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Sui rifugiati a Regalbuto

Regalbuto accoglierà venticinque rifugiati politici. Trovo che sia tra le notizie migliori degli ultimi anni. Non è un mistero che l’attuale amministrazione comunale non gode delle mie simpatie politiche (a dispetto dell’amicizia che mi lega ad alcuni tra i suoi membri); tuttavia in questo caso bisogna riconoscere che da un certo punto di vista il sindaco e la giunta stiano gestendo la faccenda in maniera esemplare, per un motivo che non ha che fare con la politica in senso spicciolo, ma che riveste un’importanza capitale. Non sono addentro alla questione da un punto di vista burocratico: in questo campo (anche se, ripeto, non ne so niente) magari qualcuno potrebbe appuntare delle critiche; ma al di là di queste prassi noiose, di cui ho smesso di occuparmi, l’amministrazione sta adempiendo in questo caso al principale dei suoi compiti: sta dando il buon esempio. (A tal proposito, basti leggere la lettera del vice sindaco Angelo Plumari.)

Mi rincresce non poter dire lo stesso di buona parte dei miei compaesani. Per strada e sulle reti sociali ne ho sentite dire di tutti i colori, a partire dal numero dei rifugiati: ora si esagerava sostenendo che fossero 200, poi scesi a 120 (quanto la briscola, come si dice), ieri poi diminuiti ancora a 70. I numeri spaventano, si sa; l’affare muta in un rapporto di forza, ossia si mostra come una questione di paura: più sono, più spaventano.

Una persona insospettabile, da sempre di sinistra, sosteneva che si dovessero alloggiare questi individui in un luogo lontano dal paese, magari in una casa vicino al lago. Certo – ho risposto ironicamente – e poi circondiamo la casa col filo spinato e ogni tanto facciamo sentire un discorso del Führer.

Ora, al di là dell’antipatico aneddoto, se persino una persona che reputo intelligente e che stimo è sopraffatta da questi impulsi, immagino a stento cosa si agiti nell’animo di certi miei compaesani. Su Facebook spuntano come funghi le bizzeffe di commenti stolidi che tirano in ballo lavoro e danari, egoismi e fobie, nel timore di un crescendo di delinquenza e violenze.

Perché dobbiamo pagare noi per loro? Non c’è altra risposta che questa: perché noi possiamo. E se si pensa che si debbano prima aiutare gli italiani, ciò sottende un ragionamento razzistico: gli italiani valgono di più degli stranieri. In fondo, i discorsi di questo tipo sono permeati dal pensiero che esistano esseri umani di prima categoria e baciati dalla fortuna, ed esseri umani di seconda, terza, quarta categoria, che non solo hanno la sfortuna di essere in difficoltà, ma si devono pure sentire dire che debbono restarci.

C’è sempre una scusa per non accogliere gli immigrati: l’Italia non è ricca, vadano altrove; non ce la facciamo nemmeno per noi stessi, figurarsi se li possiamo aiutare; l’Europa ci deve aiutare (che tradotto significa: noi li facciamo sbarcare, ma poi pigliateveli voi); ci rubano il lavoro; sono sporchi, brutti e cattivi; e così via con la sequela di luoghi comuni.

Uno dei ragionamenti che mi stupisce maggiormente è quello di chi sostiene che gli immigrati (clandestini o meno) trovano lavoro più facilmente perché sono pronti a sgobbare per tutto il giorno in cambio di una paga misera, mentre gli italiani non sarebbero più disposti a questi sacrifici. Questo ragionamento da una parte provvede a una legittimazione dello sfruttamento; dall’altra considera un po’ giusto, in fondo, che a farsi sfruttare siano “loro” e non “noi”. Anziché chiedere uguali garanzie per tutti, da un lato si rimpiange che i giovani italiani non abbiano più la santa pazienza di farsi sfruttare; dall’altro lato, chi sono questi immigrati che vengono da noi e per giunta pretendono i nostri stessi diritti? Ma è vero, dimentico che i diritti “umani” li abbiamo inventati noi occidentali, quindi possiamo concederli o negarli a nostro piacimento.

Ancora, si dice che gli immigrati o i rifugiati spesso mentono, si inventano storie commoventi per ottenere un’accoglienza benevola. Non so se sia vero, probabilmente qualcuno lo avrà anche fatto. Ma sarebbe un buon motivo per non accoglierli più? Come dire, dato che un banchiere ruba o ha rubato, allora nessuno metta più i soldi in banca. Bisogna distinguere tra la giustezza di un principio (in questo caso l’accoglienza di individui in difficoltà) e coloro che cercano di approfittarne. In ogni caso, se anche mentono per mettersi in salvo, io sinceramente non mi sento di condannarli. Meglio mentire per salvare la pelle che per truffare o rapinare voi contribuenti, non credete? A volte si ha la sensazione che basta essere un bianco in giacca e cravatta, e tutto diviene lecito. Ma che gli immigrati non si azzardino a chiedere un tozzo di pane, per strada, nei semafori o – come nel nostro caso – attraverso le vie istituzionali!

Venticinque rifugiati, che scappano da guerra e miseria, da violenze e stragi, da fame e ingiustizia; con quale faccia possiamo negare loro l’ospitalità? Scommetto che se fossero altri italiani o dei francesi o dei tedeschi non ci faremmo tutti questi problemi. Però non siamo razzisti, vero?

La dignità non si misura solo nella sopportazione delle sciagure che ci colpiscono; si mostra anche nel trattamento che riserviamo a chi si trova in una condizione di svantaggio e debolezza, che sia passeggera o meno. Per una volta sta accadendo qualcosa di dignitoso, addirittura con l’appoggio della politica. Si chiacchiera spesso e a vanvera di indignazione; di dignità non parla quasi più nessuno. Ora abbiamo l’opportunità di conservare e accrescere quella dignità che ci resta, come singoli e come paese.