista che ascolta Mozart non può non provare la sensazione di essere sconfitto, di non poter mai raggiungere quelle vette. Uno scrittore che legge Rimbaud vorrebbe bruciarsi con tutte le proprie carte. Avevi ragione, caro Rimbe, e lo dico con una lacrima a stento trattenuta; avevi ragione a dire tra atroci sofferenze: «J’irai sous la terre, et toi tu marcheras dans le soleil». Sei stato il mare svanito assieme al sole; sei stato per poco, troppo poco tempo, l’eternità.

 

P.s. Segnalo il post di Davide Tomasello, scritto contemporaneamente al mio, all’insaputa l’uno dell’altro.

Come ti rendo poetica la rabbia

Cercavo un libro di poesie di Dylan Thomas, quando le dita fatate di Ambra hanno tratto fuori dal nulla un libriccino blu come la notte, con un’orribile copertina di bambino-gatto.

La questione, tanto annosa quanto oziosa, se vi siano degli argomenti che si prestino meglio all’espressione poetica, mi pare si possa finalmente accantonare. Parini ha reso poetico un cagnolino snob preso a calci; il malcapitato servo sfigura dinnanzi alla vergine cuccia delle Grazie alunna. Gozzano ha reso poetica una donna quasi brutta e la tristezza desolata dei solai; Bukowski il vomito.

Bruno Tognolini, autore di Mal di pancia calabrone, possiede il vigore dell’eterna giovinezza poetica. Si dirà che si occupa di poesie per bambini; ma non esiste poesia per qualcuno o qualcosa: esiste la poesia. Ciò che viene messo ripetutamente in questione è la semplicità: si può dare arte semplice? Il semplice può rivelarci qualcosa del mondo? Il mondo, in definitiva, è anche semplice?

Robert Schumann accettò la sfida di creare un’opera d’arte semplice, molto semplice. Ne nacquero le Kinderszenen, per i bambini e sui bambini. Poi lo stesso Schumann ci ripensò: sui bambini, certo, ma da un adulto per adulti. Bambini o adulti, l’opera d’arte fu creata; ne goda chi può.

Le dita fatate di Ambra hanno portato alla luce da un fondo perduto le Rime di rabbia. Cinquanta invettive per le rabbie di tutti i giorni (Salani Editore, Milano 2010). Le formule magiche di Mal di pancia calabrone forse hanno una qualità media più elevata, nel complesso sono più snelle e non cadono mai nella banalità. Tuttavia, Tognolini mostra anche nelle Rime di quale stoffa sia fatto e che rimane un poeta, di quelli veri; come Gianni Rodari, come Robert Schumann, a cui la sua opera si può accostare. Questi componimenti hanno un linguaggio più ricco e vario rispetto a quelli del Mal di pancia. Il vocabolario di Tognolini si dispiega al massimo della sua potenza immaginifica. È un libro comico, commovente, nostalgico e al contempo speranzoso. Il poeta coglie anche l’occasione per riflettere su se stesso nella quarantanovesima e penultima poesia:

Rima contro il poeta

Tu sei il poeta che ha scritto le rime?
Scriviti questo poema sublime
Neve nei monti, che è bianca
Biancheggia
Cielo al tramonto, che è rosso
Rosseggia
Fronda del bosco, che è verde
Verdeggia
Tu sei poeta e sei scuro?
…!

La raccolta si chiude con l’Ultima rima. Per i grandi. Scongiuro contro il nazismo futuro; lo spessore del poeta si mostra anche in tale fuoriuscita dal proprio universo solito, in questa messa al bando dell’autoreferenzialità.

Nel mezzo è tutto un divertimento di immagini, filastrocche da imparare e da utilizzare. La lingua ne gode, ne gioiscono le orecchie. Un esempio su tutti:

Malaugurio delle risate

Io vorrei che tu, con le mutande scese
Facessi a saltelloni tutto il giro del paese
E tutti ti guardassero da tutte le finestre
A scuola si affacciassero i bambini e le maestre

Sono versi contro le prepotenze; ma anche contro i piccoli fastidi quotidiani. La rabbia esiste, bisogna farci i conti e rispondere per le rime.

Improperio del regno animale

Faccia di porco, puzza di cane
Testa di pecora, zampe di rane
Pelo di tasso, cagnetto grasso
Goffa giraffa col sedere basso
Pelle di rettile, vipera liscia
Pancia di viscida biscia che striscia [...]
Dalle tempeste di secoli neri
Dalle foreste di secoli bui
Torna da te l’animale che eri
E tu ritorna da lui!

C’è più di una profonda cognizione antropologica in versi come questi. Per concludere, la figura del babbione peggiore la fa, manco a dirlo, il poeta.

Invettiva del babà

[...]
Sei un babbano, un barbagianni, un babbuino
Sei un pinocchio pagliaccio, un buffo atleta
Sei un babbo un po’ bambino, un burattino
Sei un babà, sei solo un povero poeta.

Confinato in un corpo da adulto, il poeta ha la grave colpa di volersi intromettere nel mondo dell’infanzia, da cui è stato escluso senza rimedio. Un babbo un po’ bambino, solo questo. Vi è una fase in cui i bambini imparano a dire le bugie; il poeta è fermo in quella fase. Anche se sta imparando e non le sa dire molto bene, càpita che ogni tanto, se è fortunato, incontra qualcuno che ci crede. Allora la bugia diventa reale e s’accede all’immaginifico mondo del sogno.

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