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“Ci vorrebbe un bel viaggetto…”
ovvero:

Dell'indifferenza in materia di viaggi

Spesso dico scherzando che prima o poi farò una lista delle cose vorrei non facesse una mia improbabile e futura fidanzata:

  • non deve trascinarmi a fare compere;
  • non deve volere andare a ballare;
  • non deve truccarsi (se non del tutto, almeno non esageratamente e non sempre);
  • non deve guardare film coglioni;
  • non deve correre a lavare i piatti se abbiamo ospiti;
  • non deve ascoltare musica cogliona;
  • non deve volere andare a mare per forza…

 

Martin Parr, "Couple showering - Copacabana beach 2007"
Io e la mia fidanzata a mare.

 

E così via. La lista sarebbe lunga, troppo. Dico scherzando che prima o poi farò una tale lista; e intanto l’ho bell’e cominciata. Si comprende bene che tutto ciò non susciterà la simpatia delle femmine e che sarò destinato (condannato?) alla solitudine, almeno in questo senso.

Tra i punti di questa lista ve n’è uno che forse suonerà strano:

  • non deve rompere la minchia coi viaggi.

 

A questo punto, dismetto i panni burleschi, mi scuso con le malcapitate che mi avranno amabilmente detestato per quanto ho scritto e vengo alla quistione: non comprendo (e con ciò rifiuto) l’affannarsi per il viaggio, il voler ‘conoscere posti nuovi’, il viaggio culturale-ricreativo-d’istruzione, la smania per le ‘culture diverse’ da toccare con mano; tantomeno – figurarsi – il viaggetto d’evasione, la vacanzina, la crociera, il vedere tanti posti da fotografare. No, grazie, non mi interessa.

Parafraso Kierkegaard: vedo gente che si stufa della provincia e va in città; chi è in città si annoia e alla fine o va in una città più grande o si ritira in campagna perché la città – dicono – è invivibile; la città più grande non basta, si va in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Ispagna (son già milletré); ma l’Europa non basta più: si va in America; gli americani vanno in India a cercare se stessi; gli indiani vengono qua e magari aprono una kebabberia.

Non basta che la Terra ci giri sotto il culo: giochiamo in contropiede e giriamo attorno alla Terra. Le persone si muovono attorno al globo, come il capitale finanziario. Il vero capitale umano è l’uomo che viaggia senza posa.

Mi si dirà che non posso capire cosa significhi stare in altri posti se prima non l’ho fatto; che non posso capire la bellezza e la necessità del viaggiare se prima, appunto, non viaggio. Ma cosa dovrei capire? Io non sono un fotografo, non sono un naturalista, non sono una femmina insoddisfatta o un maschio insoddisfacente. Io cerco di essere un filosofo e tutto ciò che ho da capire lo trovo in qualunque strada e in tutti i libri; e qui vedo che Kierkegaard parla male dei danesi, Nietzsche dei tedeschi, Platone degli ateniesi, Tocqueville degli statunitensi, Pasolini degli italiani, Rousseau dei francesi, e così via. Tutti (cioè: tutti quelli che mi interessano da filosofo) parlano male di tutti i luoghi dove vivono e delle persone con cui hanno a che fare. Tanti pensatori hanno viaggiato o si sono spostati molto (Bruno, Nietzsche…); tanti altri non si sono quasi mossi da casa (Socrate, Kant, Kierkegaard…). Dunque spostarmi per fare cosa? Per capire che ovunque c’è merda e bellezza? Posso uscire per strada o starmene a casa solitario in qualunque parte del mondo; troverò case, persone, amici, nemici, affetti, amori, delusioni ovunque.

Ovviamente, questo non significa l’irremovibilità; non è che uno è inchiodato a terra. Del resto, ho sempre detto che il mio pensiero non è radicale, bensì sradicato e sradicante.

Io cerco di essere filosofo, lo ripeto. Significa che non ho bisogno di viaggiare. Non ne ho bisogno perché non corro appresso alla ricchezza e al lavoro. Non ne ho bisogno perché ovunque mi trovi posso pensare (e quindi dire male delle eventuali brutte persone che mi circondano). Non ne ho bisogno perché non mi interessa ‘conoscere posti nuovi’, percorrere la Terra; mi interessa comprendere il mondo, capire l’uomo, rattristare i pensieri sdruccioli dei benpensanti, fregarmene – in un certo senso – delle società calate nella storia, nella geopolitica, nel contesto ingannevole che è la contemporaneità. Non ne ho bisogno perché voglio – devo! – essere intempestivo, inattuale. Mentre chi viaggia è sempre aggiornato, sempre perdutamente invischiato nella moda, nella tendenza, nel conformismo, nel capitale umano: insomma, nella più spicciola attualità.