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Arrigo Boito, ovvero Dualismo!

Arrigo Boito fu una singolare figura di poeta appartenuto alla scapigliatura, almeno in gioventù, e che deve la sua fama soprattutto ad un melodramma da lui interamente composto e che si chiama Mefistofele.

A dire la verità, io lo renderei famoso più perché fu amante di Eleonora Duse (attrice straordinaria che, come saprete, fu poi amata da D’Annunzio che da questa relazione trasse spunto per il romanzo Il fuoco); ed alla Duse dedicò due versi palindromi che una volta (non ricordo né dove né quando) lessi. Ricordo solo che il secondo così recita:

«E madonna annoda a me».

Si parlava di un anello che il poeta aveva donato all’amata. Annodandola a sé, con la circolarità di un anello, scelse bene di annodarla in ogni senso: da sinistra a destra e da destra a sinistra. (Ricordo più a me stesso che a voi che i palindromi si possono leggere anche al contrario).

Orbene, v’è una sua poesia che amo particolarmente. Sarete sorpresi, soprattutto il circolo di Catania che mi conosce bene, che questa poesia che mi sento tanto intima si intitoli nientemeno che Dualismo.

Orbene, dico ancora una volta che io sono contrario ad ogni tipo di dualismo[1] o frammentazione. Tuttavia, per questi versi il caso è diverso. Sembra che l’essere umano sia uno e che il dualismo di cui si parla non sia altro che la maniera d’essere costituiva dell’uomo. Una sorta di monismo non neutrale (e qui faccio l’occhiolino a Davide!), ma sentimentalmente ed eticamente marcato. (Uffa! Sì, va bene, non mi riconosco manco in questa posizione, ma che ci possiamo fare? Sta poesia mi piaceeee!!!). Spero piaccia pure a voi!

Comunque, facciamo parlare il ventunenne Boito (giacché nato nel 1842, la scrisse nel 1863).

 

DUALISMO

 

Son luce ed ombra; angelica

farfalla o verme immondo,

sono un caduto cherubo

dannato a errar sul mondo,

o un demone che sale,

affaticando l’ale,

verso un lontan ciel.

 

Ecco perché nell’intime

cogitazioni io sento

la bestemmia dell’angelo

che irride al suo tormento,

o l’umile orazione

dell’esule dimone

che riede[2] a Dio, fedel.

 

Ecco perché m’affascina

l’ebbrezza di due canti,

ecco perché mi lacera

l’angoscia di due pianti,

ecco perché il sorriso

che mi contorce il viso

o che m’allarga il cuor[3].

 

Ecco perché la torbida

ridda[4] de’ miei pensieri

or mansueti e rosei,

or violenti e neri;

ecco perché, con tetro

tedio, avvicendo il metro

de’ carmi animator[5].

 

O creature fragili

dal genio onnipossente

forse noi siam l’homunculus

d’un chimico demente[6],

forse di fango e foco

per ozioso gioco

un buio Iddio ci fe’.

 

E ci scagliò sull’umida

gleba[7] che c’incatena,

poi dal suo ciel guatandoci[8]

rise alla pazza scena,

e un dì a distrar la noia

della sua lunga gioia

 ci schiaccerà col pie’.

 

E noi viviam, famelici

di fede o d’altri inganni,

rigirando il rosario

monotono degli anni,

dove ogni gemma brilla

di pianto, acerba stilla

fatta d’acerbo duol[9].

 

Talor, se sono il demone

redento che s’india,

sento nell’alma effondersi

una speranza pia

e sul mio buio viso

del gaio paradiso

mi fulgureggia il sol.

 

L’illusion – libellula

che bacia i fiorellini

- L’illusion – scoiattolo

che danza in cima ai pini

- L’illusion – fanciulla

che trama e si trastulla

colle fibre del cor,

 

viene ancora a sorridermi

nei dì più mesti e soli

e mi sospinge l’anima

ai canti, ai carmi, ai voli;

e a turbinar m’attira

nella profonda spira

dell’estro ideator[10].

 

E sogno un’Arte eterea

che forse in cielo ha norma,

franca dai rudi vincoli

del metro e della forma

piena dell’Ideale

che mi fa batter l’ale

e che seguir non so.

 

Ma poi, se avvien che l’angelo

fiaccato si ridesti,

i santi sogni fuggono

impauriti e mesti;

allor, davanti al raggio

del mutato miraggio,

quasi rapito, sto.

 

E sogno allor la magica

Circe col suo corteo

d’alci e di pardi, attoniti

nel loro incanto reo.

E il cielo, altezza impervia,

derido e di protervia

mi pasco e di velen.

 

E sogno un’Arte reproba

che smaga[11] il mio pensiero

dietro le basse immagini

d’un ver che mente al Vero[12]

e in aspro carme immerso

sulle mie labbra il verso

bestemmiando vien.

 

Questa è la vita! L’ebete

vita che c’innamora,

lenta che pare un secolo,

breve che pare un’ora;

un agitarsi alterno

fra paradiso e inferno

che non s’accheta più.

 

Come istrion, su cupida

plebe di rischio ingorda,

fa pompa d’equilibrio

sovra una tesa corda,

tale è l’uman librato

fra un sogno di peccato

e un sogno di virtù.

 

P.s. Facilmente su internet ho trovato il primo verso del distico palindromico. Completo suona così:

 

È fedel non lede fe’

e Madonna annoda a me.

 

 


 

[1] Per i non addetti ai lavori, dico che filosoficamente per dualismo normalmente si intende la separazione di mente (o anima, dipende dai punti di vista) e corpo dal punto di vista della sostanza; ossia mente (o anima) e corpo sarebbe due sostanze diverse, irriducibili e reali.

[2] Il demone esule che affatica le ali per ritornare a dio; riede: ritorna.

[3] Essendo intimamente sdoppiato, tutto diventa duplice: il canto, il pianto, il sorriso.

[4] Torbida ridda: grande quantità vorticosa, confusa ed opaca.

[5] Avvicendo il metro dei carmi animator: alterno le rime con la metrica che anima i versi.

[6] Homunculus d’un chimico demente: riferimento al Faust di Goethe; l’homunculus è un uomo artificiale; ma se in Goethe si dice che solo un pensatore farà un uomo pensante, qui il chimico è detto demente.

[7] Gleba: terra in senso cosmico e naturale, perciò fangoso.

[8] Guatandoci: scrutandoci, osservandoci, guardandoci.

[9] Ogni gemma brilla di pianto, acerba stilla fatta d‘acerbo duol: ogni gemma del rosario, ossia ogni anno, brilla di pianto, di una lacrima (stilla) acerba, aspra, perché frutto di aspro dolore.

[10] L’illusion […] a turbinar m’attira nella profonda spira dell’estro ideator: l’illusione mi attira a turbinare nelle spire profonde dell’estro ideatore, ossia nella creazione frutto d’ispirazione poetica.

[11] Smaga: fa smarrire.

[12] Il vero che mente al Vero è la terrestrità contrapposta al celeste, ossia la materia contrapposta all’ideale. L’arte reproba fa smarrire l’ideale artistico a favore di un’arte non vera.