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Le Vie dei Canti

Se c’è una cosa che la malattia (la depressione ipocondriaca) insegna è che tutte le promesse di slanci alla vita svaniscono quando si ‘guarisce’; con la salute si riacquista l’apatia: perdendo la pato-logia si smarrisce il sentire. Il principe Myškin, l’idiota di Dostoevskij, si prometteva di vivere intensamente ogni istante, dopo aver ricevuto la grazia dalla condanna a morte, ma il proposito risultava vano, perché la vita ritornava a fluire con la stessa soffice e per lo più insignificante intensità di prima; citando Dostoevkij e dopo aver vissuto la medesima esperienza, Alekos Panagulis era della stessa opinione.
Non è diverso per la mia ‘guarigione’, per il mio ritorno alla vita salubre; se in ogni salute ci fosse salvezza, quest’ultima sarebbe una cosa ben misera. Eppure, come il sano non apprezza la salute finché non gli manca, così il malato non apprezza la malattia finché non lo abbandona.
Ritorno dunque a vivere. Ritornano i ritmi serrati di lettura: L’uomo greco di Pohlenz, tre fiabe lunghe di Hoffmann, I demoni meridiani di Caillois (stupendo, un libro magnifico), La dottrina dell’immortalità della teologia orfica di Bachofen ed ora sono alla prese col densissimo e indescrivibile La Dea bianca di Graves. (Chi volesse tenersi aggiornato sulle mie letture può seguirle su aNobii). Tra letture e traduzione del libro di Swinden non è che mi resta molto tempo per fare altro; solo un paio d’ore per le ripetizioni che do il pomeriggio.
La sera, tuttavia, anziché perdere tempo appresso alla televisione, mi sono dedicato alla lettura di un libro che consiglio soprattutto al circolo di Catania. Si tratta di un romanzo, anche se definirlo così è un po’ riduttivo; è piuttosto un diario, una narrazione documentaristica, che accoglie al suo interno appunti filosofici e spunti antropologici.
Si tratta di Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin (Adelphi, Milano 2007). L’autore (che è pure il protagonista) si reca in Australia e lì riesce a penetrare i segreti degli aborigeni riguardo a ciò che dà il titolo all’opera: le vie dei canti sono percorsi in terra australiana in cui gli aborigeni riescono ad orientarsi facilmente anche se non li hanno mai visti; ci riescono cantando. Hanno schemi base (o grammatiche musicali di base) che gli permettono di orientarsi tramite il canto. Questo canto è così legato al movimento che un aborigeno in macchina per ripercorrere una via deve cantarla a velocità insostenibile, perché l’auto procede molto più velocemente del canto (che è sincronizzato ai circa sei chilometri orari del passo umano); in macchina le rocce ed i punti di riferimento del canto scorrono troppo veloci.
In questo contesto, Chatwin analizza il movimento, nella fattispecie quello dovuto all’impulso irrefrenabile che taluni, come egli stesso, provano e che li porta a viaggiare senza sosta. Possiamo sintetizzare la questione così, con parole che non compaiono nell’opera di Chatwin: il movimento è la pace, o quantomeno ne è la sua condizione. Siamo abituati a considerare come strettamente connessi pace e quiete, stasi, immobilità. La tesi di Chatwin è assolutamente opposta.
Senza addentrarci troppo sul fatto che Chatwin considera l’uomo una specie che per natura è dedita al movimento e che quando sta ferma soffre (tra gli esempi, quello del neonato che piange fino a che non è cullato ad una certa velocità), citiamo soltanto alcuni brani più prettamente antropologici:

Come regola biologica generale, le specie migratorie sono meno “aggressive” di quelle sedentarie. C’è una ragione ovvia perché sia così: la migrazione, come il pellegrinaggio, è di per se stessa il duro cammino: un itinerario “livellatore” in cui i più forti sopravvivono e gli altri cadono lungo la strada. Il viaggio perciò vanifica il bisogno di gerarchia e di sfoggi di potere. Nel regno animale i “dittatori” sono quelli che vivono in un ambiente di abbondanza. I “briganti” sono, come sempre, gli anarchici. (pag. 360)

Le spinte “aggressive”, pertanto, sembrano essere inversamente proporzionali al movimento. La sedentarietà dà luogo alla gerarchia; il massimo della stasi sarebbe dunque la dittatura. Che il conservatorismo sia diretta conseguenza della stasi e che quindi faccia il paio con la gerarchia e la dittatura pare confermato da un altro brano:

In Aranda Traditions Strehlow contrappone due popolazioni dell’Australia centrale: una sedentaria e una mobile. Gli Aranda, che vivevano in una ragione di pozzi sicuri e di selvaggine abbondante, erano arciconservatori: avevano cerimonie immutabili, iniziazioni cruente e punivano il sacrilegio con la morte. [...] Gli Aranda erano tanto limitati quanto la popolazione del deserto occidentale era di larghe vedute. Questi nomadi prendevano liberamente in prestito canti e danze, e pur non amando meno lo loro terra erano sempre in movimento. «Di questa popolazione la cosa che colpiva di più» scrive Strehlow «era la risata pronta. Erano persone contente e allegre, che si comportavano come se non avessero mai avuto una preoccupazione al mondo.» (pag. 361)

Da un lato, dunque, la sedentarietà e l’aggressività. Dall’altro che cosa?
Precedentemente Chatwin aveva proposto una sua ipotesi antropologica e ne aveva parlato anche a Konrad Lorenz. Di solito, argomenta, si presuppone che l’uomo sia aggressivo, belluino, assassino; immaginiamo invece che l’uomo sia stato a lungo in una condizione esattamente opposta:

Supponiamo invece che i primi uomini fossero sottomessi, vessati, accerchiati, raccolti in poche e frammentarie comunità, perennemente intenti a scrutare l’orizzonte nella speranza di veder giungere un aiuto, abbrancati alla vita e agli altri uomini durante gli orrori della notte. In questo caso tutti gli attributi che diciamo “umani”, il linguaggio, la composizione dei canti, la condivisione del cibo, i doni, le parentele, cioè tutte le spontanee manifestazioni di solidarietà che tengono in equilibrio la società e aboliscono l’uso della forza tra i suoi membri e che assolvono senza intoppi alla loro funzione solo se vige l’equivalenza – tutte queste cose non potrebbero esser state sviluppate tra mille avversità come stratagemmi per sopravvivere e scongiurare la minaccia dell’estinzione? E sarebbero per questo meno istintive o più specificamente orientate? Una teoria della difesa non spiegherebbe forse perché, a lungo andare, combattere una guerra di offesa diventa impossibile? E perché i prepotenti non vincono mai? (pagg. 294-295)

L’uomo, dunque, sarebbe un animale mobile e difensivo. Con questo, il movimento non sarebbe mai, in nessun caso, volto al progresso, allo sviluppo, all’evoluzione. Il movimento difensivo è semmai una fuga, un tornare indietro. La meta delle vie dei canti sta all’inizio del cammino; ogni movimento è rivolto alla sua origine, anzi all’Origine. Chatwin individua la meta nell’incedere originario del Primo Uomo, questo Adamo specifico, il primo Homo sapiens che disse “Io sono” e che ad ogni passo dava il nome ad un fiore, poi ad un altro e un altro ancora. Si forma così il primo canto; la seconda strofa comincia con il verbo. Da qui si giunge perfino all’origine del linguaggio ed alla possibilità dell’orientamento tramite il canto:

Tutti gli animali – insetti, uccelli, mammiferi, delfini, pesci e balene megattere – hanno un sistema di navigazione detto “triangolazione”. I misteri della struttura innata della frase postulata da Chomsky diventano semplicissimi se si pensano come triangolazione umana: soggetto, oggetto, verbo. (pag. 373)

Il libro si conclude col ritorno al luogo in cui si è generati. L’ultima visione sono tre vecchi aborigeni, che per la malattia avevano perso barba e capelli. Salute e malattia, insieme.

Sì. Stavano bene. Sapevano dove stavano andando, e sorridevano alla morte sotto l’ombra di un eucalipto. (pag. 390)