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Una beffa

Sono ritornate le rondini, e finalmente imparo il tedesco. E quest’aria di marzo che fa riecheggiare versi di Capossela («Marzo s’è preso anche l’aria dei viali») mi spinge a spenti languori romanticheggianti. Anche Zarathustra portava la sua cenere al monte; così ripenso ai frammenti sulla rivista Athenäum, pubblicati da Novalis e Schlegel e non firmati; cosiccome li guidava il tentativo di fondere gli spiriti a favore dello Spirito, allo stesso modo si può spiritualizzare la diversità e la necessaria separatezza dei corpi tramite, che so, l’invenzione di uno Spirito burlesco.
La beffa costituisce il limite della pensabilità; la quale, a sua volta, costituisce il limite della scrivibilità. Pensare codesto limite è beffarsi del pensiero. Tuttavia, se Pascal sosteneva che beffarsi della filosofia è fare veramente filosofia, ci si figuri di rinfacciargli: beffarsi della religione è essere veramente religiosi. Lì, invero, il religioso avrebbe scosso il capo, giacché la religione non si può beffare; essa è sacra e nel sacro è la serietà. Non è un caso che il filosofo più beffardo abbia anche rigettato ogni sacralità, ed ovviamente mi riferisco a Max Stirner.
La beffa, il sotterfugio, lo sfottimento, la presa per il culo è l’atteggiamento del servo scaltro; è un’intelligenza (sebbene ancora nelle misere vesti di astuzia) che combatte una forza. Tutti quei servi che intrecciano e slacciano melodrammi non sono che birichini messaggeri della morte; essi sono maschere, ci si immagini solo Arlecchino, o meglio ancora Pulcinella; di quest’ultimo si narra che in un vorticoso ballo cambiasse continuamente dama, fino a quando, di sfuggita, in una di esse scorge le sembianze della morte. I servitori scaltri pigliano per il culo, nel senso letterale dell’espressione (e scusate la trivialità), giacché ostentano fallicamente che la vita non è che una carnevalata, dove il fallo è il loro cavallo di battaglia in senso duplice: è la vita che va presa per il culo, tramite la fallicità o la fallacia del pensiero.
Gli scherzi osceni di Aristofane, in questo senso e con brividi giustificati dei filosofi, sarebbero ben più tragici delle tragedie stesse; attestano che neanche la vita, ossia la tragedia per eccellenza, può essere presa sul serio. Quando Aristofane negli Acarnesi attribuisce l’esclusione di Megara dal commercio portuale ateniese (433) con le seguenti parole:

[La guerra tra gli elleni] ebbe inizio da qui, da tre puttane. Pericle olimpo, preso dall’ira, lanciò fulmini e saette, mise in subbuglio tutta quanta la Grecia. [...] Costretti a patire la fame, i megaresi si rivolsero infine a Sparta, affinché attraverso il loro intervento fosse abrogato il decreto delle tre puttane.

ebbene, non sta facendo altro che beffarsi della guerra del Peloponneso, riducendola a litigio per puttane o puttanate. Oppure, in simile maniera e nella stessa opera, quando il contadino giunge sulla collina per l’assemblea si lamenta con le seguenti parole, essendo ancora da solo:

Non sono arrivati neppure i presidenti dell’assemblea; saranno qui in ritardo. Quando finalmente si faranno vivi, cominceranno a spintonarsi e a litigare per avere un posto in prima fila, ammucchiati tutti assieme, meglio non parlarne. Non vogliono saperne di far pace. Oh, mia Atene! Sono sempre il primo a tornare all’assemblea e a prendervi posto e, siccome sono solo, borbotto, sbadiglio, mi stiracchio, scoreggio, non so che fare, scrivo, mi ravvivo i capelli, faccio i miei conti, spingo lo sguardo verso i miei campi, bramo la pace, odio la città, ho nostalgia del mio villaggio, dove nessuno viene a dirmi “compra il mio carbone, compra il mio aceto, il mio olio”. La parola “comprare” è ignota là dove tutto è gratuito.

Il poeta non fa altro che beffarsi della ‘sacra’ assemblea ateniese, e lo fa a suon di scoregge.
Il topos beffardo percorre, così, tutto il pensiero sotterraneo, altrimenti detto ctonio; Ade è il dio della beffa, in fondo, giacché nel suo regno gli opposti si confondo, anzi sono una cosa sola (luce e buio, vita e morte). V’è beffa maggiore per la nostra ‘vita’?
Dall’uomo platonico di Diogene, è da allora che siamo tutti quanti polli spennati, preda di accademie dei sillografi o coro di morti nell’anno matematico, per non parlare del fisiologico bisogno di Folengo. La beffa è sottile e varia: a volte crea quello che non c’è; altre volte fa vedere in controluce quello che c’è ma che di solito non si vede.
Sperò, però, in elementi lampanti; ho ancora nascosto segni.

La seduzione del Volksgeist

Quanto più successo ho con le donne, tanto peggio sto. Senza volere attribuirmi qualità, qualifiche e doti che non ho, è tuttavia vero che Don Giovanni non dorme; e se dorme ha incubi. Ce lo ha mostrato chiaramente Bergman ne L’occhio del diavolo (di cui su youtube non si trova traccia). Si ha un bel daffare a profondersi in onesti rifiuti, a diffondere viltà seduttrici, a mettere in guardia, ad auto-abbruttirsi.
Kierkegaard sosteneva:

Ad ogni donna corrisponde un seduttore; la sua fortuna sta nell’incontrarlo

Ebbene, è una soavissima stronzata. La seduzione non esiste; esiste il fraintendimento, la boria, l’arrogranza cetrulla (per usare uno stilema ripelliniano), l’illusione, l’arcano poter che ascoso a comun danno impera e l’infinita vanità del tutto (occhiolino ad Antonio).

Onde evitare che questo blog appaia meramente autoreferenziale e pecorecciamente intimo, traggo spunto da una discussione feissbucchiana. La bellissima ed arguta Silvia si era iscritta al gruppo: “Chi vorrebbe abolire la festa di Sant’Agata”. Subito nacque un trialogo scatenato dall’incauto Davide. Insomma, per farla breve, si discuteva sul folklore, sulla schifezza della festa santagatese in mano ai mafiosi, se tali riti facciano schifo perché religiosi e se il nostro ritenere che il folklore di altri popoletti sia più bello e genuino non sia altro che, per parafrasare l’altro interveniente, ossia Mauro Nanfitò, l’esaltazione dell’Altrove/Diverso.
Sono tutte posizioni condivisibili e ben argomentate. Tuttavia mi chiedo se non sia il folklore in sé a fare schifo, in quanto manifestazione popolare; il folklore non mi pare essere altro che la più vivida e tangibile manifestazione del Volksgeist. Per quanto ne so, non conosco nessun popolo che si sia inteso come tale o che un qualche sovrano abbia considerato tale che nelle sua espressioni non sia stato volgare e feroce. Dal popolo ebraico assetato di vendetta e sangue, passando fino ai rivoluzionari francesi, giungendo ai noi, che siamo tutti popolo.
Insomma, noi ci volgiamo indietro e guardiamo con estasi all’età classica ed alla democrazia ateniese. Eppure per noi filosofi quel periodo dovrebbe essere fonte di terrore: se persino gli ‘illuminati’ ateniesi prima cacciano via Anassagora e poi ammazzano Socrate, quale speranza ci può giungere da un qualsiasi popolo e da qualche rito che manifesta il suo spirito? Sì, d’accordo, quando guardiamo, chessò, un rituale di una qualche tribù che ci appare così ancestrale, incorrotta, pura, quasi ci viene il desiderio di trovarci lì in mezzo; eppure non dobbiamo mai scordare che chi non partecipa a quei riti è rifiutato dalla stessa tribù.
Dal popolo e dal folklore direi che non dobbiamo aspettarci niente. Credete che se avessimo partecipato ad una di quelle processioni ateniesi in onore di Atena, quando le fanciulle tessevano un peplo meraviglioso per la dea e tutta la polis trasportava l’antica statua dalle origini mitiche per lavarla al mare, credete che se fossimo stati lì non ci saremmo sdegnati? Non avremmo considerato gli illustri ateniesi dei poveri stolti, illusi, scervellati?
Pericle stesso non era visto di buon occhio per tanti motivi, tra cui il non partecipare quasi mai ai simposi e l’aver fatto raffigurare anche uomini anziché solo figure mitiche sul Partenone.
Ancora istruttivo è Socrate (o almeno il Socrate di Platone). All’inizio de La repubblica narra di essere sceso al Pireo per le festività in onore della dea (Bendis). Ha espresso la sua preghiera (Platone ci tiene a mostrarlo pio); la sera ci dovranno ancora essere corse a cavallo e altre festività per la dea. Socrate si lascia convincere a rimanere e vanno, dunque, a casa di Polemarco nell’attesa che il tutto cominci. Tuttavia, preso dalla discussione, manderà la festa a farsi benedire. Certamente, dunque, può essere anche piacevole o, per certi versi, un atto socialmente dovuto (a meno che non ce ne freghi nulla della società, come nel mio caso) partecipare a tali riti. Quando, però, la discussione filosofica prende il sopravvento, allora comincia il distacco da riti sociali e comunitari. (Ho delle riserve su questo mio stesso pensiero; Kingsley potrebbe seriamente obiettare a queste mie conclusioni. Il discorso si allungherebbe, ma permettermi di ri-segnalare la mia recensione a questo suo scritto).
In definitiva, sostengo semplicemente che i riti, i culti, il folklore siano schifosi quanto il popolo che vi partecipa perché sua manifestazione più concreta e tangibile, in tutte le sue forme. Al pensatore non resta che l’anarcato (non l’anarchia), o in alterrnativa, il che sarebbe la cosa migliore, farsi ammazzare. Tertium non datur.