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Riso e nulla

Rispondo con questo post ad una domanda che l’anonima Laura ha posto in un commento, circa l’apparenza che non appare mai e il fatto che il dolore e la gioia non sono altro che apparenza. Ebbene, visto che la discussione è partita da lì, rispondo dapprima citando ancora Bonaventura. Il protagonista delle Veglie, nella XV, si trova impiegato come pagliaccio in un teatro di marionette e muovendone i fili istiga, seppur involontariamente, a tal punto il pubblico tanto da farlo insorgere contro il sindaco e volerlo impiccare. Per sedare gli animi allora il protagonista pagliaccio balza su una pietra e tiene questo discorso:

«Cari paesani!

Guardate questa regale testa di legno insanguinata che innalzo davanti a voi. Quando era attaccata al tronco veniva governata da questo filo, questo a sua volta dalla mia mano e così via fino al regno misterioso in cui non si può più stabilire chi sia a governare. […] Cosa vi ha fatto questa testa affinché la trattiate così male? È la cosa più meccanica di questo mondo e non è abitata neanche da un pensiero. Non pretendete da lei alcuna libertà, giacché non contiene in sé niente di simile. Quella che chiamate libertà è poi una cosa complicata, perché non si tratta solo dello spettacolo di marionette che avete visto oggi» (Bonaventura, Veglie, in G. Bevilacqua, I romantici tedeschi, vol I, Bur, Milano 2003, pag. 606).

L’apparenza che non si mostra mai è il fatto che la libertà è un’apparenza. Cioè, la libertà è un’apparenza che non si mostra mai come tale, ma sempre come non-apparenza, quindi come realtà.

Il fatto di avere un “cuore”, parola cristiano-romantica se altre mai, non fa che ostacolare la comprensione di questa apparenza. Non sto parlando di sentimenti, giacché si possono avere tanti sentimenti senza avere “cuore”; parlo di quella poltiglia romantica che ci fa credere “persone importanti e serie” e che crea brutture e stupidaggini come “ascolta il tuo cuore” oppure, che è lo stesso, “va’ dove ti porta il cuore”. E poi è solo il “cuore” che fa di ogni cosa una cosa antropomorfa: tutto deve essere a misura del nostro sentire: il cosmo, il divino e ovviamente – l’uomo! Un bellissimo aforisma di Raciti ci informa a questo proposito che «l’uomo è un dio antropomorfo».

Ovviamente, nella mia critica al concetto di libertà ed all’antropocentrismo tanti riconosceranno la matrice spinoziana. E difatti con Spinoza faccio mio il detto: «non deridere, non lamentarsi, né detestare, ma comprendere». Parimenti aggiungo: gioire! Sì, gioire anche se è un’apparenza, dacché tra le tante apparenza almeno scegliamo quella che non ci fa soffrire.

Il riso, amici cari, che non è derisione, ghigno, ma serenità pure contro le nefandezze. Il riso santificato da Zarathustra, che è anche quello, ancora una volta, di Bonaventura, anche se qui risuona un certo risentimento:

«Per il diavolo, cos’altro merita questa terra […] se non di essere derisa? Anzi, se essa conserva ancora un qualche valore è solo perché il riso vi è di casa. Tutto vi è stato disposto così bene e con tanta sensibilità che il diavolo […] per vendicarsi nei confronti del Creatore, le inviò la risata e questa seppe insinuarsi abilmente e inavvertitamente nella maschera della gioia; gli uomini l’accettarono di buon grado, finché essa non lasciò cadere il camuffamento e li guardò malignamente come satira. Lasciatemi per tutta la vita il riso, e io potrò resistere quaggiù». (Ivi, pagg. 603-604).

Solo un’ultima, definitiva nota. Il riso rimane tale anche nei confronti dell’Assoluto. E l’Assoluto romantico è mostrato nel suo vero volto dal nostro benedetto Bonaventura. Il protagonista delle Veglie, dopo mille peregrinazioni, ritrovare la tomba del padre. La conclusione (ogni conclusione!) non può che suonare così:

«Ahimé! Cos’è mai questo – sei pure tu solo una maschera e mi inganni? Non ti vedo più, padre – dove sei? Al contatto tutto si riduce in cenere e sul suolo non resta altro che una manciata di polvere, mentre un paio di vermi ben nutriti strisciano via di soppiatto, come morali oratori funebri che si sono troppo rimpinzati al banchetto funebre. Spargo questa manciata di polvere paterna nell’aria, e cosa rimane? – Nulla!

Di fronte, sulla tomba, il visionario [che vedeva il fantasma della propria amata e lo baciava] ancora indugia e abbraccia il Nulla!

E l’eco nell’ossario grida per l’ultima volta: “…Nulla!”» (ivi, pagg. 620-621)

Veglie e marionette

Chi mi conosce, ben sa la mia buffoneria e quanto mai mi piaccia divertirmi, fare casino, cantare, ubriacarmi, fare festa ed altre amenità di tal sorta.

Ed appunto di buffoneria potrei tacciare para para la mia esistenza; intesa proprio così, nel senso pagliaccesco, clownesco, circense del termine. E tuttavia se di gioco si tratta non è altro che un dramma giocoso, come il Don Giovanni mozartiano. (E tuttavia, in temi dongiovanneschi, mi è più affine il seduttore kierkegaardiano. Vero, Luisa?)

Ad ogni modo, tutto sto preambolo per dire null’altro che questo, cioè che essendo io un romantico anti-romantico (certo, dopo tutto questo che ho scritto penserete pure che sono un cretino anti-cretino… ma è la dura legge del pendant), dunque la mia ultima lettura è quel bel mattoncino spesso piagnucoloso e patetico che ho mostrato ad alcuni colleghi, ossia: G. Bevilacqua (a cura di) I romantici tedeschi, Bur, Milano 2003. Segnatamente si tratta del primo volume della terza parte dell’opera, ossia quel volume ove v’è un’ampia e scelta antologia di narrativa romantica tedesca.

Ora, lo Sturm und Drang dell’adolescenza l’ho abbondantemente alle spalle, non per età ma per pensiero; non per nulla ciò che voglio riportare è un piccolo stralcio dalle Veglie che scrisse un non meglio identificato Bonventura all’incirca nel 1804.

In realtà è un’opera sui generis che si permette di prendere per i fondelli non solo chiesa, prelati, spiriti, romanticismi, patetismi e affini; ma anche e perfino il grande Goethe del primo Faust. Insomma, come si dice dalle mie parti: nun ci nn’è ppi nuddu (non ce n’è per nessuno, nel senso che non se ne trattiene una).

Ma ricollegando alla mia persona, ecco qui che troviamo una magnifica esplicitazione di come si sviluppa la dinamica per cui siamo tutti marionette e la nostra persona non è che prosopon, ossia maschera.

Dice Bonaventura nella IV Veglia:

«Il pagliaccio apre uno sportellino sul petto della marionetta e vi trova con sua grande sorpresa davvero un cuore, cosa che lo fa preoccupare e, impaurito com’è, gli fa venire delle idee assennate: che, per esempio, tutto nella vita, tanto il dolore quanto la gioia, non è altro che apparenza, con l’unico inconveniente che l’apparenza stessa non appare mai; e che, di conseguenza, le marionette non avrebbero mai saputo di essere prese in giro e usate solo come passatempo, ma si sarebbero piuttosto considerate persone molto serie e importanti. Il pagliaccio vuole a questo punto rendergli comprensibile la vera natura di marionetta, ma nel farlo si confonde di continuo, e dopo un interminabile, curiosissimo discorso si ritrova al punto di partenza. Allora, in silenzio, ride maligno sotto i baffi e se ne va» (pag. 581 del libro che v’ho detto).

E che dire? Il cerchio si chiude. Soltanto giullare, soltanto poeta.