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Perché gli atei devono leggere Kierkegaard

Ogni singola frase di Søren Aabye Kierkegaard rimanda, direttamente o per contrasto, al cristianesimo. In effetti, sembra non ci sia pensatore, predicatore o teologo la cui opera, da cima a fondo, sia così volutamente intrisa di cristianesimo.

Facciamo un passo indietro. Sono ateo? Sì.

Come faccio a essere così sicuro che non esista una qualche divinità? Non ne sono sicuro, ma coniugando esperienze, ragionamenti e sentimenti, ritengo molto probabile, anzi quasi sicuro, che non esista alcun tipo di divinità. Se la mettiamo sul campo della fede, ossia se riteniamo che la credenza religiosa sia dovuta a un atto di fede più o meno volontario e più o meno consapevole, e decidiamo che non ci sono prove concrete per stabilire se un dio esiste oppure no, allora il mio atto di fede è orientato al credere che non esiste alcun tipo di dio. O per credenza o per ragione, io sono ateo. Credenza per credenza, tra sottomissione a dio e libertà, scelgo la libertà dell’ateismo. E se ci ragiono, invece, ed è la via che preferisco, me ne convinco proprio, non solo che dio non c’è, ma che spesso chi ci crede non sa nemmeno di cosa stia parlando.

Per esempio, poniamoci dal punto di vista cristiano. Se proprio si vuol parlare di fede come scelta, considerato come generalmente conduciamo le nostre vite, tale scelta è tra il credere d’essere condannati all’inferno oppure il nulla; e io, fede per fede, tra il nulla e l’inferno preferisco il nulla.

Tuttavia, ho sempre pensato che se si vuol essere cristiani (non cattolici o altre fesserie varie; ma cristiani e basta, cioè seguaci di Cristo) si deve campare seguendo quelle poche cose certe (e sono veramente poche, soprattutto rispetto alla sedimentazione dei secoli successivi) che sono narrate nei vangeli. E basta. L’unico modo per essere davvero cristiani è cercare di accostarsi quanto più possibile al tipo di vita condotto da Gesù Cristo. Lì si ha la misura immediata, pratica ed etica di cosa si deve fare.

Se invece si vuol essere pensatori cristiani, allora non si può fare a meno di leggere Kierkegaard.

Leggendolo, la prima cosa di cui ci si avvede è che il pensatore cristiano non si comporta diversamente dal cristiano non filosofo. Potrebbe sorgere il sospetto che dunque per un cristiano pensare sia inutile. Per certi versi è vero, e ne abbiamo moltissimi esempi; cionondimeno bisogna distinguere tra la semplice imitazione di Cristo e il pensare il cristianesimo. Proprio per questo si può affermare che prima di Kierkegaard non c’è stato nessuno che ha mostrato come il cristianesimo possa essere profondamente filosofico. Egli è riuscito laddove gli altri hanno fallito, perché mentre tutti, prima di lui, hanno curato principalmente l’aspetto dottrinale (pensiamo per esempio a Tommaso d’Aquino) o la spicciola pratica di vita (per cui bastavano semplicemente i vangeli), Kierkegaard ha mostrato cosa significa per il pensiero che un’esistenza singola sia permeata da questo principio assoluto e come agisce il pensiero cristiano stesso nel singolo che non voglia solo imitare Cristo, ma voglia coglierne la portata, al di là di ogni considerazione storica o dialettica (da qui la polemica con Hegel). In buona sostanza, l’antipatia che prova per i “professori” è tutta racchiusa proprio nella distanza che separa il pensatore dottrinario (come Hegel o, aggiungo io, Tommaso) e il singolo che è tutto il cristianesimo. Per il dio cristiano si dà solo il singolo; il rapporto tra dio e individuo è solo di tipo singolare, non esiste un cristianesimo di massa.

L’ateo, quindi, ammesso che anch’egli sia un pensatore, deve leggere Kierkegaard per comprendere anzitutto cos’è il cristianesimo. Pure, se non volesse comprendere questo, deve leggerlo perché è solo facendolo che si capisce (come con la vita di Socrate, ma qui lo troviamo scritto e non solo narrato da discepoli) cosa discende dal porsi come singoli permeati da un principio assoluto e cosa significa ritirarsi e ritrovarsi in tutto e per tutto nella propria soggettività, dove risiede l’assoluto. Rinunciare a ogni altra cosa, o, il che è lo stesso, avere tutte le cose in funzione soltanto di quell’assoluto e vivere di conseguenza. Il pensatore ateo deve leggere Kierkegaard per comprendere questo; perché ogni pensatore o vive così o non è pensatore.

«Non ho che la mia vita che io subito metto allo sbaraglio, appena si profila una qualche difficoltà. La danza allora è facile; perché il pensiero della morte è un’abile ballerina, è questo la mia compagna di ballo, ogni altro uomo è per me troppo pesante; e perciò io prego, per deos obsecro: nessuno si rivolga a me, io non ballo» (S. Kierkegaard, Briciole di filosofia).