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L’antieroe. I martirii possibili.

Non ho mai avuto la tempra dell’eroe; ossia non ne ho mai avuto il coraggio. Dell’eroe possiedo solo l’insoddisfazione verso questa realtà; ma poiché la realtà è una ed il tempo opera così poco su di essa, dire ‘verso questa realtà’ e ‘verso ogni realtà’ è pressoché la stessa cosa. Insomma, sono un pappamolla insoddisfatto, incapace di battersi fino alla morte per qualcosa, adducendo la codarda (spacciata per cinica) motivazione: “tanto non ne vale la pena”.
Qualche giorno fa mi sono posto il seguente quesito: se la deriva bonariamente autoritaria in cui sta scivolando questa Italietta di pantofolai e vestagliati dovesse definitivamente risolversi in una dittatura violenta e se, una volta avvenuto ciò, chi non si allineerà al regime sarà perseguito, perseguitato e, a meno che non si riallinei, torturato e finanche ucciso, ebbene, io, in tal caso, che farei?
Giro questa domanda a tutti i lettori, invitando chi ha un blog a rispondere su quello, chi non ce l’ha o non vorrà a lasciare un commento. Ovviamente le risposte dovranno essere motivate. Consideriamo questo piccolo Gedanken experiment come un “censimento dei martirii possibili”. Vi espongo ora la mia risposta e le mie motivazioni.
Probabilmente la scelte drastiche che si compiono quando gli eventi sono già al culmine sono diverse, non rispondono più alla logica a cui ciascuno è abituato (cioè: non rispondono al proprio pensiero abituale); probabilmente, in un caso del genere, potrei anche scoprirmi impavido eroe; tuttavia la mia risposta di adesso è questa: non vorrei essere un martire, cioè cercherei di fuggire e se non ci dovessi riuscire abiurerei. Ad una sola condizione, però: se abiuro, voglio che mi lascino libero; se abiurassi e mi tenessero lo stesso prigioniero, allora abiurerei l’abiurare.
Perché, mi chiedo, dovrei farmi ammazzare? Per cosa? Per chi? Per la mia coerenza? Me ne fotto della coerenza: una volta libero fuggirei, che so, all’estero, e da lì continuerei a dire e pensare le cose che realmente dico e penso. Dovrei farlo per gli italianetti? Fanculo agli italianetti; colpa loro se siamo qua. Dovrei farmi ammazzare per quelli che mi hanno condotto a quel punto? Dovrei regalare loro un martire? A cosa è mai servito un martire? Solo a commettere altri scempi nel suo nome. Ernesto Guevara, per dirne uno, è servito più da vivo che da morto. Dovrei fare l’eroe per quella parte di Italia che è contraria a questo stato di cose? Che parli da sé, quella parte; che faccia lei l’eroe se ne è capace. Per il futuro? Per i figli? Il futuro non mi importa; figli non ne voglio e non ne avrò (si spera).
Insomma, detto chiaro: non sarei disposto a morire per un’Italia migliore.
Paura di morire? Certo, come ce l’hanno tutti; ma non si tratta di questo. La questione è annosa: meglio Thomas Mann che dall’America inveisce contro il nazismo, oppure Ernst Jünger che senza alzare la voce (attentato a parte) e con la divisa cerca di aiutare i poverazzi? Oppure meglio i ragazzetti de La rosa bianca? Io farei come Jünger; se mi fosse impossibile, fuggirei come Mann. La rosa è bella, certo; ma io sono un caprone brutto e scuro; a questo non vorrei aggiungere la beffa dell’inutilità.

Woyckizotte

La strano titolo di questo post non è altro che un intreccio quanto mai cacofonico tra Woyzeck e Don Chisciotte. L’oggetto di questo post è, dunque, ciò che accomuna i protagonisti delle omonime opere. Entrambi sono degli allucinati, uno della vista, l’altro dell’udito. Non è un caso, giacché con l’ottocentesco Woyzeck la ricollocazione del senso teoretico dalla vista all’udito è ormai compiuta. Eppure Woyzeck potrebbe essere una sorta di Chisciotte della contemporaneità. Il segno terribile che li accomuna e li rende così atrocemente simili è la persecuzione che ha la sua scaturigine dall’inganno dei sensi e degli altri. Don Chisciotte prova a difendersi in più occasioni, anzi a volte risulta pericoloso, in quanto a seconda di cosa gli parrà di vedere non lesinerà colpi a nessuno; Woyzeck è per lo più inoffensivo, succube, indifeso. Le loro donne sono donne dappoco; Dulcinea è spesso letteralmente sputtanata; Marie è in fondo una poveraccia, ha bisogno di soldi, sogna davanti al primo tamburmaggiore che le capita a tiro; è una maddalena, patetica e grassoccia, da brava donna del popolo.
Don Chisciotte, qualunque cosa se ne dica, e nonostante le interpretazioni romanticheggianti, è un povero disgraziato che non comprende come vadano le cose in questo mondo; pure i suoi sogni non hanno alcun collegamento con la realtà né presente né passata (del resto, altrimenti, che sogni sarebbero?). Woyzeck subirà le conseguenze sulla sua pelle e colpirà l’unico essere più debole di lui, ossia Marie; non è un eroe e neanche un anti-eroe, come lo è Chisciana. Woyzeck ha chiara solo una cosa (ed è l’unica citazione che farò da entrambe le opere); ha chiara l’equazione tra denaro e moralità:

«Siamo dei poveracci. Vede, signor capitano, è questione di soldi, soldi. Chi non ha soldi come fa a mettere al mondo un suo simile con la moralità. – Siamo fatti di carne e sangue anche noi. Noi siamo però comunque infelici, in questo mondo come in quell’altro. Se andiamo in paradiso mi sa che dobbiamo aiutarli a fabbricare i tuoni.
[...] Sì, signor capitano, la virtù! Non è che ci capisca tanto. Vede, noi poveracci la virtù non ce l’abbiamo, noi seguiamo solo la natura; però se fossi un signore distinto, se avessi un cappello, un orologio, una redingotte, se sapessi parlar fino, allora sì mi piacerebbe avere la virtù. La virtù dev’essere una gran bella cosa, signor capitano. Ma io sono un povero diavolo» (G. Büchner, Woyzeck, Garzanti, Milano 2007, pagg. 27-29).

Don Chiosciotte e Woyzeck sono perseguitati da tutti, perfino da chi li dovrebbe aiutare; vi sono tante occasioni in cui l’<hidalgo muove ad una finta compassione i nobili ed i vecchi conoscenti; ma questi alla prima occasione lo deridono, si fanno beffe di lui, colgono sempre il momento per prenderlo in giro, per legarlo, per ridimensionarlo. È atroce leggere come ad ogni nuovo arrivato venga raccontata con dovizia di particolari ridicoli la follia del cavaliere. Per fortuna lo sguardo di Don Chisciotte è sempre ‘corretto’ dalla sua follia e quando questa comincerà a vacillare, la riconfermerà Sancho. L’unica volta che, invece, Woyzeck sentirà le parole vere ma cattive del dottore e del capitano sul tradimento di Marie, quell’unica volta che udirà frasi non allucinate, comincerà il vortice che lo porterà all’uccisione.
La tragedia è che non c’è via di scampo; chi vede o sente cose che non ci sono o che non dovrebbero essere viste o sentite, deve rimanere folle, vivere nell’apparenza e nell’inganno, perseguitato. A meno che non voglia a sua volta tramutarsi in persecutore. Lupo tra i lupi, pecora tra le pecore.

Questo post, a mio avviso, è pieno di spunti che non ho voluto sviluppare; quale, ad esempio, il connubio tra moralità e soldi; si potrebbe solo aggiungere che il filosofo dev’essere squattrinato. Di questo avevo accennato altrove.
Vi lascio con una scena del Woyzeck di Herzog. Kluas Kinksi è perfetto nel suo ruolo. Il film è stupendo.

L’eroe PierPaolo

Non di martiri c’è bisogno, ma d’eroi.

I martiri son buoni tutti a farli; come gli ottocento cristiani, i cosiddetti beati martiri idruntini, a cui i turchi mozzarono il capo nel 1480. Vi mostro una foto ch’io scattai ai loro resti, nell’agosto del 2006.

 martiri di otranto

L’eroe è un tipo; l’eroe è solitario per forza di cose (valle a trovare le ossa di ottocento eroi! Eppure… forse erano eroi i trecento spartiati di Leonida). Se trova un compagno di strada, un eroe come lui, è un evento così raro che ha quasi del miracoloso (beh, esistessero i miracoli ci sarebbe speranza per tutti; ma la necessità ci dovrebbe tutti rendere disillusi e disperanti).

A mio modesto modo di vedere, non mi pare un caso che gli ultimi eroi del nostro tempo siano stati due tipi anti-civili (sebbene non incivili). L’uno, che addirittura si proclamava eroe, è Carmelo Bene, sul quale già mi sono soffermato qui.

L’altro è Pier Paolo Pasolini.

Carmelo Bene e Pier Paolo Pasolini si incontrarono; Carmelo Bene recita addirittura in Edipo re; a quanto pare Pasolini gli disse: «Tu sei un genio».

Pasolini (poeta, romanziere, regista, drammaturgo, saggista, filosofo, omosessuale) fu assassinato il 2 novembre 1975. Il romanzo a cui stava lavorando, Petrolio, era un progetto ardito, complesso, estremamente politico, dove addirittura si svelavano anche alcune tresche di Andreotti.

La morte di Pasolini è la cronologica e definitiva dimostrazione che l’ideale riguardante l’esistenza del popolo italiano è meramente illusorio. L’Italia non ha un popolo: il sottoproletariato che Pasolini stesso aveva tanto amato e di cui egli stesso aveva visto i cambiamenti ed annunciato lo snaturamento, il sottoproletaria comincia a confondersi con la borghesia; la cultura si uniforma, i giovani di destra ed i giovani di sinistra non hanno più alcuna differenza riguardo all’estrazione sociale e culturale: diventano uguali in abitudini, abbigliamento, taglio di capelli. Crolla di fatto la distinzione tra destra e sinistra.

Proprio nel torno d’anni strettamente vicini alla morte di Pasolini, comincia e si solidifica la posizione finanziaria di un certo signore chiamato Berlusconi. Spectaculum incipit.

E molto indicativa è, riguardo alla televisione, questa intervista di Biagi a Pasolini, un Biagi che appare infastidito dalle parole del poeta; quello stesso Biagi che molti anni più tardi pagherà le conseguenze del sistema televisivo, dell’essenza del medium televisivo, contro cui si scagliava Pasolini:

 http://www.youtube.com/watch?v=A3ACSmZTejQ

Ma mi piace concludere con dei versi tratti da Uccellacci uccellini (la musica che udite è appunto quella dei titoli di testa, forse il suo film più poetico. Fra’ Ciccillo (l’assurdo Totò, l’umano Totò, il matto Totò, il dolce Totò) ha appena ricevuto la grazia, dopo anni di preghiera, di parlare con Falchi (i prepotenti) e Passerotti (gli umili); ha portato loro la Buona Novella; ha insegnato loro l’amore. Per l’estrema gioia, intona un francescano inno al suo dio:

«Altissimo onnipotente bon Signore!

Quanto so’ contento che c’è il sole,

e quanto so’ contento che c’è l’acqua

così chi è zozzo ce se lava la faccia.

 

Laudato sii, o mio Signore,

pe ‘sto somaro,

per tutte queste pecore,

e pe ‘sto pecoraro.

 

Laudato sii, o mio Signore,

pe ‘sto santo monno,

che ce ponno campà tutti,

pure quelli che non ponno.

 

Beata l’erba fresca, la cicoria;

e chi se la magna

che Dio l’abbia in gloria!

 

E guai a quelli che morranno nei peccati mortali,

che mi dispiace tanto vedé sti brutti funerali…

 

Laudati sii, o mio Signore,

per la contentezza che sta nei cuori

e perché tutto quello che ci dài

so’ rose e fiori.»

 

(Aggiungo solo di passata una breve noticina: manco il tempo che Frate Ciccillo ha pronunciato queste ultime parole, che vede un falco gettarsi in picchiata su un passerotto e mangiarselo! Pasolini non era certo un ingenuo, anzi tutt’altro. Durante il film appaiono due segnali stradali che indicano Mosca e Cuba con tutte le migliaia di chilometri di distanza che ci sono… Il corvo che i due protagonisti incontrano e che è un intellettuale di sinistra di prima della morte di Togliatti, questo corvo che non fa altro che parlare, parlare, parlare, alla fine sarà divorato dai due popolani; perché tanto, come dice Totò per giustificarsi, «Tanto, se non ce lo mangiamo noi, se lo mangia qualchedun altro»).