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Eutanasia e democrazia

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«Dimmi, Pericle», lui disse, «puoi insegnarmi cos’è una legge?»
«Certo», disse Pericle.
«Allora, per favore, insegnami», disse Alcibiade, «poiché ogni qualvolta vedo uomini elogiati per essersi adeguati alla legge, osservo che nessuno merita l’elogio se non conosce la legge.»
«Bene, Alcibiade, non c’è difficoltà riguardo l’argomento che tu sei desideroso di apprendere: cos’è una legge? Le leggi sono tutto ciò che è considerato e votato dalla maggioranza riunita in assemblea, in cui si afferma ciò che dovrebbe e ciò che non dovrebbe essere fatto.»
«Pensano che sia giusto fare del bene piuttosto che il male?»
«Il bene, naturalmente, ragazzo mio, non il male.»
«Ma, se non è la maggioranza ma, piuttosto, come succede nelle oligarchie, una minoranza che si riunisce per scrivere le leggi e stabilire cosa dovrebbe essere fatto, cosa succede?»
«Ogni volta che il potere sovrano in uno stato decreta, governando, ciò che dev’essere fatto, ebbene ciò è legge.»
«E se è un tiranno alla guida dello stato e stabilisce ciò che i cittadini devono fare, anche questa è legge?»
«Anche ciò che un tiranno impone, in quanto legislatore, anche questo è legge.»
«Ma cosa sono mai l’abuso e l’illegalità? Si verificano forse quando il più forte costringe il più debole a fare ciò che vuole, non per persuasione ma per forza?»
«Sì, è così.»
«E se un tiranno costringe i cittadini ad agire sotto giogo, non per persuasione ma per forza, è forse questa l’illegalità?»
«Io credo così e ritiro la mia affermazione che qualora un tiranno legiferi senza persuasione, questa sia legge.»
«E quando una minoranza agisce non attraverso la persuasione della maggioranza ma usando il suo potere per sopprimerla, è questa una illegale sopraffazione oppure no?»
«Credo che ogni cosa sia fatta per costrizione e non per persuasione, che sia o meno un comando, questa è forza, non è legge.»
«Bene, allora ogni cosa che la maggioranza legiferante decreta rispetto a coloro che non dispongono di proprietà, senza che siano persuasi, sarebbe un atto di forza e non di legge?»
«Alcibiade… Alla tua età anche noi eravamo interessati a questi argomenti e passavamo il tempo a sottilizzare così come alcuni di voi fanno adesso.»
«O Pericle», lui disse, «quanto avrei voluto conoscerti allora quando eri brillante in questi argomenti!»
(Senofonte, Memorabilia I.20.40-46)

Ballade des dames du temps jadis

Georges Brassens, dal quale deriva quasi tutta la canzone d’autore italiana, oltreché d’oltralpe (se non nelle modalità almeno negli intenti), musicò questa ballata contenuta nel Testamento di Villon (vv. 329-356). Vi comprare anche Alcibiade, che, notoriamente, fu considerato una donna da alcuni durante il medioevo. Buon ascolto!

 

Ballade des dames du temps jadis

Dites moy ou n’en quel pays

Est Flora la belle Romaine,

Archipiades, ne Thays

Qui fut sa cousine germaine,

Echo parlant quand bruyt on maine

Dessus rivière ou sur estan,

Qui beaulté ot trop plus qu’humaine.

Mais ou sont les neiges d’anten?

Qui beaulté ot trop plus qu’humaine.

Mais ou sont les neiges d’anten?

 

Ou est la très sage Hélloïs,

Pour qui chastré fut et puis moyne

Pierre Esbaillart a Saint Denys?

Pour son amour eust ceste essoyne.

Semblablement, ou est la royne

Qui commanda que Buriden

Fut gecté en ung sac en Saine?

Mais ou sont les neiges d’anten?

Fut gecté en ung sac en Saine?

Mais ou sont les neiges d’anten?

 

La royne blanche comme liz

Qui chantoit a voix de seraine,

Berte au grand pié, Bietris, Alis

Haremburgis qui tient le Maine,

Et Jehanne la bonne Lorraine

Qu’Englois brûlèrent a Rouen;

Où sont ils, ou Vierge souveraine?

Mais où sont les neiges d’antan?

Où sont ils ou Vierge souveraine?

Mais où sont les neiges d’antan?

 

Prince, n’enquérez de sepmaine

Ou elles sont, ne de cest an,

Qu’a ce refrain ne vous remaine:

Mais ou sont les neiges d’antan?

Qu’a ce refrain en vous remaine;

Mais ou sont les neiges d’antan?

 

 

[Ditemi dove, in quale paese

è Flora, la bella romana,

Alcibiade o Taide.

che fu la sua cugina germana,

Eco parlante quando la voce si rincorre

su un fiume o uno stagno,

la cui beltà fu più che umana.

Ma dove sono le nevi dell’altr’anno?

 

Dov’è la coltissima Eloisa,

per la quale fu castrato e poi monaco

Pietro Abelardo a Saint Denis?

Per il suo amore ebbe tale destino.

Similmente, dov’è la regine

che comandò che Buridano

fosse gettato in un sacco nella Senna?

Ma dove sono le nevi dell’altr’anno?

 

La regina bianca come giglio

Che cantò con voce di sirena,

berta dal grande piede, Beatrice, Alice,

Eremburg che dominava tutto il Maine,

e la valorosa Giovanna [d’Arco] di Lorena

che gli inglesi bruciarono a Rouen,

dove sono, dove, Vergine sovrana?

Ma dove sono le nevi dell’altr’anno?

 

Principe, non chiedere di settimana

dove sono esse, né nel corso di quest’anno,

affinché non vi rimanga questo ritornello:

ma dove sono le nevi dell’altr’anno?

Who’s Michael Robartes? (Ovvero le fasi della Luna)

Parafrasando una battuta, potremmo dire che esistono persone che non esistono.

Michael Robartes è una di queste. Egli è un mago; la sua sapienza, che gli permette di tracciare magiche forme, porta ad illustrare le ventotto fasi della luna. Le prime quindici portano al plenilunio (quindicesima fase) in cui non si dà vita umana, giacché è la fase della perfezione, della bellezza assoluta e della completa soggettività; dopo di che la luna decresce e chi ha la culla (la nascita e la vita o il momento dell’esistenza) in queste fasi successive è in un processo di decadenza, tant’è che le ultime si approssimano alla deformità fisica e mentale, di cui sono esempio le figure del gobbo, del santo e dello stolto (o idiota). Dopo la ventottesima fase si determina una reincarnazione o una rigenerazione; la luna estingue la sua luce, ci troviamo al novilunio. Tutto e buio, è il momento opposto alla quindicesima fase; chi è in questa situazione non ha cognizione del bene e del male, è deforme o addirittura informe.

E di nuovo, dopo questa fase, la luna ricomincia a crescere.

Questa affascinante dottrina esoterica è frutto delle riflessioni e dell’opera di un poeta di cui in una conferenza del 1940 tenuta all’Abbey Theatre di Dublino T. S. Eliot disse:

«È uno di quei pochi la cui storia è la storia del proprio tempo, e che fanno parte della coscienza di un’epoca che, senza di loro, non può essere capita.»

yeatsSto parlando di William Butler Yeats. La raccolta poetica I cigni selvatici a Coole è una meraviglia di rara bellezza e profondità. In un crescendo (che trova rari tratti infelici) veniamo coinvolti e trascinati dalle malinconie di chi si scopre anziano e vorrebbe godere delle passioni giovanili, alle riflessioni sulla grazia, sulla guerra (siamo nel torno d’anni della Grande Guerra) e sulla morte, finendo alla pervasiva ed ampia spiegazione delle fasi della luna in cui trova posto la storia e la vita dei singoli individui.

Nel 1917 Yeats sposò questa bella donna:

 georgie

Georgie Hyde-Leeds, giovane, bella e con doti medianiche. Ella lo aiuterà a sistematizzare le sue intuizioni, che vedranno luce in Una visione.

La fasi della Luna è la sestultima poesia della raccolta citata sopra. È un dialogo, un canto a due, in cui Micheal Robartes spiega la dottrina (per cui scopriamo che Nietzsche appartiene alla dodicesima fase, assieme ad Achille, perché questa è la fase dell’eroe). Giunti alla quindicesima:

 

All thought becomes an image and the soul

Becomes a body: that body and that soul

 

Too perfect at the full to lie in cradle,

Too lonely for the traffic of the world:

Body and soul cast out and cast away

Beyond the visible world.

[Tutto il pensiero diventa un’immagine e l’anima

diventa un corpo: quel corpo e quell’anima

troppo perfetti al plenilunio per giacere in culla,

troppo solitari per il traffico del mondo:

corpo e anima espulsi e cacciati

oltre il mondo visibile]

(W. B. Yeats, The Phases of the Moon, vv. 58-63, in I cigni selvatici a Coole, BUR, 1989, pag. 182)

 

Le ultime tre fasi, come dicevo, hanno come figure il gobbo, il santo e lo stolto. Difatti, prima dello straordinario componimento conclusioni abbiamo: The Saint and the Hunchback (Il Santo e il Gobbo), Two Songs of a Fool (Due canti di uno stolto) e Another song of a Fool (Un’altra canzone di uno stolto).

Di queste tre mi piace citare la prima, fosse solo perché è nominato un ‘briccone, furfante o birbante’ a me molto caro. Il Gobbo è colui che, potremmo dire, vive una costante hybris; cerca sempre la grandi azioni solo per il gusto di sentirsi grande, senza poi averne l’effettiva capacità. Il santo (due esempi sono Pascal e Socrate) è il penitente, colui che si batte il petto per sentirsi il peggiore degli uomini: non sa nulla, non fa nulla, non è nulla.

Il Gobbo, dunque vuol essere benedetto, perché ha perduto la fama e perché la sua deformità gli ha impedito di essere grande come un Cesare. Il Santo benedice e si flagella per estirpare

 

Greek Alexander from my flesh,

Augustus Caesar, and after these

That great rogue Alcibiades.

 

[Il greco Alessandro dalla mia carne,

Cesare Augusto e dopo questi

Quel grande briccone di Alcibiade]

(W. B. Yeats, The Saint and the Hunchback, vv. 10-12, in ivi, pag. 190)

 

Ecco che risalta fuori quel simpatico birbante di Alcibiade (di cui mi sono occupato in quest’altro post) a cui il gobbo, di rimando, più ancora che agli altri offrirà la sua gratitudine.

E giungiamo infine ai versi che chiudono la raccolta. Tale componimento si intitola The double Vision of Michael Robartes (La duplice visione di Michael Robartes). La visione è duplice, perché il mago è attratto ad un tempo dal plenilunio (il bagliore, la luce, la perfezione) e la luna nuova (l’oscurità, l’informe); da immagini più morte della nostra morte e banalità del pensiero. Interessante è anche notare ciò che Yeats scriverà quasi vent’anni dopo a Dorothy Wellesley:

«Incomincio a vedere le cose doppie – raddoppiate nella storia, nella storia mondiale, nella storia personale. In questo momento […] il pensiero sta per essere unificato quasi ciò fosse il proprio atto libero, e l’ombra [del nazismo] nella Germania e altrove è un tentativo di unità forzata».

E dunque, il poeta in quei versi ci narra la visione improvvisa di una sfinge (simbolo dell’intelletto) e di un Buddha (simbolo dello spirito). La loro antitesi pare hegelianamente superata da un’altra apparizione:

 

And right between these two a girl at play

That, it may be, had danced her life away,

For now being dead it seemed

That she of dancing dreamed.

 

[E proprio tra questi due una fanciulla danzava,

che, forse, aveva danzato a lungo nella sua vita,

perché adesso essendo morta sembrava

che sognasse di danzare].

(W. B. Yeats, The double Vision of Michael Robartes, II, vv. 21-24, in ivi, pag. 200).

 

La visione dei tre compie il prodigio. Sebbene ciascuno pare disinteressarsi degli altri, le loro tre azioni congiunte operano addirittura sul tempo, giungendo ad essere pura immagine, morti eppure in carne e ossa:

 

In contemplation had those trhee so wrought

Upon a moment, and so stretched it out

That they, time overthrown,

Were dead yet flesh and bone.

 

[Nella contemplazione quei tre hanno così operato

su un attimo, e l’hanno così dilatato

che essi, rovesciato il tempo,

erano morti eppure in carne e ossa]

(W. B. Yeats, The double Vision of Michael Robartes, II, vv. 45-48, in ibidem).

 

La danza pare colmare per Yeats i vuoti che il trascorrere del tempo inevitabilmente crea. Anche in una precedente poesia della raccolta ci aveva lasciato questo insegnamento, col quale vi lascio anch’io:

 

And learn that the best thing is

To chang my loves while dancing

And pay but a kiss for a kiss.

 

[E imparare che la miglior cosa è

cambiare i miei amori danzando

e non pagare altro che un bacio per un bacio]

(W. B. Yeats, The Collar-Bone of a Hare, vv. 6-8, in ivi, pag. 86).