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La fuggitiva

La breve premessa si collega stranamente con l’oggetto principale di questo post. Riguarda lo straordinarioconvegno organizzato dal circolo di Catania (o Sitosophia che dir si voglia) il cui quasi esclusivo merito, ricordo, va a Davide Dell’Ombra (anche noto come chiddu cca vavva). Tale giornata studio è stata strepitosa; per tanti motivi, tra i quali l’affluenza che ha sposato le più rosee aspettative (in certi momenti c’erano oltre cento persone); l’essere riusciti a mostrare le tante sfaccettature del tema trattato e della stessa filosofia ed averle, in qualche modo, tenute insieme, se non raccordate, almeno intrecciate; l’avere mostrato, ancora una volta, che l’impegno, le capacità messe a frutto, la caparbietà portano quasi da sé, come una necessaria conseguenza, anche se per questo non meno entusiasmante, eventi di questo genere.

Segnalo, a questo proposito, un articolo e un post (anche se del secondo, come sa l’autore, non condivido quasi niente). Se la filosofia, Raciti docet, deve mostrare il primato ontologico della pace, è bene che i contrasti si mostrino, che due impressioni contraddittorie stiano insieme; così si annienteranno, condurranno alla bianca pace della morte; e da qui, da questa siderale distanza, potranno ritornare alla vita, facendo scattare il meccanismo della comprensione.

Il tema trattato al convegno è stato il tempo. O la temporalità. Il che, lo dico per i non addetti ai lavori, non è per nulla uguale; Heidegger ci ha insegnato come il tempo dell’esserci dipenda dalla costitutiva temporalità di quest’ultimo; Nannini, Camardi, Mazzone hanno parlato di un tempo; Biuso ha parlato di 9 (nove!) tempi diversi; Raciti ha parlato del Tempo. A quale dei tempi citati da Biuso si riferiva? O si riferiva piuttosto alla Temporalità? La chiusa di Raciti è coincisa con la chiusa della giornata studio (le domande successive, come sempre accade, sono state per gran parte insignificanti): la Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica diventa la Tragedia del Nascere dallo Spirito della Dissonanza. Perché l’essere e non il nulla? Perché la pace della musica è spezzata dalla vita della Dissonanza.

Il tempo, dicevamo. Sono giunto circa a metà, ma la tentazione di scrivervi è troppo forte: sto leggendo il sesto e penultimo romanzo della Recherche; dopo La prigioniera ci troviamo di fronte a La fuggitiva (titolo che preferisco all’altro: Albertine scomparsa. Citerò da: Marcel Proust, Albertine scomparsa, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Mondadori, Milano 1993). Questo sesto romanzo comincia (lasciando da parte i problemi filologici) con la stessa frase con cui s’era concluso il romanzo precedente: «Mademoiselle Albertine se n’è andata!». Ciò che per qualunque altro scrittore sarebbe stata solo una vicenda smielata e patetica fino al disgusto, ossia l’abbandono da parte dell’amata e la sua di poco successiva e tragica morte, in Proust miracolosamente acquista il potere di svelare il tempo, i meccanismi della memoria (e quindi dell’oblio). L’abbandono dell’amata si rivela per quello che è; il protagonista-narratore voleva lasciarla, credeva di non amarla punto; messo di fronte al fatto compiuto, però, quello che aveva creduto «non essere niente per me era, molto semplicemente, tutta la mia vita» (pag. 5).

La morte di Albertine, che consacra la sua fuga e la rende eterna, permettendo di considerare quello che sembrava un abbandono temporaneo sub specie aeternitatis, coinvolge parimenti lo spazio; Marcel si rende conto che: «adesso non era più in nessun luogo, avrei potuto percorrere la terra da un polo all’altro senza incontrarla; la realtà, richiusasi sopra di lei, era ridiventata liscia, aveva cancellato anche l’ultima traccia dell’essere ch’era colato a picco» (pag. 113). La realtà si mostra come uno spazio vuoto, in cui non incontriamo più l’oggetto che lo curva, la rende ruvido, lo storpia, lo deforma.

La penetrante sofferenza della morte di Albertine mostra come la mente subisca (perché inestricabilmente connessa con esso) le stesse sorti di una ferita corporale; la calzante, anzi la perfetta similitudine di Proust coglie nel segno: un cambiamento del tempo (atmosferico) gli ricorda cosa faceva Albertine in giornate come quelle; a ciò si aggiunge la gelosia, perché probabilmente ella si sarebbe recata ad amoreggiare con qualche ragazzina; Marcel nota (e qui, infine, v’è la similitudine perfetta) che «visto che non poteva più farlo, non avrei dovuto soffrire di questa idea; ma, come succede ai mutilati, il minimo cambiamento di tempo rinnovava i miei dolori all’arto che non esisteva più» (pag. 90).

Albertine è parte del corpo (perché parte della mente) del narratore; da ciò ne segue il totale sconvolgimento, soprattutto temporale che deriva dalla sua morte.

Dopo aver ricevuto un telegramma in cui lo si metteva al corrente della morte di Albertine, Marcel ne riceve altri due da questa; l’ultimo telegramma di Albertine lo supplicava di poter tornare da lui. Albertine, dicevamo, è parte del corpo (ormai mutilata) di Marcel; dunque è per questo che egli amaramente constata: «Perché la morte di Albertine potesse sopprimere le mie sofferenze, l’urto avrebbe dovuto ucciderla non solo in Touraine [luogo dell’incidente], ma dentro di me. Lì non era mai stata più viva. Per entrare in noi, un essere è costretto a prendere la forma, a piegarsi alla cornice del tempo; non apparendoci che per istanti successivi, non ha potuto lasciarci di sé che un solo aspetto alla volta, consegnarci di sé nulla più d’una singola fotografia. […] La memoria d’un momento non è informata di tutto ciò che è avvenuto in seguito. […] Questo sbriciolamento non si limita a far vivere colei che è morta, la moltiplica. Per consolarmi, avrei dovuto dimenticare non una soltanto, ma innumerevoli Albertine. Quando fossi arrivato a sopportare il dolore d’aver perduto quella, avrei dovuto ricominciare con un’altra, con cento altre.» (pag. 75).

Il coinvolgimento (o lo sconvolgimento) della persona è totale: riguarda il suo corpo, la sua psiche, la sua identità, il suo tempo nelle tre dimensioni del passato, presente e futuro. È annientato il sicuro conforto del ricordo, perché causa di sofferenze; è annientato perché la necessità farà il suo corso e corroderà le immagini e gli affetti: «Non avevo più che una speranza per il futuro, una speranza ben più straziante d’un timore: dimenticare Albertine. Sapevo che un giorno l’avrei dimenticata, avevo pur dimenticato Gilberte, Madame de Guermantes, avevo pur dimenticato la nonna. E per l’oblio così totale, sereno come quello dei cimiteri, con cui ci stacchiamo dalle persone che abbiamo smesso d’amare, il castigo più giusto e più crudele è proprio quello d’intravederlo come inevitabile, questo stesso oblio, nei confronti di quelle che ancora amiamo» (pag. 80).

È annientata l’unità identitaria del soggetto, il susseguirsi delle stagioni, il rapporto che lega la persona all’intero universo: «Legato com’era a tutte le stagioni, perché io perdessi il ricordo di Albertine avrei dovuto dimenticarle tutte, a costo poi di ricominciare a conoscerle […]; avrei dovuto rinunciare a tutto l’universo. Soltanto, mi dicevo, una vera morte di me stesso avrebbe potuto […] consolarmi della sua. Non pensavo che la morte del proprio io non è né impossibile, né straordinaria; essa si consuma a nostra insaputa, se si vuole nostro malgrado, ogni giorno» (pag. 82).

È annientata, infine, la protensione, la distensione della mente nel futuro: «domani, dopodomani, un futuro di vita in comune, forse per sempre, che comincia, il mio cuore gli balza incontro ma quello non c’è più, Albertine è morta» (pag. 77).

Come avete potuto vedere, ho citato molto (forse anche eccessivamente); ma credo ne valga la pena, per delle pagine così dense, così tragiche e profonde. La morte, senza la quale, come sosteneva Schopenhauer, non sarebbe potuto esistere il filosofare, ha svelato non solo la temporalità, ma anche (o forse conseguentemente) il senso delle azioni, dei pensieri, degli affetti di Marcel nei confronti di Albertine. Gli ha fatto comprendere perché assegnava più valore a discutere con Albertine rispetto a persone più intelligenti di lei; perché esiste e su cosa si fonda l’amore; tutto questo senza analisi di psicologia sperimentale o apparati neuroscientifici. La verità di Proust è valida per tutti, in qualche maniera arcana, proprio perché totalmente personale (o soggettiva, pur nell’annientamento dell’unità del soggetto). E mostra che quando il tempo compie la sua opera, lo spazio si richiude su di sé, cancellando ed annientando i grumi che lo deformano, tornando ad essere liscio, piatto, vuoto: in pace.

Ribelliamoci ai campi di sterminio per università

Ribelliamoci! Protestiamo contro questi malandrini, mascalzoni, ladri di futuro (e chi vuole rubarci il futuro ci vuole privare del nostro dono più prezioso e sacro: il tempo).

Non è bastata l’assassina formula 3+2, adesso stanno spiegando un campo di concentramento volto a sterminare le università pubbliche italiane.

Il vademecum del bravo sterminatore delle università pubbliche è contenuto Decreto legge 112 del 25 giugno 2008, con ciò si tenta di decretare:

  1. la possibilità di trasformare un Ateneo in una Fondazione, che pertanto dovrà cercarsi da sé i finanziamenti (anche se in linea teorica i finanziamenti statali non verranno meno); tuttavia, questo farebbe sì che chi riceva più finanziamenti almeno nominalmente acquisti prestigio e potrebbe far baluginare o nella migliore delle ipotesi garantire una formazione migliore. Ma questo potrebbe comportare che le università che non trovino i fondi rimangano indietro, tacciandosi d’infamia solo perché pubbliche; inoltre i costi per iscriversi alle “prestigiose” fondazioni potrebbero lievitare, cosicché chi ha soldi può accedere a prestigio, nomea e (sempre nella migliore delle ipotesi) cultura; chi non ha soldini deve accontentarsi dell’offerta pubblica;
  2. il taglio dei fondi non è parimenti ripartito; si sceglie di finanziare solo presunti centri di eccellenza, come l’Istituto Italiano di Tecnologia (ITI) (che persino nel nome pare un annacquamento del ben diverso MIT) ovviamente perché cari al ministrello;
  3. il taglio dei fondi vede ridursi la spesa per il finanziamento universitario di ben 550 milioni di euro;
  4. il turn over viene ridotto al 20%; che detto così pare poco, ma pensate che non sarà reintegrato l’80% di quelli che vanno in pensione. Mettiamo che in un anno 5 docenti universitari vanno in pensione, ebbene se ne potrà assumere solo 1 (se ne vanno in pensione 100, solo 20!!!). Con ciò è precluso sia il rinnovamento, sia lo stimolo alla ricerca; ed in aggiunta il numero tra studenti e professori si allontanerà via via sempre più da un ragionevole rapporto. E i docenti dovranno sobbarcarsi altri corsi, oppure le facoltà dovranno ridurre le discipline d’insegnamento. La ricerca risulterebbe bloccata. Il taglio, perdipiù, riguarda anche la scuola, ad ogni livello.

 

(Questi ed altri aspetti, compresi gli articoli cui si fa riferimento, artt. 16, 17, 66, 67, 69, 74 del suddetto decreto, sono magistralmente trattati qui da Giuseppe Capuano).

 

Vediamo alcune conseguenze pratiche:

  • la Scuola Superiore Catanese, un centro di formazione di eccellenza dell’Università di Catania presso il quale ho avuto la fortuna di assistere ad alcune lezioni, verrebbe chiuso per mancanza di fondi;
  • la stessa Facoltà di Lettere e Filosofia molto probabilmente non potrebbe sostenere i costi e vedrebbe ridursi i corsi o addirittura rischierebbe la chiusura;
  • le facoltà con meno “funzioni commerciali o commerciabili” stenterebbero a trovare finanziatori; quale azienda finanzierebbe mai lettere classiche o filosofia o scienze politiche?
  • le università di tutta Italia potrebbero essere ricattate da finanziatori pubblici e privati: “io ti finanzio, però tu devi licenziare questo tizio perché pensa cose che non mi piacciono” oppure “io ti finanzio, però tu devi assumere questo mio amico o parente”. Addio libero pensiero e residuo di meritocrazia.

È importante che tutti diffondano queste notizie, che tutti si indignino per questa ulteriore mossa che vuole privarci di quanto più ci rende umani. La facoltà di pensare. Non è un caso se l’art. 33 della costituzione sancisce: «Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». Con i finanziamenti privati si mette in grave pericolo l’autonomia delle università.

Oltre i link già inseriti segnalo:

questo post di Giofilo;

questa discussione su Sitosophia;

questo intervento del Prof. Alberto Biuso;

le indicazioni dell’Andu (Associazione Nazionale Docenti Universitari);

infine rinnovo l’appello a firmare la petizione per la Scuola Superiore Catanese.

P. S. Come speravo, almeno un risultato si sta raggiungendo, ossia si stanno moltiplicando i post e gli articoli che trattano della questione; perciò segnalo questi altri molto interessanti:

Vogliono chiudere la Scuola Superiore di Catania;

Per una valorizzazione del presente;

Morte dell’università;

questo post dove sono riportati gli interventi di Ciliberto e Tessitore.

Io Tempio sono un Greco

Uhuhuh! (Che non significa niente ma m’è venuto così!)

Caspita caspita caspita! Ho tanto da scrivere e non so da dove incominciare! Ed allora mi rifugio nella mera cronologia!

Oramai, dunque, due settimane fa ho trascorso un bellissimo fine settimana nei pressi di Pantalica. Un luogo stupendo! Lungo lo snodo di due fiumi si stende una vallata eccezionale per alberi, uccelli, un’eco straordinaria (come mai avevo udito in vita mia) e infine le affascinanti necropoli e l’Anaktoron che è questo (certo, almeno quel che ne rimane):

anaktoron

E vorrei anche almeno citare i nomi delle splendide persone che erano con me (che poi sono tutti capi scout del mio gruppo): Vittorio e Marcella (coloro che mi traviarono allo scoutismo), Francescuzza (sempri idda!), Maria, Angelo, Maria Concetta, Angela, Pina (na “pessi ‘i babba”!), Antonio (chi sei?); e quindi i bimbi, fantastici bimbi: Davide (Davidonzolo), Luca (nano atomico), Erika (la mia gattina) e Giovanni (il castorino).

Visitare quei luoghi in concomitanza con lo studio della storia greca è stato davvero emozionante! E proprio di storia greca vorrei parlare. Ho sostenuto l’esame proprio giovedì pomeriggio. Mi sono appassionato, ho cercato di imparare bene tutto, forse nell’assurda pretesa di imparare ogni singola pagina con annessi nomi e date. E che dire! Mi sono letteralmente innamorato di questo mondo “altro”, di quei personaggi colti e dall’indubbio carisma, dalla mente che si congiunge alla bellezza dei loro corpi. Mi sono innamorato in particolare di Alcibiade e di Epaminonda (ma anche di Sparta arcaica): persone capaci di reggere le sorti di intere comunità, di morire combattendo, di vivere agonisticamente.

Alcibiade praticamente sintetizza gran parte del mondo greco: Ateniese, amico o, meglio, compagno di Socrate, oligarchico prima, democratico poi, mostra la perenne tensione greca verso occidente con una spedizione in Sicilia da cui viene richiamato per essere processato; fugge allora a Sparta, dove non solo riesce ad essere bene accolto da una società sempre sospettosa nei confronti degli stranieri; e non solo consiglia loro di inviare Gilippo in Sicilia, mossa che permetterà la resistenza di Siracusa e la vittoria spartana sulla flotta di Atene; ma riesce pure ad avere rapporti intimi con la regina (tant’è che si sospetterà che l’erede di Agide II sia in realtà il figlio di Alcibiade); non contento, si reca dai persiani spingendoli favorevolmente ora verso Atene, ora verso Sparta. Torna ad Atene ed alla guida della flotta sconfigge gli spartani e viene accolto da trionfatore, come fosse un re! Manco un anno dopo, una sconfitta di poco conto del suo comandante in seconda determinerà la cacciata definitiva di Alcibiade che infine sarà ucciso a tradimento dai Persiani. Ragazzi, un eroe! Era tutto in mano sua!

Epaminonda, invece, fu il genio politico e militare che mise fine al mito dell’imbattibilità della falange oplitica spartana. Tra Leuttra (371 a. C.) e Mantinea (362 a. C.) sconfisse ripetutamente gli spartani e perdipiù arrivò a calpestare impunemente il suolo della Laconia, giungendo fino alle mura di Sparta. Morì combattendo a Mantinea. Il suo esercito aveva praticamente già vinto, quando una lancia lo trafisse; dopo una breve agonia, spirò e la battaglia cessò senza formalmente senza vincitori né vinti.

Mah! Non mi dilungo oltre, altrimenti parlerei ancora un bel po’ di Lui: Alessandro III di Macedonia.

Procedendo, invece, accennerò brevemente alla lezione del Dott. Di Spazio. Per adesso dirò solo che è si inseriva nel corso che Biuso sta tendendo per la Scuola Superiore Catanese e che è stata strepitosa. Mi riservo di parlarne meglio quando leggerò questo suo libro che dovrebbe arrivarmi a giorni.

Inoltre, da venerdì mattina fino ad oggi alle 13 sono stato in uscita coi miei lupettini. Perciò immaginate: giovedì pomeriggio l’esame, difficilissimo, di storia greca; venerdì mattina dovevo partire coi lupetti; e perciò dovevo sia studiare tanto che preparare questi giorni coi piccolini! È stata veramente dura!

Infine, la musica: ultimamente, giacché ne ha accennato Raciti, mi sono dato all’ascolto di Lou Reed, per adesso degli album Transformer e Berlin. Eccezionale, cupo, catartico, lirico, ironico! Conoscevo solo qualche canzone, ma devo dire che lo sto apprezzando parecchio; soprattutto l’album Berlin, credo sia uno dei capolavori della musica.

Bene, congratulandomi e ringraziando la pazienza di chi ha letto fino a qui, spero di tornare a scrivere presto, magari cose più interessanti!