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Un figlio anarchico

[Per la presentazione di A. Di Grado, Anarchia come romanzo e come fede, Ad Est dell’Equatore, Pollena (Na) 2015 — Villa Cosentino, Valverde (Ct), 23 luglio 2015.]

Mi ritrovo qui a parlare di anarchia da una posizione privilegiata e piuttosto comoda. Non solo perché non ricopro alcun incarico istituzionale – e non so se esserne contento o meno –, ma anche e soprattutto perché godo della condizione anarchica per eccellenza. Giuridicamente e socialmente – se non anche ontologicamente –, io sono un figlio, nient’altro. Ed essendo disoccupato, sono un figlio mantenuto, tanto che i miei vezzi pseudo artistici m’hanno fatto dire: «Non ho genitori; ho mecenati».

Mettiamola così: solo un figlio può essere anarchico. Questo significa che ogni uomo è anarchico, o quantomeno lo è stato. Perché si finisce d’essere figli – o comunque solo figli – non appena un figlio lo si mette al mondo. Generare è mettere al mondo l’anarchia, rinunciando alla propria. Questa faccenda risulta abbastanza chiara non appena si guardi con occhio disincantato alla mitologia cristiana: l’atto di creazione è rinuncia di Dio all’autosussistenza beata, per divenire padre. Appare come una rinuncia all’onnipotenza, se mi perdonate l’eterodossia. Dio, l’onnipotente, diventa padre e rinuncia ai suoi poteri, in nome dell’amore e della libertà dei figli. Freud parlava di senso di onnipotenza del bambino, che con tutta evidenza così si sostituisce al padre. Il figlio è onnipotente; il padre mezzo impotente. Il figlio è anarchico; il padre… cosa? Sottomesso, forse?

Cerchiamo di capirci qualcosa di più, aiutati appunto dal libro di Di Grado, che in questo senso è molto illuminante. È un libro che possiede il fascino di quelle opere che riflettono sulle questioni fondamentali di un’intera cultura. Perché sostanzialmente questo libro contiene una cristologia. E vado sempre più convincendomi che ogni libro che si rispetti, quantomeno nel nostro occidente, sia una cristologia. Prendiamo tre casi esemplari. Ciò risulta chiarissimo nei grandi romanzi di Dostoevskij. Poi, come non cogliere una cristologia, a volte implicita e tanto spesso esplicita, in moltissime opere di Nietzsche? E potremmo chiederci cosa ci sia di cristologico in Proust. V’è questo: che Marcel è un figlio e lo rimane per tutta la vita. La memoria si configura come una tortuosa redenzione, per questo figlio che in qualche modo rappresenta l’umanità tutta alle prese col problema del tempo, quasi come il Cristo, che è temporalità pura, tanto da indirizzare la storia.

Sgomberiamo il campo e giochiamo a carte scoperte: io sono ateo, in tutto e per tutto. “Una testa tutta terrena”, come direbbe lo Zarathustra di Nietzsche. Se parlo di figure e temi religiosi, li intendo metaforicamente, ossia metafisicamente. Il fatto è questo: la cristologia è il nodo della nostra cultura, il punto focale, senza il quale tutto appare fuori fuoco, non si capisce quasi nulla. Neppure il mio ateismo. Perché come è vero che il cristianesimo è la religione che più secerne ateismo (diceva Deleuze), così, allo stesso modo, è quella che più secerne anarchia. Anzi, la sola nel cui seno si è sviluppata questa cosa ambigua e dai mille volti che soliamo denominare anarchia. Perché innanzi tutto, come giustamente nota Di Grado, il cristianesimo, come l’anarchia, non è mai questione di scelta: «Ma si tratta di scegliere? Certamente no. C’è solo da stupirsi e rabbrividire, di fronte alla stupefacente varietà (già ab initio) dei cristianesimi storici e dei cristianesimi possibili» (pag. 25). Il cristianesimo, anzi i cristianesimi, fuori dalla soffocante ortodossia creata a tavolino almeno da Nicea in poi, non sono mai una scelta definitiva e univoca per tutta l’umanità. Il cristianesimo, almeno com’è nei vangeli, è la religione della libertà. Si potrebbero citare parecchi versetti molto indicativi a riguardo.

Dal punto di vista strettamente testuale e storico-sociale, dunque, il cristianesimo – quello che si richiama direttamente vangeli – tende alla libertà, ossia alla non istituzionalizzazione. Questo trova un preciso corrispettivo teologico nella concezione pur ortodossamente cattolica circa l’archè – l’origine, il principio, il fondamento, il potere – del Padre e soprattutto del Figlio.
Cerco di riassumere brevemente per non annoiare, anche se la questione è complessa. Il concilio di Nicea del 325 aveva condannato la dottrina di Ario, un “eretico” (le virgolette sono d’obbligo) del IV secolo che sosteneva che il Figlio fosse stato creato da Dio Padre e quindi a lui subordinato. La dottrina ortodossa, come recita ancora il credo che si professa durante le celebrazioni cattoliche, sostiene invece che il Figlio fu generato e non creato dal Padre, sancendo la consustanzialità e l’uguaglianza tra le tre persone della trinità. Ora, nel solco di questa polemica, l’imperatore Costanzo riunì i vescovi per un concilio a Serdica, dove sorge l’attuale Sofia, nel 343. Qui si ribadì la condanna delle dottrine di Ario e si affermò che il Figlio, come il Padre, non ha archè, non ha principio e fondamento, a motivo che «non avrebbe potuto esistere assolutamente, se avesse avuto archè, poiché il logos che esiste assolutamente non ha archè». Per concludere così che il Figlio «assolutamente, anarchicamente [anarchos] e infinitamente regna insieme col Padre». Commentando tutto questo, Giorgio Agamben chiosa: «Se non si intende questa originaria vocazione “anarchica” della cristologia, non è possibile comprendere né il successivo sviluppo storico della teologia cristiana, con la sua latente tendenza ateologica, né la storia della filosofia occidentale, con la sua cesura etica fra ontologia e prassi» (G. Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pag. 74).

Si capisce bene, adesso, come lo snodo anarchico della cultura occidentale sia tutto inscritto in questo passaggio teologico dalle conseguenze certo inimmaginabili per i vescovi del quarto secolo. V’è come un travalicare della potenza evangelica rispetto agli stretti ingegni delle gerarchie ecclesiastiche di ogni tempo. La cristallina fluidità dei vangeli sfugge sempre alle pur strette maglie della rete istituzionale e, non appena si cerca di fissarla in catechismi e dottrine, sfugge di mano, come quando si cerca di trattenere l’acqua in un pugno.

Il libro di Di Grado si muove con levità su questi argomenti, prediligendo in larga parte la critica letteraria da cui fanno capolino personaggi e autori intrisi di anarchia e pertanto, consapevolmente o meno, dichiaratamente o meno, seguaci del Cristo, o comunque figure che possiamo a ben diritto far rientrare nell’accogliente categoria cristologica. Su tutti, il mio gusto personale mi fa preferire il siciliano Giuseppe Lanza del Vasto, che se ne partì per l’India a incontrare Gandhi, e se ne tornò poi in Francia, amico di Simone Weil e apostolo della non violenza. Fu anche romanziere, autore di quel Giuda partorito prima del suo pellegrinaggio indiano, dove il traditore per eccellenza viene presentato in maniera inedita, umanissima, ambigua, tanto che Di Grado, tenendo presente il rapporto pressoché speculare tra Giuda e Gesù, così chiude il capitolo dedicato a Lanza: «Nella Conoscenza Originale, nell’unità anteriore degli opposti, forse Giuda e Gesù potevano ancora tendersi la mano. E specchiarsi, l’uno nel destino dell’altro. E chissà che non lo fecero già quando l’uno baciò l’altro, che a sua volta lo chiamò “amico”. E chissà che nelle sacre acque del Giordano o del Gange, da cui germogliarono le icone e le narrazioni che in forma d’arte o di fede li assistono, non possano specchiarsi, riconoscendosi l’uno nell’immagine dell’altro, l’uomo occidentale in preda ai suoi astratti furori, radicati nella storia e vibranti nell’anima, e il figlio d’un Oriente numinoso e metastorico, vorticante nella sublime irrequietudine del suo dio inafferrabile e multanime» (pag. 112).

Di questo libro, come di tanti bei libri, ho apprezzato particolarmente l’inizio e la fine, anzi, ciò che viene dopo la fine, ossia l’appendice, dove il rapporto tra anarchia e letteratura (l’anarchia come romanzo del titolo, appunto) viene chiarito all’insegna del paradosso, perché, vi si dice, «solo la letteratura sopporta ed egualmente ama tutte le fedi, i paradossi, le antinomie di cui l’umano sentire (e le conoscenze e le istituzioni che esso ha generato) non può venire a capo» (pag. 127). È proprio questo il paradosso più grande e inquietante che la letteratura deve sopportare, ossia l’ipotesi che il bene e il male siano una cosa sola, che Gesù e Giuda siano speculari e si sovrappongano, che l’uno senza l’altro non possano esistere.

Non è un caso – e qui torniamo al primo saggio che compone questo libro, il più denso e lungo – che il Gesù presentatoci da Di Grado sia per forza di cose lontano dall’immagine patinata ed edulcorata presentataci dal cattolicesimo o da altri cristianesimi ufficiali. Il Cristo di questo libro è letterario nella misura che abbiamo visto, ma soprattutto è letterale rispetto ai vangeli che, con una prospettiva che faccio mia, si suggerisce debbano essere presi alla lettera. Certo, non si mette in discussione la divinità diretta o indiretta che sia di Gesù, che Di Grado ci invita ad accettare anche come esorcista e taumaturgo, cosa che invece il mio ateismo rifiuta totalmente. Ma l’importante non è questo, almeno dal mio punto di vista. Ciò che mi importa è essere in completo accordo con una visione che ci presenta Gesù come la «figura più politicamente scorretta, più scandalosamente ‘inattuale’ [...]. Sceglie d’accompagnarsi ai peggiori – terroristi o collaborazionisti, indemoniati e peccatrici, pària ottusi e traditori – e irride al legalismo degli scribi di ieri e di oggi e alle norme della sua e d’ogni chiesa, della sua e d’ogni ‘società civile’. E coi demoni parla, tratta alla pari; coi potenti tace, sprezzante o disilluso» (pag. 17).

Il Cristo che così ci viene presentato è, per dirlo in una parola, un ribelle. E qui allora ripropongo di rincalzo la mia interpretazione dell’anarchia come connotazione esclusiva del Figlio. Solo un figlio, infatti, può ribellarsi. A cosa dovrebbe mai ribellarsi un padre?
Prima di trarre alcune possibili conclusioni su cui mi piacerebbe discutere e confrontarci, riporto ancora delle righe di Di Grado, che mi paiono molto indicative della condizione del Cristo e della conclusione della sua paradigmatica vicenda anarchica: Gesù fu «ribelle al Padre e al suo silenzio nell’ultima disperata invocazione. E poi? E poi Marco conclude il suo vangelo nel modo più sconcertante: con una tomba vuota» (pag. 20).

E ora le mie conclusioni inevitabilmente peregrine e anarchicamente sconclusionate:

  • l’anarchia è l’onnipotenza del figlio, l’impotenza del padre;
  • figliare è il primo atto istituzionale;
  • figliare è un atto di rinuncia all’anarchia;
  • Rousseau, ambiguo come sempre, pur di non rinunciare alla propria anarchia, mise al mondo cinque figli e non ne riconobbe nemmanco uno;
  • figliare non è fondamentale;
  • il padre vorrebbe fondare e affondare il figlio;
  • l’anarchico è un figlio senza fondamento;
  • figliare è mettere al mondo la morte;
  • un padre riempie la cappella di famiglia, un figlio lascia una tomba vuota.

L’idea del Cristo

Agli atei,
me compreso.

 

L’uomo ricerca la speranza, non la sua realizzazione.

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I sogni e le speranze sono l’infinità del desiderio, dove ogni cosa è come la immaginiamo. Che delusione un sogno realizzato: la realtà è sempre più brutta del sogno, come l’oggetto desiderato dal desiderio in sé.

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Lotterie, elezioni, cristianesimo: tre passatempi dispendiosi e inconcludenti: tre passatempi per la massa.

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Il cristianesimo va in cerca di Gesù uomo o di Gesù Dio. Nel primo caso fallisce, perché l’uomo è cosa troppo comune per suscitare interesse. Nel secondo, fallisce di nuovo, perché quel Dio è troppo distante. Le masse sono attratte dalle ricerche vane, sempre fonti di speranze, per questo il cristianesimo ha successo.

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Gesù di Nazareth non è più un uomo. Se lo fosse, sarebbe meno che niente. È un’idea: per questo le masse non possono seguirlo.

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In quanto idea, Gesù è quanto di più filosofico possa esistere.

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Gesù fattosi uomo, l’incarnazione dell’idea, è possibile solo una volta. Due idee (una che si ripete) sono meno di una, perdono d’importanza: — fine della parousia.

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In quanto idea, Gesù – come Socrate – esiste solo come scrittura.

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Non si può essere seguaci di Cristo se non si soggiace al fascino della scrittura. L’appassionata identificazione dello scritto con la propria vita – vivere secondo la scrittura – è l’unico modo di essere cristiani fino in fondo.

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Le critiche che si rivolgono al cristianesimo dovrebbero essere sempre separate dal discorso cristologico. Effettivamente, tanto spesso non si è cristiani per incapacità o per timore. Chi possiede un temperamento tanto profondo e radicale da potere seguire fino in fondo un’idea, da poter vivere secondo un’idea, non può più essere cristiano. Il cristianesimo è ridotto a una moltitudine di uomini buoni a nulla, seguaci per convenienza e convenzione, senza nemmeno sapere cos’è un’idea, senza subire il fascino del Cristo e della scrittura. Il paradosso della nostra epoca è che non si può essere seguaci di Cristo nel senso più profondo del termine: chi ne è in grado, non può; chi lo vuole non ne è capace.

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Si è sempre troppo buoni o troppo cattivi per seguire Cristo

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La questione dell’autenticità dei vangeli non deve essere posta su basi filologiche, né, meno che mai, si deve scadere nelle beghe da quattro soldi – o da trenta denari – degli studiosi che si contendono una manciata di versetti, che disquisiscono sulle fonti o sulle priorità, sull’unicità e l’integrità, su manciate di anni, attribuzioni, invenzioni, originalità. Ogni autenticità prescinde dall’autore, dal contesto, dalla filologia, perfino dalla storicità. Se pure Gesù non fosse mai esistito, questo non cambierebbe nulla all’autenticità dei vangeli. Essi sono autentici perché tracciano un’idea e ne descrivono l’incarnazione, unica e irripetibile.

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L’unica fede possibile è fede nell’idea.

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Anche il concepimento del Cristo è una parabola — socratica.

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Lo spirito che feconda Maria – una donna – è la novità più rilevante del cristianesimo.

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Calligrafia: tracciare sulla carta i contorni dell’idea.

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Farsi un’idea: — scopare la bellezza.

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L’amore non è il bene. Questa equazione (amore=bene) dal sapore fin troppo cristiano è smentita ogni istante dall’amore stesso. Come il bene, l’amore non è universale, non è applicabile a nessuna categoria che contenga altro che il singolo individuo, un solo essere umano. Il bene di chi? L’amore per cosa? Ma – si dice – il bene dell’intera umanità o dell’intero universo; e – si continua – l’amore come principio universale che abbraccia tutti e vuole il meglio per tutti. Non appena, però, si guarda la faccenda più da presso, si scopre che il bene dell’intero universo – ossia la continuazione perenne e quanto più felice possibile di ogni cosa che esiste – implica un incessante nascere e morire, trasformarsi, mutare, distruggere e distruggersi, sofferenza, violenza, dolore, indifferenza, da rendere vani o irriconoscibili i presunti atti d’amore (il piacere, la benevolenza, il prendersi cura, o in termini più umani e astratti l’armonia, la bellezza…). Se è questo l’amore, questo cosmico avvicendarsi di tragedia e commedia, di indifferenza e sentimento, allora dire amore e realtà è la stessa cosa, dire amore e morte è la stessa cosa. Ricordiamocene quando vedremo un morto di fame, un ventre squarciato, un genocidio, quando vediamo il male: non siamo noi a compierlo: — è l’amore.

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L’amore più grande si prova sempre per un’idea. L’amore più grande e inconfessabile è per Cristo. E quanto ce n’è voluto, quanto!, per rifiutarlo, per rigettarlo in faccia a quello che ci è stato detto, che ci è stato insegnato, per tradirlo per molto meno di trenta denari, per noi stessi, e ritrovarlo alfine… certo, non per diventare cristiani, non per inginocchiarsi ai piedi della croce, ma per diventare come lui, per essere l’incarnazione di un’idea, per rendere ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni nostro sguardo, tutti noi stessi autentici, perfetti come una scrittura bene orchestrata, limpida, schietta, che non soggiace a nessun ordine se non quello che si dà da se stessa, che gode di un’armonia interna che si spande fuori dalle pagine, che è insostituibile, irripetibile, degna dell’amore di chi la scruta, la indovina, la legge d’un fiato… E quell’amore impronunciabile, proibito, inappagabile non è per il prossimo, per l’amata, per Dio o il mondo: è per se stessi, per arrendersi al proprio destino, alla propria tragicomica sorte, al correre insensibilmente verso il proprio compimento, la fine, la morte. Quanto si ama chi sa ucciderci in questo modo! Quanto si ama chi ci compie, chi ci finisce e completa! Quanto dovette amare Cristo i propri carnefici… E quanto loro dovettero amarlo, per crocifiggerlo, per inchiodarlo, per ammazzarlo e scrivere col sangue sulla croce l’idea più bella che si possa immaginare: un uomo irripetibile, unico, simbolo dell’amore universale, dell’amore che pervade il cosmo e uccide, trasforma, distrugge, annienta persino la cosa più bella immaginata su questa terra: l’idea del Cristo, l’idea di un amore universale inestricabilmente avvinto alla corona di spine della morte.

Il prete e il prefetto

Sono un mangiapreti. Lo sanno tutti. Ma c’è qualcosa che va oltre queste facili categorie, qualcosa che ovviamente è al di là dell’essere contro qualcuno solo perché indossa una tonaca o porta un crocifisso al collo.

La vicenda penso sia nota a tutti (e se non lo è si guardi qui e si legga questo): Maurizio Patriciello, un prete anti-camorra che ogni giorno rischia la vita, viene umiliato pubblicamente dal prefetto De Martino. Motivo: il sacerdote, parlando di una prefetta, la designava con un semplice “signora”. C’è da piangere.

Dico sul serio.

Viene da piangere, commossi, già al vedere il viso di Maurizio Patriciello: sembra un riassunto di mortificazioni, un’icona della semplicità umiliata. Vi sono persone il cui volto è un’allegoria. In questo c’è una serenità, una pace che resiste nonostante tutto; c’è l’umiltà che non è debolezza, ma una forza che mi fa spavento, perché io non ce l’ho.

Raramente si può essere certi di un avviso fisiognomico. In questo caso, però, la fisiognomica si mostra esatta. Non so se abbia un senso parlare del volto sofferente di Cristo (lo dico da ateo, lo sapete), ma è nel viso di questo prete che trovo un tale senso. Un viso di una bontà infinita, che non è remissione o sottomissione; è coraggio, speranza. E io ci piango su quel viso, perché non ho quel coraggio, non ho quella speranza.

La vicenda del prete e del prefetto si fa parabola: un rappresentate del cosiddetto Stato mortifica un uomo giusto; gli regala un po’ di morte a buon mercato. Poi, dopo questa piccola morte, il rappresentante dello Stato più o meno torna sui propri passi. Poco ci manca che ora sfili accanto a Patriciello. Ma per quello bisogna attendere la morte reale, come s’è fatto con Falcone, Borsellino e gli altri.

Patriciello dice: «Io alle mortificazioni sono avvezzo. Spendo la mia vita di prete nella terra del “Clan dei Casalesi”. Quante umiliazioni, signor Prefetto. Quante intimidazioni. Quanti soprusi. Quante minacce da parte dei nemici dello Stato o di semplici delinquenti. Ma io dei camorristi non ho paura. Lo so, potrebbero uccidermi e forse lo faranno. Io l’ho messo in conto fin dal primo momento in cui sono stato ordinato prete».

Ogni mattina, quando mi sveglio, la prima cosa a cui cerco di pensare per imprimermela bene in mente è questa: “ricordati di essere buono”. Volevo farmi anche un piccolo bigliettino da attaccare qui, sul pc, per averlo sempre sott’occhio. A volte – spesso – me ne chiedo il motivo; nella vicenda del piccolo prete, che con le sue spalle curve e mortificate dalla voce del prefetto sembra sopportare il peso di tutte le umiliazioni, anche delle mie, in tale vicenda ho trovato un motivo — non il solo, certo, ma uno in più. E chissà, probabilmente tutto questo, queste mie faccende personali, non conteranno proprio un bel niente; ma cerco di fare nel mio piccolo ciò che fa anche lui, cerco di farlo in ciò che scrivo, in ciò che penso, in ciò che faccio ogni giorno, pur non avendo la sua stessa forza e il suo stesso coraggio.

Questo è un articolo sentimentale, me ne scuso. Ma è un sentimento viscerale che mi hanno suscitato il video e la lettera di don Maurizio Patriciello. C’è da piangere, dicevo; e ci ho pianto.

Perdonerete questo sentimentalismo. Ma io, mangiapreti, questo prete che non ho mai incontrato e che forse mai incontrerò lo vorrei stringere a me in un fraterno e caloroso abbraccio.