Archivi tag: dante

Post mortem

A Vincenzo, che non c’è più.
A Vincenzo, che c’è, sempre,
— nonostante tutto.

 

Invecchiare è sopravvivere agli amici.

***

Heidegger ha attribuito fin troppa importanza alla coscienza della propria morte che l’esserci, ciascun esserci, dovrebbe possedere. Non è la mia morte che mi fa accedere alla comprensione di qualcosa, che mi dovrebbe far capire che io sono un essere-per-la-morte. A guardar bene, io la mia morte posso solo rappresentarmela razionalmente o temerla quando mi sfiora. Quando mi coglie, sono bell’e finito, e allora sarà tutto vano, ancor più di adesso. Il momento decisivo è invece, come sempre, l’intuizione, e questa fa cogliere la morte in generale: s’intuisce più quella degli altri – che vedo e soffro, prima, durante e dopo – che la propria. Non è spaventoso che io muoia, ma – proprio all’opposto di quanto Heidegger sosteneva – che si muoia. Aveva ragione Sgalambro: è che la morte esista in generale a rendere triste, insopportabile la realtà. (In altri momenti, con più cinismo, avrei anche detto: a rendere sopportabile la realtà.) Ma – seguo ancora Sgalambro – ecco che allora tutto l’affetto, lo sguardo che delicato posiamo su un bambino, l’abbraccio a un amico, la carezza sul viso dell’amata, i candidi omaggi a qualunque forma di bellezza non sono che vani, spesso inconsapevoli e non riconosciuti tentativi di levar loro la morte di dosso.

***

Non si vuol dimenticare, non ci si vuole allontanare dal momento della morte; sembra che più vicini si sosti a quell’attimo o vi si torni da presso col pensiero, più si possa ancora far qualcosa, evitare, cambiare il corso degli eventi, riavvolgere il nastro del tempo…

***

Il ricordo è la chiave d’accesso alla necessità degli eventi; la morte ne mostra soprattutto l’irreversibilità.

***

La morte sembra più lontana, con le tasche gonfie di quattrini.

***

L’economia non è altro che un modo per dilazionare la morte di chi gode dei suoi benefici. Ma del resto, son pochi gli affari umani che non corrono in questa direzione. Non è forse vero, dunque, che tutto è economia?

***

settimo

***

Una pietruzza in più, un ostacolo, un intralcio qualsiasi e si sarebbe evitato un omicidio. Una pietruzza in meno, un chilometro orario in meno, un saluto per strada e si sarebbe evitato un incidente. E noi ancora a credere alla modificabilità degli eventi, alla libertà, a un senso in generale, divino o umano, dell’esistenza.

***

O tutto è volontà divina, o non lo è nulla. Ma già, dimentico la tentazione di credere a un dio volubile, che ora interviene ora no, in base a un suo imperscrutabile progetto, o a un suo stravagante capriccio. In fondo, con un dio così ci si può anche accordare, con suppliche, preghiere, promesse, scommesse… E il gioco della vita prosegue sempre uguale. Io non sono in genere uno che gioca d’azzardo; ma se devo scegliere tra tutto o nulla, non punto, ossia punto sul nulla. Le mezze calzette puntano qualcosina, giusto per non sbilanciarsi. Ma apprezzo decisamente di più chi per sprezzo o per disperazione si slancia in un all in. Così va il mondo, signori. Decidete su cosa e quanto puntare. Rien ne va plus.

***

Ogni sera godo del privilegio di addormentarmi cullato dai versi della Divina Commedia, che ripeto a mente. È confortante seguire le linee tripartite del passo dantesco, sempre uguali, circolari, immutabili. Tutto passa, ma l’opera fissata nella scrittura perdura, eterna. Certo, dell’eternità astratta, razionale, disincarnata e proprio per questo finita anch’essa, destinata a durare quanto l’umanità. Imparo a memoria l’aldilà, ma m’accorgo che l’aldilà è il luogo della memoria, non altro. Pei morti non v’ha futuro, solo ricordo. E questo li fissa, immutabili anch’essi come l’opera. Pur rivedendo le mille facce della loro esistenza, una volta morti è una immagine che s’ha di loro, un’unica, lucente immagine mutevole e perenne, che si ripeterà sempre diversa ma uguale tuttavia, dovessimo pensarci mille volte, dovessimo rimembrarla ogni giorno, che riempie tutta l’inquadratura del ricordo, come in un film, come in un sogno. E forse è vero che il viaggio dantesco è solo la narrazione di un sogno, ma non per questo meno vero, meno reale della veglia, proprio come non meno reale della nostra vita è la vita di chi più non vive. Potessimo aggiungere una scena sconosciuta, potessimo scorgere un’espressione nuova, una ruga in più scavata nei visi scomparsi, uno sguardo che non riconoscevamo loro, — l’immagine plasmerebbe ancora un corpo, la vita risorgerebbe, l’incantesimo del divenire sarebbe spezzato, il tempo vinto, l’irreversibilità scardinata. Questo non è. E i visi, almeno, rimarranno com’erano, non più corrugati di come li vedemmo, non più sfaccettati di quel poco che già in noi si impresse. L’immagine perdurerà intatta. E con lei l’affetto, a essa strettamente legato. Come tutte le cose importanti, e più della vita stessa, la morte è questione d’immagine. Rimpianto, rimorso, tristezza, sconforto… esigono che l’immagine si muti ancora; quando l’immagine si definirà, come in un film, come in un sogno, eterna e limitata, il morto e noi con lui potremo riposare in pace.

Operetta da mezzo soldo. Di Paradiso, consolato, Nine Inch Nails

Questo sarà un post macedonico; ma con la ‘magica’ giustificazione secondo la quale tutto si tiene, tenteremo di armonizzare arcanamente il tutto. L’armonia, si badi bene, è concetto in qualche modo stuprato dalla musica novecentesca. La musica seriale, ad esempio, si regolamenta sulla successione di tutte le note della scala cromatica (quella con i suoni alterati; per capirci, coi diesis); solo quando saranno suonate tutte le dodici note se ne potrà ripetere una. La regolamentazione sta nel fatto che per usare le parole di Erwin Stein, un allievo di Schoenberg, si ha la possibilità di stabilire di volta in volta per ogni opera un determinato principio ordinatore delle dodici note, facendo della serie così ottenuta il fondamento della costruzione. Tale serie sostituisce il fondamento tonale della musica precedente; la serie scelta per l’opera particolare costituirà la figura fondamentale dell’opera stessa.
Questa Ouverture ci introduce ai tre movimenti del post. Si comincerà dall’allegro vivace del primo movimento; seguirà l’andantino – appassionato, con fuoco del secondo; infine, occhieggiando falsamente al classicismo, ironicamente come fece Stravinskij, il brevissimo Rondeau della conclusione.
Primo movimento: allegro vivace.
Il consolato greco di Catania, pensate un po’, è stato occupato, pensate un po’, da otto membri del movimento studentesco catanese, pensate un po’, per mezzoretta. Il consolato greco di Catania! Come disse il commerciante: “Qui non ci viene mai nessuno!”.
Ora sconvolgiamoci: i ragazzetti si sono stupiti che li hanno trattati come criminali! Non dico che non si sarebbe dovuto protestare; anzi penso sia stato anche, come dire, politicamente corretto. Però non puoi pensare di occupare una pezzetto di terra straniera impunemente! Pensare che puoi fare tutto senza che qualcuno intervenga e anzi che tutti ti applaudano e ti dicano: “Ma quanto sei bravo e solidale”, beh, mi pare un atteggiamento bambinesco, anzi, dirò peggio: adolescenziale. Vuoi occupare il consolato? Benissimo. Poi però non venirti a lamentare se quei cattivano dell’interpol o della questura (specialmente se chiamati) ti portino in caserma. E’ giusto. E non venirmi a dire che non stavi facendo nulla di male, che stavi protestando pacificamente; stavi occupando un luogo che non è tuo, tanto basta. Ripeto: protesta legittima, per carità. Ma non pensare che nulla e nessuno ti possa toccare, solo perché tu hai delle manie di grandezza e ti piace giocare al piccolo rivoluzionario. C’è gente (quella gente a cui dici di ispirarti) che solo per avere aperto bocca è stata vent’anni in carcere, non piangendo come un bambinetto, anzi, un adolescente, come hai fatto tu per tre orette di fermo in questura. La rivoluzione è una cosa seria; per questo in Italia non ci sarà mai.Secondo movimento: andantino – appassionato, con fuoco.
Siamo in Paradiso. Il Berlusconi IV (pare il nome di un papa) è il Paradiso. Scusate, placo i toni, altrimenti l’andantino si muta subito. Però consentitemi di dire che forse è per questo che il Paradiso non m’hai mai fatto simpatia. Ancor prima che nascessi il Paradiso mi puzzava di berlusconismo. Starsene per l’eternità ad annusare in adorazione-odorazione il deretano del Capo, cantando ‘Gloria Gloria’ nel basso dei peli.
L’ultimo libro di Vespa è un “grande affresco che ricorda il pomea dantesco”. Sono sicuro che Berlusconi non ha letto mai la Divina Commedia, men che meno il Paradiso. E ne sono sicuro per un motivo peculiare: il Paradiso dantesco è il regno, anzi il luogo, l’allocazione della Verità. Purtroppo, geograficamente e topologiacamente parlando, Berlusconi è agli antipodi della verità. Se la Verità è nel luogo più alto, lui è in basso, anzi è basso.
Peridipiù, la verità paradisiaca non è solo astrattamente indicata nell’eternità di Dio, nella Luce e nell’Amore; Dante fa quasi l’apologo del giornalista che professa e rivendica il suo diritto a dire la verità. Il Par. XVII è il manifesto dello spiattellare in faccio la verità a chiunque. L’avo, il trisavolo Cacciaguida (incontrato nel Canto XV del Paradiso) è interrogato a proposito da Dante. Questi, infatti, dopo aver avuto profetizzato l’esilio, si prepara a ricevere il colpo e pone una questione fondamentale:

“Giù per lo mondo sanza fine amaro,
e per lo monte dal cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia saper di forte agrume;

e s’io al vero sono timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico”
(Par. XVII, vv. 112-120)

Al che Cacciaguida dà una risposta che chiunque dovrebbe stamaprsi nella mente:

“[...] Coscienza fusca
o de la proprio o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogni menzogna,
tutta tua vision fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.”
(Par. XVII, vv. 124-135)

[Avevo inserito una sorta di parafrasi per questi versi; ma riflettendoci ho ribadito la mia convinzione che la poesia vada gustata com'è; parafrasi e note li lascio ai professoroni]

Quindi il caro signor Berlusconi, anche in questo così simile agli italianetti, prima di sparare a caso ed offendere persone di cui non è degno neanche di pronunciare il nome, legga, se è capace di farlo. A dirla tutta sarei anche disposto a dargli qualche lezione privata. Non ho tariffe alte; e in ogni caso i soldi lui li ha.

Terzo movimento: rondeau.
Qui, da bravo musicista consumato (ovviamente sono ironico), riprendo il tema dell’Ouverture variandolo appena, anzi evolvendolo e compiendolo.
Per queste brevi righe conclusive, non mi resta solo che indicare autore e titolo della nuova canzone che per un po’ udirete accedendo a questo blog (che presto, spero, traslocherà nel sito). Si tratta dei Nine Inch Nails (o forse del Nine Inch Nails). La canzone è tratta dal suo secondo concept-album-capolavoro, ossia The Fragile. Il brano in questione è We’re in this together.

Due blog e un tentativo di eroismo

Prima di addentrarci nel tentativo di rimediare all’assenza che sono io me medesmo in questo periodo, è bene segnalare due blog di altrettanti colleghi.

Il primo che segnalo è di un membro del ‘circolo di Catania’ (ossia quel micromacrogruppo di colleghi sitosophici che trascorre le giornate catanesi con assurdi progetti post-pranzo); si tratta dunque della segnalazione del blog di Antonio Trovato (tra l’altro amico sin dai primi mesi universitari… Stiamo parlando della fine del 2002), esimio tanatologo e leopardista, nonché reiterato fellone e fedifrago.

L’altro è di Linda, anch’ella collega, dai modi estremamente dolci e cortesi, appassionata di musica e danza (praticava danza classica); i suoi molteplici interessi trovano riscontro e conferma nei post del suo blog, sempre diversi e ottimamente documentati.

Bene, dopo i convenienti convenevoli, dove ‘convenienti’ è da intendersi in senso antico, ossia come in qualche modo necessari, passiamo di passata su ciò che occupa la mia mente ultimamente. Ebbene, sono quasi totalmente immerso nella grecità; sto studiando storia greca ed accompagno a questo studio quello sui cosiddetti ‘presocratici’.

In particolare mi interessano i primordi del pensiero, perché a volte (anche se non sempre) ciò che è primo per tempo è primo anche per dignità e profondità. Un po’ come l’erotismo infantile.

Ad ogni modo, sono profondamente interessato all’orfismo. La lettura di Nei luoghi oscuri della saggezza di Peter Kingsley ha risvegliato in me il desiderio di sprofondare in una vita dove la filosofia riesca ad annullare i contrari ed a discendere in, appunto, quei luoghi oscuri dove, come direbbe Hegel, la filosofia abbandoni l’essere amore per il sapere per divenire infine sapere reale. È la saggezza che perseguo, la saggezza che mi fa capire che

«già una volta io fui fanciullo [koûros] e fanciulla [kóre]

e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare»

(Empedocle, D-K B 117, in G. Reale (a cura di), I presocratici, Bompiani, Milano 2006, pag. 729)

Lo scavalcamento dell’individualità spicciola, della distinzione umana da tutte le altre forme di vita, distinzione che inevitabilmente viene vista come superiorità, ebbene tale scavalcamento può prendere forma in me solo accettando la metempsicosi o la metensomatosi. Io (io che sono io-corpo, o in maniera più estesa io-mente-corpo) morirò; morte che sarà trasformazione, eterno mescersi e separarsi di natura ordinata e disordinata o al di là di questo. Ordinata o disordinata se vista da altri uomini; altrimenti sarò pura parte della Sostanza, una e molteplice, spinoziana, che è e rimane uguale pur mutando sempre.

E giunto nell’Ade canterò con Orfeo, perché lì avverrà questo:

«Troverai a sinistra del palazzo di Ade una fonte

e accanto ad essa un cipresso, bianco, diritto:

a questa fonte non accostarti troppo.

Ne troverai poi un’altra, fresca acqua che fluisce

dal lago di Mnemosine; dinnanzi, però, vi stanno le guardie.

Dovrai dire: “Di Gea sono figlia, e di Urano stellato;

io ho una stirpe celeste, e questo anche voi lo sapete;

dalla sete io sono riarsa, sto morendo; ma datemi, presto,

acqua fresca che fluisce dal lago di Mnemosine”.

Ed essi ti daranno da bere dell’acqua dalla fonte divina,

e allora con gli altri eroi tu regnerai.»

(Lamina orfica da Petelia; in Orfeo, DK B 17, in ivi, pagg. 33-35)

Perché io discendo dalla Terra (Gea) e dal Cielo (Urano) stellato; io sono da sempre in questo tutto e in questo tutto sarò per sempre e regnare con gli altri eroi mi è dato da questa consapevolezza. E ancora dirò a Persefone (la «pura regina di sotterra»):

«Vengo pura dai puri, o regina di sotterra [chtoníon],

o Eucle ed Eubuleo e tutti gli altri dèi e dèmoni,

poiché mi vanto anch’io di essere della vostra stirpe beata»

(Orfeo, DK B 19, in ivi, pag. 35).

Bene, e visto che siamo in tema di sottosuolo, mi piace citare dei versi che ricordo a memoria per averli letti al liceo sulla copertina di un quaderno di un mio compagno di classe. Non sono riuscito a recuperarli per intero neanche sul web. Dovrebbe trattarsi (ma ho bisogno di conferme) di un sonetto di Dante. Vediamo se lo ricordo per intero e con la giusta punteggiatura:

«Nel mentre ch’è trentenne, l’Eccellente

(nelle lettere regge, è legge, splende),

ben nel ventre terrestre se ne scende,

ente perenne, sede del Fetente.

 

C’è gente greve, erede del Serpente,

che fece pecche becere e tremende,

che geme e freme per veneree mende,

che perse fede e speme e se ne pente.

 

[vespe, pece, neve]… sete

… pene eterne,

e tenebre per sempre se entrerete!

 

Emerger preme nelle brezze verne

tender testè vêr belle estreme mete:

nell’etere veder le stelle esterne…».

 

Beh, niente da fare… Non riesco a ricordare buona parte dei primi due versi della prima terzina. Sarò infinitamente lieto a chiunque riesca a colmare questa lacuna.