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Cinquantotto passi nell’oltretomba

Il tempo merita d’essere scandito dai libri. All’evanescenza degli attimi, opponiamo la consistenza della parola scritta. Ogni libro sta come un piolo nella scala del tempo; un segnavia che interrompe lo scorrere per le strade del divenire. La strada è un attrezzo, uno strumento. Si sosta ai crocicchi, i trivi ove s’incontrano gli spettri, le biforcazioni che sono epifanie dell’oltretomba nella noia quotidiana. Su ogni kreuzweg sta scritto che la vita è un mezzo per la conoscenza. Questa, però, non si può ottenere, afferrare. Quando giunge a compimento, si comprende che non c’è nulla da sapere e subito la si ricopre d’un manto opaco. Se la si afferra e afferma, si muore.

Nel 2010 ho letto 58 libri (compreso qualche bel fumetto). La lettura di un libro è un passo nell’oltretomba. Muoia Sansone con tutti i Filistei: voglio affossarvi con me, suggerendovi la lettura di alcuni tra i libri che più ho apprezzato nell’ultimo anno.

  • E. Jünger, L’operaio. A quel che mi diceva Raciti, la traduzione di questo libro è pessima. Tuttavia l’effetto che produce è lo stesso sconvolgente. A ridosso della fatale ascesa di Hitler al potere, Jünger ci mostra la spaventosa forza che si sostituisce al borghese: l’operaio, la cui forma è il lavoro nell’epoca della mobilitazione totale. L’individuo così è sostituito dal tipo. La forma del lavoro è onnicomprensiva, totale, appunto. Vengono i brividi a leggere pagine che sembrano ancora tanto profetiche e temibili.
  • I. Calvino, Il barone Rampante. Il più bel libro di Calvino, commovente, divertente, affascinante, strambo, melanconico, profondo. Come sempre la saggezza è prerogativa della folle coerenza, fino in fondo, fino alla morte.
  • L.F. Céline, Viaggio al termine della notte. Io che appartengo alla risma dei proustiani non posso non apprezzare l’anti-Proust per eccellenza. Questo romanzo scuote fin nelle fondamenta; ora cinico, ora sentimentale ma mai patetico, Céline ha mostrato quanto la vita possa fare schifo eppure quanto la si possa amare lo stesso. Si possono amare anche donne orrende; si può amare anche la vita.
  • B. Groys, Post scriptum comunista. Libro platonico, rimette sui piedi la dialettica rovesciata della contemporaneità. Il comunismo viene indicato come il predominio del pensiero sull’economia. Leggendo questo libro si comprendere bene perché un pensatore non può che essere comunista. Il pensiero è politica; la politica pensata è comunismo. L’universalità economica del capitalismo ha bisogno di annientare il concorrente; la totalità comunista, invece, permette la sussistenza della diversità, la lascia – in pace. Il comunismo come coesistenza di contraddizioni. Verrebbe da dire: il comunismo come casa di Ade.
  • G. Colli, La sapienza greca, voll. 3. Non solo per la traduzione, per la nuova scelta, per le aggiunte, per frammenti completamente inusuali; ma i tre libri sono fondamentali anche per le introduzioni, l’apparato critico e il commento. L’uomo è un animale teso tra il dionisiaco e l’apollineo. La conoscenza è una tenzone, un’avventura che si svolge tra estasi, mantica, enigmi, sfide mortali. La conoscenza è un inganno. È una guerra. E il sapiente è un guerriero che sa difendersi bene.
  • G. Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Il linguaggio teologico della cristianità, da Paolo in poi, è calcato sulla oikonomia greca. Ne deriva che l’esercizio della potestà divina sul mondo è svolto seguendo metodi economici. Il rapporto tra Padre e Figlio è economia. Dio Padre si incarna nella storia pianificando un’economia. Tra le tante notevoli suggestioni e le centinaia di riferimenti precisi e rigorosi, Agamben tenta di capire perché la gloria è necessaria al potere. Alla fine del libro sorge inevitabilmente la domanda se il destino economico dell’occidente sia un portato della cristianità.
  • C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Solitario, giovane, eppure con la sapienza di un saggio della Grecia arcaica, Carlo Michelstaedter si staglia immenso sull’orizzonte del pensiero. La prima parte è paragonabile a L’unico di Max Stirner. La seconda è profonda quanto i Discorsi di Rousseau e la Genealogia della morale di Nietzsche; e di queste è compagna: Poi la vita s’incarica di stordirli; l’esser vivi si fa un’abitudine – le cose che non attraggono non si guardano più, le altre sono strettamente concatenate, la trama si fa uguale – il bambino si fa uomo – le ore degli spaventi sono ridotte al sordo continuo misurato dolore che stilla sotto a tutte le cose. Ma quando per ragioni che non stanno in loro, il lembo  della trama si solleva, anche gli uomini conoscono le spaventevoli soste.

La conoscenza va coperta. La verità è insopportabile. Un manto deve ricoprire l’aletheia. L’inganno delle nostre parole, gli abbellimenti rettorici, sono una coperta, un sotterfugio di chi vorrebbe e non vorrebbe. Conosciamo la verità come si fa all’amore con una donna brutta: sotto le coperte, con la luce spenta.

Uffa che uffa di tutto!

Si sbatte il muso contro le inconsistenti derive dei giorni; ché tali sono le svolte, le scelte, gli eventi. E quando non rimane nulla da perdere, ti rifugi in ciò che hai perduto per sempre, i ricordi; quelli almeno non li puoi perdere mai più. Le settimane, i mesi, poi, cancellano i cambiamenti, tutto ritorna uguale a prima, tutto somiglia e si ripete (diceva Ripellino), e la vigliaccheria del ricordare è scacciata come una mosca che s’era posata su una merda. Piano piano si invecchia. Si comincia da giovani e non si finisce più. Lo sapeva bene Céline:

Ah! se l’avessi incontrata prima, Molly, quando c’era ancora il tempo di prendere una strada invece che un’altra! [...] Ma era troppo tardi per rifarmi una giovinezza. Ci credevo più! Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai preso di amare le tue disgrazie tuo malgrado. La natura è più forte di te, ecco tutto.
(L. Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio, Milano 2009, pagg. 256-257)

Si dovrebbe essere come un’anima divina, un’anima di Cristo che riempie tutti i luoghi, sì da non avere più nostalgia. Oppure come il dio di Spinoza.
Allora, facciamola codesta vigliaccata, rifugiamoci nell’infanzia. Rigurgitiamo, financo.
Ho scovato un libriccino di tal Bruno Tognolini, autore, tra gli altri, de L’albero azzurro e La melevisione. Ora, ci ho trovato più poesia lì che nel fior fiore dei poeti salottieri e ‘ufficiali’.  Il libro in questione titola Mal di pancia calabrone (Nord-sud edizioni, Milano 2009, seconda edizione della terza ristampa; la prima edizione risale al 1995). Sono 50 componimenti: 49 quartine e un distico (Codetta) a conclusione. Il genio dell’autore sta nel vedere ciò che tutti vediamo epperò riuscire a renderlo poetico. Il sottotitolo recita: Formule magiche per tutti i giorni; devo dire che le formule sono efficaci perché sono davvero magiche. Se Novalis sosteneva che tutto è fiaba, Tognolini realizza tale detto. L’esistenza è svelata — è fiaba. Basta saper guardare e pronunciare le giuste formule magiche. Si narra che Empedocle placò uno scatto d’ira d’un uomo recitando ad alta voce un verso di Omero. Qui i ‘piccoli’ problemi quotidiani sono sedati, estinti, resi fiabeschi da un torno di quattro rime.
I calzini che scendono e non vogliono star su, i semafori che sembrano rimanere rossi, il mal di pancia, il mal di schiena del papà, la tosse, la fortuna al gioco: ogni fastidio che attanaglia la ‘piccola’ (non da intendersi in senso anagrafico) quotidianità trova la formula magica appropriata. Giusto un paio di esempi, prima di concludere con le mie due predilette:

Contro i brutti sogni

Brutto sognaccio pauroso e tremendo
Te ne approfitti che stavo dormendo
Ma ora son sveglio e ho aperto gli occhi
Vediamo se adesso mi tocchi


Per far star zitti gli allarmi delle auto

Macchina scema che gridi per niente
Solo per fare arrabbiare la gente
Nessuno ti ruba, nessuno ti tocca
Piantala macchina sciocca

Questo il meraviglioso tenore dell’intera raccolta. Per farla breve, come le quartine, chiudo con le due che preferisco:

Contro gli spot della televisione

Specchio stregato di puzza di piedi
Non sono scemo come tu credi
Nel bosco magico io non ci vengo
E se non la smetti ti spengo.

Contro tutto

Giorno di schifo, sera di moccio
A casa mi stufo, a scuola mi scoccio
Uffa che noia, uffa che brutto
Uffa che uffa di tutto.