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Ridi, pagliaccio

I pagliacci fanno ridere, non fanno innamorare. (Lo dissi a una mia amica che, per tutta risposta, rise. Non mi stupisce: nell’ultimo dei Diapsalmata, Kierkegaard narra un sogno: si trovava al cospetto degli dèi; questi gli chiesero se avrebbe voluto la giovinezza, l’amore di una bella donna, la bellezza, il potere, qualche tesoro; egli disse di voler vivere sempre con il riso accanto. Gli dèi non proferirono alcunché, ma scoppiarono in una fragorosa risata. Non sarebbe stato peggio, chiosa Kierkegaard, se gli dèi avessero risposto seriamente: «Sei stato esaudito»?)
Sartre sentenziava che l’inferno sono gli altri. Non l’ho mai creduto; ciascuno è il proprio inferno, così come secondo Platone ciascuno sceglie il proprio demone. Il demone è il δαίμων, che per certi versi potremmo tradurre come carattere; eppure una traduzione più suggestiva potrebbe essere destino. Il δαίμων è il punto esatto di tangenza tra la perfezione del moto circolare celeste e la retta terrestre dei mortali: il destino e il carattere, la necessità e la contingenza. Non a caso il ‘demone’, secondo la maniera tradizionale d’intenderlo, è qualcosa a metà tra il dio e l’uomo.
(Noto per inciso, perché voglio sia chiaro, che rifuggo da ogni religione o trascendenza; il mio modo di esprimermi è puramente metaforico, ossia – artistico.)
Da quanto detto, risulta chiaro che non si sfugge al proprio demone, poiché non si può sfuggire a se stessi — mai, in nessuna circostanza. L’unica fedeltà esistente è la fedeltà a chi meno lo merita — la propria persona. È una fedeltà fanatica e cieca, peggio di quella di un cane verso il proprio padrone.
Per ricondurre il discorso all’incipit, mettiamo che il proprio demone sia la buffoneria pagliaccesca. Il caso è interessante, perché entrano in gioco l’innamoramento e l’arte. Poniamo il problema in termini filosofici: la circolarità celeste, la necessità dell’arte quale punto di tangenza ha con la retta dei mortali, con la contingenza dell’innamoramento? Come si configura questo δαίμων?
La figurazione fissa i problemi filosofici, e al contempo li lascia dileguare. Potremmo dire: li ri-solve. La figura che possiamo contemplare riguardo al nostro tema è il vagabondo di Charlie Chaplin. La faccenda ci è sbattuta in faccia in tutta la sua urgenza e violenza (esistenziale, certo, ma tant’è) ne Il circo. Il pagliaccio per natura, il pagliaccio che fa ridere solo quando ne è inconsapevole, si innamora della figlia del padrone. Prevedibilmente, la ragazza si innamora dell’acrobata. Tutto è già tracciato, tutto è già deciso in partenza. Quando il pagliaccio fa ridere, l’innamoramento con tutti i suoi fastidi svanisce. Quando il pagliaccio mostra i suoi sentimenti, non fa ridere più, non serve a nulla. Se il pagliaccio prova a vestire i panni dell’acrobata, ne è solo la parodia, è assalito dalla scimmie, sembra quasi dover fare la fine del funambolo nietzscheano. Ovviamente, alla fine rimarrà solo; la scena è così cruda da far avvertire una sorta di solitudine cosmica. Ma quasi seguendo il precetto di Cristo, il vagabondo si scuote la polvere dai calzari, e addio agli sposi felici. A ciascuno la sua solitudine, anche in due.
D’altro canto, l’unica via d’uscita per il pagliaccio è sottrarsi a ciò che comunemente chiamano ‘realtà’ (la gente adora simulacri). In Tempi moderni vi è un perpetuo eludere tale cosiddetta realtà, che nel mondo contemporaneo coincide con l’economia. I macchinari, i bisogni economici, gli scioperi: il pagliaccio è semplicemente alieno da tutto ciò. Se si presta ai giochetti della modernizzazione, o impazzisce o viene gettato in gattabuia. Tuttavia, la solitudine viene squarciata. La monella, ladra per fame, genuina come i bambini e capace di guardare al mondo anche per il pagliaccio, è il punto di tangenza tra arte e vita, tra necessità e contingenza. Per una volta, almeno, arte e vita si toccano; ma c’è chi deve essere capace di vedere tutto ciò. In ogni caso, scuotendo o meno la polvere dai calzari, il pagliaccio tira avanti, all’alba, sorridendo.

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Postilla critica. Ragionare sul rapporto tra arte e vita dopo Wilde e, soprattutto, Nietzsche sembra sterile, se non addirittura superbo. Abbiamo assodato che l’esistenza e il mondo sono fenomeni estetici. Quando mi chiedono perché fumo, dico che il sigaro o la sigaretta è un’appendice estetica, e lì mi fermo. I discorsi intorno all’arte sono noiosi e inutili.
Con la cosiddetta ‘morte dell’arte’, espressione che sta a significare la nostra impossibilità di fruire immediatamente le opere d’arte poiché non rivestono più l’importanza totalizzante che avevano in altre epoche, abbiamo capito che per comprendere l’arte bisogna parlarne, bisogna concettualizzarla, dato che ormai l’arte (seguo il paradigma hegeliano) è più dalla parte del concetto che del senso. Orbene, credo sia giunto il momento di re-imparare a tacere (ovvero di lasciare risuonare il dire oltre il concetto). Non parlare di arte, bensì fare arte. Anche in filosofia (e a tal proposito rimando a questo breve testo tratto dal programma della Hochshule für Gestaltung di Sloterdijk e Groys). In ultima analisi, risuoni il monito nietzscheano, ripetuto allo sfinimento da Carmelo Bene: bisogna essere dei capolavori.

Campanari e pittori

La filosofia, insieme al carico di mal di spalle e collo ed alle maldicenze popolari, mi ha portato anche il dono prezioso dell’amicizia; insomma, la philosophia conduce alla philia tra i sophoi.

E così, ho rivissuto l’entusiasmo di quand’ero bambino (forse metterò sul blog delle foto di quand’ero bimbo; vedrete che bell’uomo sarei potuto diventare! E invece… Ah, malasorte!) e dovevo ricevere la visita di alcuni compagnetti; divenivo ansioso ed esaltato, sempre timoroso che all’ultimo momento arrivasse la notizia che il lieto evento della visita per un qualche motivo fosse annullato. E così tale eccitazione m’ha preso esattamente una settimana fa, venerdì 18 luglio, quando dovevo recarmi vicino Biancavilla, alle Vigne. Lì, infatti, v’erano ad attendermi i gentilissimi Tommy David e Ossidia(-Valentina-Simona). Eravamo una bella accozzaglia di filosofi; dapprima, oltre i succitati, v’erano pure Davide, Giovanni e Antonio; così, passeggiando, abbiamo scoperto e scoperchiato le mandorle e tentato di rubare delle albicocche; ma poi mossi dal fatto che erano ormai marce da sani sentimenti morali le abbiamo lasciate dov’erano.

Quindi sono giunti a noi Sim, Azalais e Oblomov (ahimé, anzi, ahilui, unico matematico della serata (che poi i matematici siano non-filosofi ne dubito assai)).

Tra suonatine soft (Metallica, Iron Maiden ed Enter Sandman anziché Mr. Sandman), mimi, monopoli, vino, sangria, e tentativi di molestie e sevizie verso qualcuno perpetrate da tizi che paiono “monaci stronzi che tentano di suonare le campane” (definizione sua), abbiamo appreso che colui che dice i filosofi essere buoni e bravi a nulla, è in realtà bravo e buono in tante faccende: a cucinare, a suonare, a fare la marmellata di ciliegie, a fare le saponette!

E poi, avrete notato, abbiamo una percentuale del 100% riguardo ai blog: nove su nove dei presenti hanno un blog (vabbè… anche se quello di Sim è un Blik).

E che dire della sancita unione coniugale tra me e Davide? Non bastava Il Tempio dell’Ombra; abbisognavamo di più intimità, cosicché abbiamo condiviso il talamo; dire che abbiamo trascorso una notte da sposini è certamente esagerato, se non altro perché notte non fu: andammo a dormire alle 7 per svegliarci poco dopo le 10!

Un dato comunque è certo: i filosofi siamo bravi a rompere le scatole. Antonio confermerà. A meno che la nostra allegra scampanata pasquale non ci abbia fatto decadere ai suoi occhi del nome di filosofi!

Cambiando scollegatamente argomento, vediamo qualche opera di un mio caro amico, Salvatore Barbanera. Egli è un pittore estroso e colorato. Direte: «certo! Se non era colorato, che pittore era?». Beh, ma il suo caso è diverso; egli fa del colore, o, meglio, della vivacità dei colori un punto fermo. È come se nelle sue opere, divertenti ed ironiche, specie le ultime, non trovasse posto il dolore o la tristezza; solo una colorata e giovanile voglia di divertirsi, di arrabbiarsi, di godersi le giornate.

Ma meglio far parlare e vedere direttamente alcune delle sue tele.

In questo quadro, una ragazza che per anni è stata la sua musa guarda lontano:

Barbanera1

 

In quest’altro andiamo verso la sua produzione più recente, che si accosta al geometrico, salvando il fondersi con la natura:

Barbanera3

Una delle sue opere più recenti mostra come si dedichi anche all’astrattismo, nulla togliendo all’immediatezza ed alla vivacità dei colori:

Barbanera4

Ancora una, che crea un bell’effetto di profondità:

Barbanera2

 

Qui lo vediamo assieme ad un’altra sua opera astratta;

 Barbanera5

 

E infine due opere ironiche, simpatiche e con una piccola particolarità:

L

l

Vista la particolarità? È stato divertente, oltrecché un onore, essere “inquadrato”! E poi con un così bel panorama da ammirare!

Primavera, sentimenti, pina

L’attendevo da tanto quest’aria di primavera, questa voglia di uscire, di scampagnate, di bevute con gli amici; l’attendevo perché credevo d’averla perduta, a causa dei malesseri, dei malori, delle malore. Ed eccoci, infine, qua, a trangugiare sorsate di sole, a far finta d’essere poetici, a sperare che sia ancora possibile ritrovarsi come si era.

Ma tanto per sbrodolarmi in questi insulsi autobiografismi, cercando di non affogare nel gorgo dei giorni e scrivendo queste parole come quando chi annega non fa vedere di sé che bollicine se non altro comiche, almeno cercherò di non essere come colui che piange (ma d’ebbrezza o dubbio) e dice.

Ho tra le mani, nelle mie membra a volte così pesanti e stanche, ho, cerco di avere e non-avere, qualcuno di fragile, che chiude gli occhi come serenamente si abbandonasse a me nelle sembianze di Morfeo, adagiando il capo sul mio petto, contraltare delle mie spalle indolenzite, rattrappite, in fondo oscene, spalle da studioso, deboli e forti.

Il dubbio di non saperla felice, che un giorno io possa dire con Guccini:

«Adesso dove sei, bimba d’allora,

con i tuoi sedici anni e il tuo sorriso?

Chissà se senti chi ti pensa in questo autunno,

che consuma ora piano anche il ricordo del tuo viso…»

(F. Guccini, Primavera ’56, in Stagioni),

ebbene, questo dubbio dovrebbe frenare ogni cosa, ogni emozione, ogni situazione; il timore e tremore di vederla piangere come ogni altra… Ogni altra, che pure fosse stata una sola già sarebbe troppa; e invece gli anni passano e le altre, le ogni altre diventano tante…

E l’alternativa a tutto ciò, anch’essa conserva e propone il suo carico di sofferenza, eppure a volte pare l’unica via percorribile:

«[…] era potuto giungere fino a me lo strano richiamo che non avrei più smesso di udire, come la promessa dell’esistenza di qualche altra cosa, realizzabile forse con l’arte, ben diversa dal nulla che avevo trovato in tutti i piaceri e nell’amore stesso […].»

(M. Proust, La prigioniera, Bur, Milano 1991, pag. 426).

E invece lei… Volerle restare aggrappato, ancorato, sorridere se sorridere, sorridere se è triste per farla a sua volta sorridere, fare il buffone,

«cambiar faccia cento volte facendo finta di essere un bambino,

di essere un bambino,

con un sorriso ospitale ridere, cantare, far casino,

insomma far finta che sia sempre un carnevale,

sempre un carnevale…»

(L. Dalla, Quale allegria).

Ma insomma! Ma insomma! Ma insomma! Visto che ci siamo, concludiamo con un’altra canzone, sempre di Guccini:

«Chi lo sa se ciò ch’è da cercare,

ciò che non sai mai se vuoi o non vuoi,

sia così banale da trovare,

sia lungo ogni strada, sia a fianco di noi…»

(F. Guccini, Tango per due) [Della quale mi permetto di suggerire a tutti l’ascolto]

 

Veniamo, invece, alle opere di una mia carissima amica; sono piccoli gioiellini, di cui sono fortunatamente in possesso io medesimo!

Il primo che presento è una sorta di quadretto che mi regalò per il conseguimento della laurea; sapeva che aveva a che fare con il tempo, e perciò mi donò questo mirabile uomo-albero che ha in sé e successivamente la quattro stagioni:

il tempo (pina)

Quindi veniamo a questo piccolo e delicato omaggio a Chaplin. Anche qui, sapeva che vado matto per Chaplin e mi donò a Natale del 2006 questo fantastico vestiario chapliniano in terracotta attaccata su corteccia:

chaplin (pina)

chaplin 2 (pina)

Infine una delle sue opere più belle. Le parlavo di Spinoza, di natura, di uno e tutto; dalle nostre conversazioni le venne questa magnifica idea, intrisa di sensualità, naturalità, anche esoterismo, se vogliamo. Non a caso questa piccola scultura si chiama Hen kai pan, di cui vi offro anche una serie di particolari:

hen kai pan (pina)hen kai pan 2 (pina)hen kai pan. particolare (pina)hen kai pan. particolare 2 (pina)hen kai pan. particolare 3 (pina)hen kai pan. particolare 4 (pina)

Spero vi siano piaciute almeno la metà di quanto piacciono a me; spero, inoltre, quanto prima, di fare delle foto ai quadri di un mio amico pittore e mettere anch’esse qui.

A presto!