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Effetti ed affetti musicali

Lo strano effetto che la musica (si badi bene: la musica; non qualche suono o qualche rumore; bensì la musica) ha sempre risvegliato in me è paragonabile a ciò che il gusto e l’odore della madelaine provocano a Marcel Proust all’inizio della Recherche.

Così, nell’intento di farne un articolo per il Tempio dell’Ombra, ho riascoltato quest’opera stupenda. Per approfondire l’argomento rimando ancora a quest’articolo.

Ricordo forse ogni singolo ascolto di questo disco. Ricordo la prima volta; me lo prestarono e lo ascoltai la sera nel letto prima di andare a dormire. Ricordo di quando ne scrissi questi versi e li diedi ad una ragazza:

 

« Con ciliege passeggere e grappoli appannati,
d’uve segrete e nere dalle pelli boriose e fini,
perché tu che ti senti alle volte una mandria
possa indire turchini selvaggi festini.
Con curvi cieli estivi che scendono
come coperchi su te che bollivi»

(L. Battisti, Almeno l’inizio, in Hegel, Numero 1, 1994)

Ricordo di quella volta che lo ascoltai prima di andare a vedere un saggio di danza della mia fidanzata d’allora e lo cantai lungo tutta la strada dell’andata e del ritorno. E queste musiche in realtà furono ciò che avvolse quasi tutto l’idillio con quella ragazza stupenda.

E poi l’idillio finì e ne scrissi questi versi:

«Eccoci soli ancora

a piangere tra la neve

di un inferno freddo e desolato.

Rade lucerne quel lieve

cadere di fiocchi abbagliano;

hanno il sembiante di auto moderne

e il rumore

che piano s’insinua nel ghiaccio

crepandolo al peso

di un’eterna condanna nel cuore

che non sentiamo più.

Guardavi in alto ed io fissavo te:

ci separammo

mentre i cristalli sulle tue gote

non sanno, ahimè, non sanno,

tra il buio

di pallidi lampioni della notte

gelida e straniera,

il mio crudele esilio.»[1]

 

Ma oltre questo piangersi addosso, vi invito all’ascolto attento della canzone che ho inserito (ovviamente da Hegel) della quale riporto anche il testo. Buon ascolto!

 

«La voce del viso

 

Per insignificanti movimenti
tanti e tanti il volto è tutto;
e tutto sta raccolto sopra il tuo bel volto, lingua che sei straniera
e non si sa se vuoi che io ti distingua dalla mia
o se mia lingua ti finga.
Bocca di gradazioni, intera gamma,
dalle predilezioni alla maniera amara.
Bocca che mi sei cara
appena appena schiusa quando armatura in te
quella fessura è un dissuadendo le svariate forme labili d’espressione
per tentativi ed approssimazione.
Ed il tuo volto è tutto nel momento in cui,
passando sopra alla tua immagine
della quale è troppo facile dire che in superficie,
affiori l’anima passando sopra la tua immagine, invece
ci si vede intraducibile l’estraneità al lavoro. Ché il volto è tutto
ma non è del corpo, al quale pare unito.
Il corpo, contentando il senso della nutrizione
e il viso l’ascensione l’assolvenza dell’inappetenza
perché un bel volto bello se lo si può guardare è un disimparare
del mondo questo e quello.
Così ci s’innamora di un viso in cui
l’estraneità lavora. Il corpo segue,
come un testimone casalingo e familiare
di questa apparizione,
in su la cima. Quest’opera sensibile:
il tuo volto che si manifesta ed è
oltre l’ordine della natura.
E come tutti i portenti tende a scomparire
più cerchi di tenerlo a mente e nelle spire
dei ritrovamenti portentosi.
E la voce del viso allora nemmeno
ricorre ai miracoli
non un riso, un pianto,
non una smorfia densa d’oracoli.
Ma dà senso quella voce a un solo volto che sotto il mio
rotola, si ferma e freme, alle mie mani preme
perché lo riporti in cima,
in vetta al suo sistema dei piaceri.
Secondo un canone, un precetto ed una disciplina
che inumidisce i capelli e per discrezione stende
un velo di madore sulla pelle.
Ti spadroneggia allora il tuo godio,
disincantato in quanto,
più è restio al racconto lenitivo,
al riassunto giulivo. E non è riso appunto
e non è pianto il tuo perché il racconto è il riso e pianto il suo riassunto.
Sul viso la sintassi non ha imperio, non ha nessun comando»

 


 

[1] Se trascrivo questi versi qui è perché li ritengo di scarso valore poetico; ma certo i lettori mi scuserranno se non voglio sbottanarmi. Se ciò che li ha ispirati era vero dolore, tuttavia codesti versucoli non ne rendono altro che il sentimentalismo, senza riuscire a svelarne l’essenza. E in ciò falliscono come poesia.