Tara ereditaria. Dialogo tra ammuti-nati.

a G. R.

Padre — Sempre a perdere tempo con internet.

Figlio — Lasciami in pace.

Padre — Che gusto ci provi poi…

Figlio — Ogni rete ha i suoi buchi.

Padre — E allora?

Figlio — Godo a penetrarli.

Padre — Esci, piuttosto! Sai quante ragazze ci sono fuori?

Figlio — Ci sono anche qua. Anzi a volte mi chiedo come facevate ad accoppiarvi prima, senza telefonini e chat.

Padre — Ci accoppiavamo lo stesso, ci parlavamo in faccia, ci annusavamo. C’era più voglia di, uscire, di svincolarsi, d’autonomia. Io alla tua età mi sono dovuto sbracciare per svincolarmi dalla famiglia. Se non ti svincoli dalla famiglia non potrai mai avere un pensiero.

Figlio — Svincolarmi dalla famiglia per fare che? Per farmene un’altra? Mi libererei da una gabbia solo per costruirmene una su misura. Bel guadagno. Oppure per cercarmi un lavoro? Sgobbare otto ore o più per una miseria, per due settimane di ferie in estate. Di che pensiero potrei godere?

Padre — Potresti tentare la carriera universitaria.

Figlio — Come no! In ogni caso sarebbe un’altra rete, anche fin troppo intricata. Famiglia, internet, lavoro, università: altro che claustrofilia! Trovatemi un pertugio che lo penetro. Dici che internet mi toglie tempo; non sai quanto me ne ha tolto lo studio universitario.

Padre — Vuoi dirmi che l’università non serve a niente? Che ti ci ho mandato a fare?

Figlio — Ecco, è questo il punto: come si va all’università, così abbiamo internet. O sei in questo modo, o non sei affatto. Se anche tu avessi la mia età, non avresti campato come me? Peggio o meglio non importa; bisogna vedere che fai con ciò che ti è dato. All’università ho imparato che quasi sempre nei libri trovo solo ciò che è dentro di me. Le cose fuori sono qualche cosa; dentro di me non c’è niente, per questo il libro circola nel niente. Il libro è scritto per il lettore ideale, ossia per tutti e per nessuno. Il lettore ideale non c’è; è niente.

Padre — Bene, ti millanti letterato: pensa cosa sarebbe stato di Leopardi senza il suo desiderio d’evadere, di vedere cosa c’era fuori…

Figlio — Ma come parli? Il desiderio d’evasione… Io dico che l’infinito non sta oltre la siepe: è tutto prima, è tutto dentro. Oltre la siepe è il nulla, e con questo ci sbatto ogni giorno, quando penso d’ammazzarmi. Gioco a fare il letterato: l’Aléxandros di Pascoli immagina interminati spazi di là dalle montagne; ma poi così lamenta: «sì grande spazio di su voi non pare, | che maggior prima non lo invidiate». Se Leopardi avesse avuto internet, avrebbe sbattuto prima con le cose di fuori, avrebbe compreso prima la miseria di Roma e Firenze, la sciatteria dei progressisti toscani. Vuoi che mi stacchi da te? Non ci credo: come ogni padre lo dici e non lo desideri. La rete è il mio modo per staccarmi da te. E poi pure tu ti sei ritagliato il tuo pezzetto di rete.

Padre — Però per decenni ho vissuto le cose di fuori.

Figlio — Mi sembra la vecchia storia degli adulti che possono fare quanto ai ragazzi viene vietato. Certo, perché gli adulti si sono formati. Anch’io mi sto formando, così. La forma detta l’epoca; ogni epoca ha il suo modo.

Padre — Non mi piace questo modo.

Figlio — Forse intendi che non ti piace questo mondo. Il mio mondo.

Padre — Esattamente.

Figlio — Pazienza. Quando non ci sarai più me ne ricorderò. Forse.

Cit. Distorsioni da social network

Ognuno di noi coltiva le proprie idiosincrasie. Le accudisce, le alimenta, le cura. Le mie idiosincrasie maggiori e peggiori sono dovute ai vezzi pseudo colti.

Da qualche tempo soprattutto su Facebook è invalso l’uso dell’abbreviazione cit., ovviamente a sproposito e sempre fuori luogo. Di solito chi la utilizza crede di usare un codice condiviso, corretto, anche un po’ snob. Si prende una citazione, quasi sempre scontata, e poi tra parentesi si scrive cit. Mettiamo: «Chi cerca esseri umani troverà acrobati» (cit.).

Tuttavia, quando si fa una citazione bastano solamente le virgolette (quelle che ho usato io o, in mancanza di meglio, quelle alte “”). Esse indicano che si sta riportando un pensiero, una frase, un detto di qualcun altro. Le ulteriori esplicazioni contenute tra parentesi dovrebbero servire a far comprendere di chi è quanto si cita. Mettendo solo cit. si fornisce due volte la stessa informazione (ossia che si sta citando) ma non si dice ciò che forse potrebbe interessare chi legge (ovvero chi si sta citando). In tali contesti, basterebbe soltanto che si mettesse tra parentesi il nome di colui che è citato.

Ma allora cit. chi l’ha inventato? Quando in un testo ricorriamo a più citazioni da uno stesso libro e tra una citazione e l’altra ce ne sono anche di altre opere, allora usiamo quell’abbreviazione. Per ritornare al mio esempio, mettiamo che riporto:

«Chi cerca esseri umani troverà acrobati» (P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, tr. it. di S. Franchini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, pag. 19).

Se dopo aver citato da altri testi traggo nuovamente qualche frase da quest’opera, allora per non riscrivere tutta la tiritera posso sostituirla con op. cit. (che sta per opus citatum, opera citata) oppure abbreviando ancora con cit.:

«Il comunismo ha consumato la vita di tre generazioni per produrre un ornamento politico, davanti al quale la storia è passata oltre. Il suo destino ricorda lontanamente il modo in cui i monaci tibetani realizzano grandi mandala di sabbia colorata, destinati a essere portati via dalla corrente il giorno successivo al loro completamento» (P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, cit., pag. 261).

Certo, questo post si perderà tra gli ampi buchi della rete quasi senza ottenere risultati. Ma, come si dice, rendo glorioso il mio ministero se in qualche modo potrò salvarne alcuni (Rm 11, 14-15).

P.s. Intanto il post sulla data del discorso di Pericle qualche effetto lo ha sortito. Ora siamo in prima pagina su Google.

Cinquantotto passi nell’oltretomba

Il tempo merita d’essere scandito dai libri. All’evanescenza degli attimi, opponiamo la consistenza della parola scritta. Ogni libro sta come un piolo nella scala del tempo; un segnavia che interrompe lo scorrere per le strade del divenire. La strada è un attrezzo, uno strumento. Si sosta ai crocicchi, i trivi ove s’incontrano gli spettri, le biforcazioni che sono epifanie dell’oltretomba nella noia quotidiana. Su ogni kreuzweg sta scritto che la vita è un mezzo per la conoscenza. Questa, però, non si può ottenere, afferrare. Quando giunge a compimento, si comprende che non c’è nulla da sapere e subito la si ricopre d’un manto opaco. Se la si afferra e afferma, si muore.

Nel 2010 ho letto 58 libri (compreso qualche bel fumetto). La lettura di un libro è un passo nell’oltretomba. Muoia Sansone con tutti i Filistei: voglio affossarvi con me, suggerendovi la lettura di alcuni tra i libri che più ho apprezzato nell’ultimo anno.

  • E. Jünger, L’operaio. A quel che mi diceva Raciti, la traduzione di questo libro è pessima. Tuttavia l’effetto che produce è lo stesso sconvolgente. A ridosso della fatale ascesa di Hitler al potere, Jünger ci mostra la spaventosa forza che si sostituisce al borghese: l’operaio, la cui forma è il lavoro nell’epoca della mobilitazione totale. L’individuo così è sostituito dal tipo. La forma del lavoro è onnicomprensiva, totale, appunto. Vengono i brividi a leggere pagine che sembrano ancora tanto profetiche e temibili.
  • I. Calvino, Il barone Rampante. Il più bel libro di Calvino, commovente, divertente, affascinante, strambo, melanconico, profondo. Come sempre la saggezza è prerogativa della folle coerenza, fino in fondo, fino alla morte.
  • L.F. Céline, Viaggio al termine della notte. Io che appartengo alla risma dei proustiani non posso non apprezzare l’anti-Proust per eccellenza. Questo romanzo scuote fin nelle fondamenta; ora cinico, ora sentimentale ma mai patetico, Céline ha mostrato quanto la vita possa fare schifo eppure quanto la si possa amare lo stesso. Si possono amare anche donne orrende; si può amare anche la vita.
  • B. Groys, Post scriptum comunista. Libro platonico, rimette sui piedi la dialettica rovesciata della contemporaneità. Il comunismo viene indicato come il predominio del pensiero sull’economia. Leggendo questo libro si comprendere bene perché un pensatore non può che essere comunista. Il pensiero è politica; la politica pensata è comunismo. L’universalità economica del capitalismo ha bisogno di annientare il concorrente; la totalità comunista, invece, permette la sussistenza della diversità, la lascia – in pace. Il comunismo come coesistenza di contraddizioni. Verrebbe da dire: il comunismo come casa di Ade.
  • G. Colli, La sapienza greca, voll. 3. Non solo per la traduzione, per la nuova scelta, per le aggiunte, per frammenti completamente inusuali; ma i tre libri sono fondamentali anche per le introduzioni, l’apparato critico e il commento. L’uomo è un animale teso tra il dionisiaco e l’apollineo. La conoscenza è una tenzone, un’avventura che si svolge tra estasi, mantica, enigmi, sfide mortali. La conoscenza è un inganno. È una guerra. E il sapiente è un guerriero che sa difendersi bene.
  • G. Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Il linguaggio teologico della cristianità, da Paolo in poi, è calcato sulla oikonomia greca. Ne deriva che l’esercizio della potestà divina sul mondo è svolto seguendo metodi economici. Il rapporto tra Padre e Figlio è economia. Dio Padre si incarna nella storia pianificando un’economia. Tra le tante notevoli suggestioni e le centinaia di riferimenti precisi e rigorosi, Agamben tenta di capire perché la gloria è necessaria al potere. Alla fine del libro sorge inevitabilmente la domanda se il destino economico dell’occidente sia un portato della cristianità.
  • C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Solitario, giovane, eppure con la sapienza di un saggio della Grecia arcaica, Carlo Michelstaedter si staglia immenso sull’orizzonte del pensiero. La prima parte è paragonabile a L’unico di Max Stirner. La seconda è profonda quanto i Discorsi di Rousseau e la Genealogia della morale di Nietzsche; e di queste è compagna: Poi la vita s’incarica di stordirli; l’esser vivi si fa un’abitudine – le cose che non attraggono non si guardano più, le altre sono strettamente concatenate, la trama si fa uguale – il bambino si fa uomo – le ore degli spaventi sono ridotte al sordo continuo misurato dolore che stilla sotto a tutte le cose. Ma quando per ragioni che non stanno in loro, il lembo  della trama si solleva, anche gli uomini conoscono le spaventevoli soste.

La conoscenza va coperta. La verità è insopportabile. Un manto deve ricoprire l’aletheia. L’inganno delle nostre parole, gli abbellimenti rettorici, sono una coperta, un sotterfugio di chi vorrebbe e non vorrebbe. Conosciamo la verità come si fa all’amore con una donna brutta: sotto le coperte, con la luce spenta.