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Riconoscere il porco in mezzo alle galline. Sulle crocifesserie.

Il detto siculo è: «Nun canusci mancu u puorcu ‘nmienzu ‘i addini», ossia: «Non sei capace neanche di riconoscere un maiale in mezzo alle galline». Chi non è capace di riconoscere un maiale in mezzo alle galline è peggio di un ignorante; perché oltre ad essere ignorante è anche stupido. Forse è egli stesso un porco, non zoologicamente, poiché il porco non è mica stupido, ma in senso spregiativo: è un porco che in mezzo alle galline non si sa riconoscere. È un porco che si crede un pollo.
Credo che non avrò mai un posto nella vita (ossia un posto di lavoro) perché l’unica cosa che so fare è rompere i coglioni; e pure questo lo faccio talmente male che rompo i coglioni soprattutto a me stesso. Per non seviziare ancora in solitudine i miei beneamati testicoli, vedrò di massacrare anche quelli di qualche sventurato lettore.
Non riconoscere il maiale in mezzo alle galline: non riuscire a fare nessun tipo di distinzione, neanche semplice. Insomma, come non riuscire a distinguere l’essere cristiani dall’avere un crocifisso appeso a un muro. La battuta blasfema equiparerebbe il crocifisso al primo elemento del detto e i cristiani ai polli.
Chi mi sa dire in quale parte dei vangeli sta scritto che i cristiani si riconosceranno dal crocifisso appeso da qualche parte? O dal crocifisso esposto in qualsiasi posto vogliate? Dove? Forse direte che il Cristo in croce c’è morto e non ha avuto il tempo di dire: «Vi riconoscerete dalla croce (o dal crocifisso)»?
Dobbiamo riferirci al non detto? Non sarebbe meglio riferirci a ciò che, a quanto pare, è stato detto? Sta scritto: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35).
E poi, insomma, è come se un socratico andasse in giro ad appendere ogni dove la cicuta (che se non altro è più bella a vedersi).
Il buon Soren Kierkegaard sapeva che la negazione del cristianesimo consiste proprio nel non comportarsi da cristiani; Cristo, argomenta, non ha istituito predicatori, ma seguaci; non gente che deve andare blaterando a destra e a manca; ma persone che dovrebbero mirare ad essere integerrimi cristiani. Ma ovviamente il piano ormai è sfalsato. I cristiani sono tutte quelle deliziose personcine che non hanno mai letto il vangelo, che a dirla schiettamente non gliene importa nulla del vangelo e del suo messaggio, per quanto distorto possa essere. Un’altra categoria di cui avremmo bisogno è quella dei ‘gesuani’. Gesù ha impiegato tre anni a predicare o sarebbe meglio dire operare e tre (due? uno?) giorni a soffrire e morire. Ci sarà un motivo, no? Detto in maniera chiara: chi se ne fotte delle sofferenze di Gesù? Tanti hanno sofferto come lui; moltissimi anche di più. Non può essere questo il parametro per giudicare. Socrate, ad esempio, non ha sofferto così tanto, anzi quasi per nulla.
Voi, cristianucoli, porci in mezzo alle galline, vi riconosco! Avete mai impiegato un giorno ad operare? Avete mai sofferto un decimo della crocifissione nella quale avete tutto questo desiderio di riconoscervi? Voi che non siete perseguitati ma persecutori, che non siete elemosinanti ma coloro che non concedono elemosina, che non vi amate, non amate né voi stessi né i vostri simili, che chiedete una carità di cui non avete bisogno e tra fede, speranza e carità avete fede in qualcosa che non sapete e che non vi interessa, speranza in nulla se non nel pane quotidiano e raffermo; ma più di tutte la carità, aveste un briciolo di carità, raggranellato in un momento in cui state a casa con la televisione spenta, cioè mai; voi, cos’avete da spartire col crocifisso?
Questo per quanto riguarda la parte religiosa.

Per quanto concerne la parte politica, oibò, qui davvero è difficile riconoscere il porco in mezzo alle galline. Nel senso che tutti sembrano porci e polli e alternativamente si cambiano di ruolo.
Il punto di partenza è uno solo: la carta costituzionale, quelle regolette di fondo che dovrebbero permetterci di dirimere le questioni ultime (o prime) sulle quali sorge qualche dubbio e che potrebbero ostacolare la convivenza di porci e galline. Se l’Italia fosse uno stato cristiano cattolico in maniera sancita dalla costituzione, bene, mi batterei per far cambiare la costituzione, ma non potrei obbligare nessuno a rimuovere quello che i cristiani cattolici ritengono il loro simbolo (mi spieghino cosa significa simbolo). (Ma si deve proprio spiegare tutto, eh?)
Poiché, per mia fortuna, l’Italia non è uno stato cristiano cattolico, né musulmano, né pastafariano, né quel che volete in senso religioso parlando (a dirla tutta, in senso lato, l’Italia è solo uno stato minchione, anche se non c’è scritto da nessuna parte), ma è uno stato laico e dovrebbe garantire che l’istruzione sia laica, le leggi siano laiche e porca troia si spera che tutto tenda al laicismo, allora se anche una persona, una sola su circa sessanta milioni si sente parte lesa in questo senso (a meno che questa sua rivendicazione non cozzi con qualche altra legge), ossia crede che il suo diritto costituzionale di non essere religiosamente influenzata dalla stato sia leso, ebbene, mi pare chiarissimo che si deve garantire l’integrità di questo suo diritto. Chiaro? Non ci sono tradizioni che tengano.
E poi, amici cari cristianucoli, voi venite a parlarmi di tradizioni? Voi che avete abbattuto senza pietà alberi sacri ai culti pagani? Voi che avete distrutto intere civiltà perché quei culti erano sacrileghi? Voi che in Africa smantellate culture con la scusa di portare l’amore di Cristo? Voi ve ne fottete delle tradizioni che non vi riguardano. Qui, però, nessuno sta mettendo in discussione le vostre tradizioni; mi pare che i luoghi dove diffonderle li abbiate tutti. Vi fanno fare persino le messe in diretta televisiva.
L’invito è a non essere né porci, né galline, ma qualcuno che è in grado di riconoscerli. Non è un crocifisso a rendere ‘gesuiste’ le altre persone. Il cristianesimo, come qualsiasi altra religione, non deve essere né imposto né spacciato sottobanco (o sopra i banchi); ma capisco che questo non vi importa. Vi piace sentirvi dalla parte dei buoni e belli. Mi piacerebbe che i vostri figli non crescessero come voi; ma a voi non piacerebbe. Vi interessa la cresima solo per l’orologio nuovo; vi secca ‘cummattiri cche ‘parrina (dar conto ai preti); però il crocifisso in classe non si tocca. Il burqa oltraggia le donne e non va bene; il crocifisso in classe dà fastidio a chi non è cristiano; ma di questo non ve ne frega.
Il motivo è lo stesso per cui il Vaticano si mobilita contro il referendum sulle staminali, con comizi, volantini e militanza, ed invece s’ode a mala pena una voce non troppo esplicita e neanche forte sulle leggi (razziali) contro gli immigrati. Farisei. Avreste crocifisso nuovamente Gesù. E poi lo avreste adorato. E poi in nome delle sue sofferenze avreste perseguitato altri e obbligato a guardare il frutto della vostra crocifissione appeso a un muro.
In una parola: mi fate schifo, voi e le vostre crocifesserie. E spero di avervi rotto abbastanza i coglioni.

P.s. Mi sono deciso a scrivere questo post dover aver letto quello di Tommy David, che pertanto ringrazio.

L’onesto rifiuto

Il violinista verde (Chagall)L’onesto rifiuto è il titolo non solo di questo post, ma anche e soprattutto di una poesia di Guido Gozzano, poesia che ho riportato tempo addietro.
Questo post che state leggendo tratta di un poeta; però, come direbbe Schopenhauer, «il poeta coglie l’idea, l’essenza dell’umanità, fuori di ogni relazione, fuori di ogni tempo, l’adeguata oggettità della cosa in sé nel suo grado più alto»1. Così ciò che è vero per un poeta è parimente vero per tutti gli altri poeti; nondimeno è vero per tutti gli uomini. Dunque, limitandomi a me stesso in quanto uomo e (forse) poeta, è un onesto rifiuto quello che vi offro. Lo porgo gentilmente a tutti; lo rivolgo a chiunque entri in relazione o rapporto con me. Io vi rifiuto. Non perché non vi stimi, non mi piacciate o quant’altro; bensì per incapacità. In me troverete solo questa, ed io vi metto in guardia.
Questo post, dicevo, tratta di un poeta. Come il suonatore Jones cantato da Fabrizio De André, vi sono persone marchiate, etichettate per tutta la vita (ed anche oltre essa), cosicché «se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita». Il poeta in questione fu narratore onirico, critico, saggista e, ecco il marchio, traduttore. Già, perché Angelo Maria Ripellino, ci fosse bisogno di ricordarlo, fu un grande (forse il più grande) slavista. In un post precedente v’è pure qualche sua traduzione di poesie di Majakovskij.
Eppure Ripellino fu un eccellente poeta e sentì tutto il peso di quell’etichetta. Ora, nessuno vuol negare il suo lavoro di traduttore, che fu l’opera di un’intera esistenza; e neppure si vuol disgiungere la critica e la saggistica dalla poesia, contiguità sancita, tra l’altro da Ripellino stesso; ma la dimensione che egli avvertiva come più personale ed intima, come più essenziale, è proprio la poesia, tanto da pesargli l’essere additato sempre e comunque solo come slavista, fino a giungere ad affermare, contro quelli che gli gridano in faccia quella parola, “slavista”:

«Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta
farò un altro mestiere»2.

In questa sede, coerentemente col titolo e l’argomento del post, mi occuperò solo di un aspetto della poesia di Ripellino, aspetto che, tra l’altra, mi pare sia il più riuscito dell’intera produzione. Segnatamente, mi riferisco ai versi più spiccatamente lirici, dove il poeta è messo in primo piano di contro al prevalere delle descrizioni e dei formalismi delle metafore ardite e dei giochi di parola frenetici su cui spesso egli ama indugiare. Le poesie, dunque, che prediligo a volte paiono addirittura porsi su un piano metapoetico; in realtà le domande circa l’essenza della poesia, il suo inserirsi nel contesto sociale e mondano, fanno tuttuno con l’essere del poeta: se la poesia ha senso, Ripellino ha senso; se quella non lo ha, non lo avrà neanche Ripellino. Sveliamo in anticipo (perché prima o dopo, dati questi termini, sono mere apparenze) che il senso non si dà; la raccolta Lo splendido violino verde si chiude con i seguenti versi:

«Quanta enfasi, quanta arroganza cetrulla.
O vita, o Hanna Schygulla3,
sciantosa di varietà, sulla riva
del Nulla.4»

In questo agitarsi invano nel Nulla che ci circonda, il poeta è solo un essere smarrito:

«Io sono un labile, lamentoso carnevale
con il midollo conigliesco dell’autunno.
Gli amici potrebbero testimoniare la mia inesistenza,
il mio umido stato di maschera, a stento
tenuta in piedi da apotecarie ricette.
[...]

Finita la festa non tornerò. Me ne vado nella caligine,
con lunghe bende di Lazzaro, stelle filanti.5»

Gli innumerevoli personaggi che affollano i versi di Ripellino fanno parte di un repertorio onirico ed al contempo reale: sono clown, pagliacci, suonatori sghembi, violinisti, astrologi, venditori, imbonitori, ma anche borghesucci e benpensanti. Il poeta stesso diviene un violinista, il suo canto poesia; ma permane il dubbio:

«Credi ancora che qualcuno ci ascolti,
ammaliato dal tuo scintillio di metallo, dai tuoi occhi verdastri?»6.

Il poeta è solo un ‘commerciante di chiacchiere’, dalla sensibilità acuita ma inutile:

«Mi tagliano il cuore gli archetti,
e tra i cocci e i brandelli di questo deserto
chi può rendermi certo
che sono vivo
e che ha un senso quello che scrivo
nel lugubre argento del lume?7»

La conoscenza stessa, concretizzata in versi, è vissuta come priva di senso, che andrà a mescolarsi nel calderone oscuro della morte:

«A che ti serve sapere più di un garzone fornaio,
in questa effimera carnevalata,
tu casciolella di angosce, tu pellegrino,
costretto a sorbire la vita con un misurino di lacrime,
fascina di fragili legna con indorate ritorte,
navigatore burlato?
La conoscenza è un vespaio, un ginepraio:
a che ti serve? Sarai pure tu spennacchiato
dal cardo violaceo che chiamano morte8».

Eppure quello del poeta è un destino strano; già Kierkegaard nel primo frammento dei Diapsalmata ci dice che un poeta è un uomo le cui labbra sono configurate in tal modo che le sue sofferenze sono dagli altri intese come un dolce canto; e così anche per Ripellino:

«Una creatura terrestre tu sei, destinata a soffrire.
Non altro ti tocca
che cambiare la maschera continuamente,
fingere che ogni vampata sia miele
nella tua bocca9»

Eppure in mezzo a tanto sconfinato dolore, a tanta cupa tristezza che si tinge di tutta la scala cromatica, ma che anche quando pare splendere di colori sgargianti è sempre offuscata da una patina di sofferenza, ebbene, anche in mezzo a tutto questo rifulgono note di gioia, tanto isolate da accresce la pervasiva e solida sensazione di sconforto:

«L’amabile arte di farsi dei nemici,
pascendosi di fumo di poesia,
scherzando con tutto e con tutti come farfalle,
abbagliati dal quarzo del cielo inebriante,
e in barba ai cerei cipigli, alle baie dei cerusici,
ai loro divieti e precetti e al canchero che se li mangi,
svolazzare senza ragione, ubriacarsi di giallo,
ciarlare come le gazze, ridere stupidamente.10»

L’onesto rifiuto, dunque, di me stesso; rifiutatemi o, in ogni caso, prima o poi, vi rifiuterò. Inadatto alla vita, a questa vita, cioè a tutte le forme di vita, concordo con Ripellino nel dire che «il poeta, anche se ne riflette diagonalmente l’aspetto e l’indole, è sempre in dissidio con la società e coi giorni in cui vive»11. Questo dissidio è una mera incapacità alla sordidezza ed all’inedia dei giorni; e siccome non tutti i giorni, e nei giorni non tutte le ore, possono essere poetici, il poeta è insopportabile. Io vi rifiuto! Dunque vi esorto: per non farvi rifiutare, rifiutatemi voi!
Anche se (e con questo chiudo)

«dicono che la vita sia breve
e che il poeta sia un impostore,
ma è bello che mille occhi di donne
come semi di mele scintillino
dai margini verdi della città del tuo cuore»12.


P.s. Sono un convinto sostenitore della grandezza poetica di Ripellino. In brevi parole, dico solo che la qualità delle sue poesia è molto varia; si va da versi poco più che decenti, appesantiti a dismisura da elenchi e stilemi aspri, nonché da giochi di parola non sempre profondi, fino a veri e propri capolavori, e sono tanti. Riporto per intero, cogliendo l’occasione di questo post, quella che reputo una delle sue poesie più riuscite. Soprattutto l’incipit ed i tre versi conclusivi sono da somme poeta e linguista consumato. Quando lessi i primi due versi, in una sera sonnacchiosa di fine ottobre, sobbalzai dal letto, come quando tra la folla di un paese sconosciuto ci si sente chiamare per nome:

«La furia della neve ti manca,
tu nera, tu calma.
L’impeto di uno Schlager ti manca,
tu già statuina, già madia, già d’angolo.
Lascia che giri pazzo l’orologio al contrario,
arrossati le guance come tegole, Frau Schminke,
imbroglia i piedini in un lungo cappotto-sudario:
verrò alle cinque.
Agita le manine di pupattola,
da Bambino di Praga,
non essere malva, ma salvami dagli abissi,
tu, benché muta madia, mutevole maga.
Saliremo sui freddi cristalli di un verde poliedro stasera,
per stare in cima dolcissimi, saporitissimi,
come due santi di cera»13.

1A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Vol I, BUR, Milano 2003, pag. 470.
2A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, Einaudi, Torino 2007, pag. 16.
3Hanna Schygulla è un’attrice tedesca caratterizzata dalla recitazione lenta, straniata e dallo sguardo perso nel vuoto.
4A. M. Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, cit., pag. 292.
5Ivi, pag. 67.
6Ivi, pag. 15.
7Ivi, pag. 258.
8Ivi, pag. 178.
9Ivi, pag. 149.
10Ivi, pag. 81.
11Ivi, pag. 295.
12Ivi, pag. 239.
13Ivi, pag. 115.

Villon e la morte

villon

Anche in considerazione della sua opera, la risposta più schietta e sincera al quesito: «chi era François Villon?» non può che suonare pressoché così: «Non ce ne può importare di meno!».
O, se preferite, in una maniera più elegante, potremmo rispondere come fece Lord Brummel (l’unico, inimitabile Dandy) a Lady Hester:

«Gorge Brummel stesso, chi l’avrebbe sentito nominare se non fosse quello che è? Ma sapete, cara Lady Hester: quella che mi regge è la mia pazzia. Se non avessi la faccia tosta di squadrare una duchessa fino a farle perdere le staffe e di salutare un principe dall’alto in basso, tempo una settimana nessuno più penserebbe a me: e se il mondo è così sciocco da ammirare le mie scemenze, può darsi che voi ed io la sappiamo più lunga, ma questo cosa importa?» (K. Campbell, Lord Brummel, Longanesi & C., Milano 1986, pag. 110).

Mettendo da parte questo spiraglio che tradisce la mia originaria formazione estetizzante (eh sì, lo ammetto: sbavavo per Il piacere e per Controcorrente), dunque, c’è di fatto che François Villon non esiste, più ancora di ogni altro poeta, senza la sua opera. Anzi, alla domanda iniziale potremmo ora così rispondere: Villon è la sua opera. Ma il mondo è così sciocco da ammirare le sue scemenze? In fondo quello di Villon è solo un gioco, il più tremendo dei giochi, in quanto in esso non si può che perdere: il gioco con la morte!

Di Villon non ci resta altro che quello che la morte ci ha lasciato: non è fantastico? Sembra una banalità, ma Villon, oltre qualche isolata e stupenda ballata, ci ha regalato un Lascito e, soprattutto, un Testamento[1]. Di lui non sappiamo niente, non abbiamo nient’altro che quello che a causa della morte (finzione poetica o meno) di lui c’è rimasto. Di un poeta rimangono le opere: egli come opera scrive un testamento tutto da ridere, di quel ghigno che piace tanto al mio caro Giangi.

E ancora per fare contento Giangi e per far esaltare Davide, dirò che tutto l’opera di Villon è da intendersi sotto il segno di Saturno: perciò, citando i Tool, potremmo dire: «Saturn ascends». Già, perché, come fa notare Mariantonia Liboria, «i nati sotto il segno di Saturno sono di temperamento malinconico. I figli di Saturno hanno destini fuori dal comune ma non certo felici: sono votati alla povertà, alla mendicità, all’esilio, ai ceppi e alla prigione» (F. Villon, Lascito testamento e poesie diverse, Bur, Milano 2000, pag. 550).

Ad ogni modo, volevo solo riportare alcuni versi, bellissimi, terribili, atroci eppure compresi nel gioco che è il magnifico Testamento:

XXXIX

Je cognois que pouvers et riches,
Sages et folz, prestres et laiz,
Nobles, villains, larges et chiches,
Petiz et grans, et beaulx et laitz,
Dames a rebrassés colletz,
De quelconque condicïon,
Portans atours et bourreletz,
Mort saisit sans excepcïon.

XL
Et meure Paris ou Elayne,
Quicunques meurt meurt a douleur
Telle qu’il pert vent et alaine,
Son fiel se crisve sur son cueur,
Puis sue Dieu scet quel sueur…
Et n’est qui de ses maulx l’alege,
Car enffant n’a, frere ne seur,
Qui lors voulsist estre son pleige.

XLI
La mort le fait fremir, pallir,
Le nez courber, les vaine tendre,
Le col enffler, la chair moslir,
Joinctes et nerfz croistre et estrendre…
Corps femenin, qui tant est tendre,
Poly, souëf, si precïeulx,
Te fauldra il ces maulx attendre?
Oy, ou tout vif aller es cieulx.
(F. Villon, Lascito testamento e poesie diverse, cit., pag. 160)

Ecco la traduzione, che rispetto a quella della Liborio, modifico a mio piacimento e rendo più secca:

XXXIX
So che poveri e ricchi,
saggi e folli, preti e laici,
nobili, villani, magnanimi e avari,
piccoli e grandi, e belli e laidi,
dame dai colli impellicciati,
di qualunque condizione,
portano in giro le acconciature,
la morte li prende senza eccezione.

XL

E muore Paride o Elena,
chiunque muore, muore con dolore
tanto che perde lo spirito ed il respiro,
il suo fiele si squarcia sul suo cuore,
poi suda Dio sa quale sudore…
E non c’è chi dai sui mali l’allevi,
ché figlio non c’è, fratello né sorella,
che allora vorrebbero essere al suo posto.

XLI

La morte lo fa tremare, impallidire,
il naso aguzzo, le vene tese,
il collo gonfio, le carni molli,
giunture e nervi crocchiano e si tendono…
O corpo femminile, che tanto sei tenero,
liscio, soffice, così prezioso,
dovrai questo male subire?
Già! O ancora vivo andare in cielo.

(Mi permetto di aggiungere che la notazione dell’ultimo verso è ironica: sola la Madonna, vergine, è andata viva in cielo; il mondo del Testamento è, invece, popolato di puttane).

Be’… Mi pare che non si possa aggiungere altro. O forse solo un po’ di versi di uno che Villon lo cita spesso, ossia Fabrizio De Andrè. Bene, allora chiudiamo con lui:

«Uomini, poiché all’ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia,
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce».



[1] Forse qualcuno noterà una certa somiglianza tra la mia Ballata del teatrino dell’orrore e le opere di Villon. Beh, diciamo che l’idea della Ballata m’è venuta prima che conoscessi Villon; ma nel corso della scrittura mi ci sono imbattuto ed alcune cose si sono precisate.