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Faccende paesane

Quanto più lo spazio è limitato, tanto più le cose si notano. L’universo è uno spazio infinito o che si espande infinitamente; per questo è come se ci fosse il nulla, tanto poco si notano le cose. Il paese, invece, ha dei limiti troppo ristretti, tutto si nota e fa scalpore: lo scandalo è affaraccio paesano (e l’Italia, il bel paese, è zeppa di scandali). Ciò che è accaduto qua in questi giorni, la polemica carnevalesca, è una faccenda da paesanazzi.

Per certi versi, la libertà ha un solo limite: la costrizione. Io sono libero fino a quando qualcuno o qualcosa non mi limita. Posso esercitare la mia libertà come e quanto mi pare. Poniamo, se non infrango la legge, nessuno mi può venire a dire di non fare qualcosa (e in certi casi è addirittura bene infrangere la legge).

Tuttavia, questa concezione di libertà, oltre a essere ambigua e monca, è pure povera. L’esaltazione libertaria si scontra con la domanda: che me ne faccio? Come l’individualismo, una libertà siffatta è incapace di guardare oltre il proprio naso. L’invito nicciano ad essere liberi per qualcosa e la domanda di Lenin («Libero con chi?») s’incontrano, sono quasi la stessa cosa. Allora mi chiedo cosa mai sia più importante, se il reclamare la libertà sacrosanta di fare tutto quello che mi pare e piace oppure l’evitare di fare qualcosa che offende (anche se non riesco a coglierne appieno il motivo) moltissime persone. (E tuttavia resta pur sempre il fatto che noi non abbiamo mai cercato di impedire a nessuno di fare ciò che vuole, mentre qualcuno ha proposto di punire quel che abbiamo fatto noi. E forse lo squilibrio sta tutto e solo qui.)

Il gioco non varrebbe la candela, se una libertà che non mi porta alcun vantaggio mi impedisse di collaborare per cose che ritengo importanti, qualunque sia il motivo dell’impedimento.

La trascendenza mi è sempre importata poco. Ciò che mi trascende, proprio per definizione, è oltre me. Dall’alto dei cieli non mi guarda nessuno, lo spazio è immenso e la cosa che sono si riduce a nulla; la trascendenza non mi riguarda. Mi è stato chiesto se credo che Gesù sia figlio di Dio; ho risposto di no e che comunque non lo ritengo importante. Anche se lo fosse non mi cambierebbe nulla, non cambierei modo di vivere. Lo stesso vale per i miracoli: anche se ne vedessi uno o ci credessi, come mai potrebbe cambiare il mio modo di campare? Dovrei guadagnarmi il paradiso solo perché crederei che Gesù sia il figlio di Dio e allora dovrei compiacerlo? Ma questa sarebbe meschinità, se non leccaculismo.

Mi interessa collaborare e costruire quel poco di buono di cui sono capace con chiunque sia disposto a darmi un po’ di corda (magari anche quando sarà l’ora d’impiccarmi). La polemica sterile e paesanazza mi interessa pochissimo, tanto poco che starò più attento a non invischiarmici di nuovo.

C’è un tipo di discussione che però mi interessa molto. Angelo Plumari ha scritto in proposito. Potete leggere qui la sua lettera.

Angelo è un mio caro amico; come sempre ha centrato alcuni punti con intelligenza e profondità. Mi ha colpito soprattutto la conclusione, dove ringrazia per il dibattito che abbiamo aperto nella realtà preconfezionata. Mi ha colpito perché ci ho pensato anch’io. Mi sono posto tante domande. Alcune scontate, altre sciocche. Forse la domanda che più mi preme rivolgere a tutti quanti (e la rivolgo con l’ingenuità propria dei bambini quando chiedono il perché di tutto) è questa: ci voleva una buffonata per farci parlare di Gesù? Ma poi, di questo Gesù, ne stiamo davvero parlando ora o parliamo solo di quanto qualcuno si è offeso e dell’intangibilità della chiesa?

Quando a carnevale chiedevamo perché le donne non possono essere papa, quasi nessuno ha risposto. Quando travestito da Gesù citavo frasi dei vangeli e chiedevo cosa ne pensavano, molti sorridevano e andavano via, tanti altri mi dicevano che a carnevale non bisogna pensare a queste cose. Ditemi: quando bisogna riflettere su Gesù? Quando è offeso u Signuruzzu? Oppure solo negli antri bigotti di una sacrestia? E se portassimo per le strade la povertà, anziché cacciarla via? E se ci vestissimo tutti come Gesù con una tunica e una bisaccia? E se tenessimo a mente che i ricchi (siamo quasi tutti ricchi e la chiesa è ricchissima) non sono graditi nel regno dei cieli? Avremmo tempo per pensare a come ci sentiamo offesi? Avremmo tempo per badare a quattro giovinastri che si divertono, anche ammettendo l’esagerazione, a carnevale?

Rifuggo da qualsiasi tipo di religione, anche da quella atea. Cerco compagni per la mia libertà. Da solo non ci voglio stare.

Infine, credo abbia ragione Angelo Plumari. Ci si è fatto del male per una divinità; il che, in ogni caso, esista o non esista, è la cosa più sciocca che si possa fare.

Quando non si ha di che scrivere…

Anche questo carnevale se n’è andato; ciò che non vuole andare via è il freddo.
Ero da solo o con tanti (o contanti o coloro che contano); ci aggiravamo alla bottega delle vanità del mastro Qoelet. L’imbonitore parlava parlava parlava e voleva venderci qualcuno dei dodici prepuzi di Gesù e delle sei teste di Giovanni il Battista (che poi conoscevamo anche Pietro il Bassista, ex seconda chitarra, e Giacomo il Batterista, del gruppo dei Twelve, antesignani di tutti i rocker cristiani); ma il Mago Platinato disse: «Secondo certe tradizioni anche i Magi erano dodici». Aggiunse il Povero Diavolo: «Per non parlare delle tribù di Israele, alcune delle quali disperse e non ritrovate; v’è chi dice che siano giunte in America prima di Colombo o che siano da collegarsi al Prete Gianni».
L’imbonitore parlava parlava parlava e la nostra attenzione, tra quel fumo di fumo, fu catturata dagli oggetti sulla bancarella: avreste potuto vedere la coscia d’oro di Pitagora, il sandalo di bronzo di Empedocle, i capelli di Berlusconi, il viagra di Bossi e la tazza dove Socrate bevve la cicuta.
Scontento, il Maraja si lamentava e diceva che avrebbe voluto andare a casa per stare in compagnia con la sua fidanzata topolina: «Ohimé lasso!», diceva, «vorrei andar via, ma non posso prima di aver dato un’occhiata a questo libro». Si trattava del II libro della Poetica; non ebbe il tempo di leggere che mezza pagina, perché un signora grasso vicino a lui gli fece cadere il libro dalle mani. Si trattava di Giovanni l’Evangelista (o il Vangelista, chiederebbe qualcuno l’informazione di dove sia), che aveva tra le mani un libro di Platone ma non ci aveva capito un cazzo.
E patapim e patapam, salimmo tutti, compreso mastro Qoelet l’imbonitore, sulla nostra carrozza tutta di legno e maestosa, costruita con la millesima parte del legno originale della Santa Croce. Lungo il percorso abbiamo visto il Tempio di Salomone, particolare e affascinante, perché dipende dall’angolazione sembra che abbia misure differenti, tant’è che parrebbe non stare in piedi, manco dopo tre giorni che fu distrutto.
Giunti a Milano, abbiamo potuto visitare i corpi dei Magi, parenti del Mago Platinato; strano a dirsi, miracolosamente, come la casa di Loreto, i magi tornarono a casa ma i corpi restarono a Milano, nota capitale della Palestina.
L’unico dato rilevante della questione, fu che nessuno di noi ebbe la grazia delle stimmate, sebbene tutti siamo caduti da cavallo sulla via di Damasco (che notoriamente conduce anch’essa a Milano). Tuttavia, ci scattarono una foto, come nel film Gli altri, perché, direbbe Montale, siamo tutti morti senza saperlo.

Filosofi in maschera

Quando non si ha di che scrivere, accade questo. Tuttavia, segnalo la nuova canzone che ho inserito nell’apposita pagina del sito. Si tratta di Hoppipolla dei Sigur Ros.