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E non leggere più

Nel 2015 ho letto solo 60 libri. Dico “solo” perché in ciascuno dei due anni precedenti ne avevo letti circa 70. Sarà che sto invecchiando e la voglia – e la resistenza: ho sempre letto libri come compiendo atti di libidine – è sempre meno. Sarà che, seppure dal 30 novembre, ho macolato le mie carte illibate: per la prima volta in vita mia ho lavorato. Sarà che sono stato più assorbito dall’amore che dalla lettura. Ma questo è. E mi sembra di dovere giustificarmi con me medesimo per una decina di libri in meno.
Qualche giorno fa, prima che io mettessi per iscritto la mia smania di leggere i libri, sì, ma che per me corrisponde a quella di possederli, il buon Davide Tomasello ci suggeriva un decalogo per scongiurarne l’acquisto compulsivo. Lo condivido quasi tutto, ma non lo voglio seguire. Vedo che è bene, che sarebbe bene, soprattutto per la sacchetta salvadanaia; seguito e voglio seguitare tuttavia a comprarne. Per pigrizia (le biblioteche per me sono per lo più postacci), per vanità e vanto, perché – in parte – mi servono. Perché, almeno finora, posso.

La questione non è mai acquistare i libri, semmai leggerli; e sapere quali leggere, e saperli leggere. Avere tanti libri non significa certo sapere cosa v’è scritto, né tantomeno comprenderlo una volta letto. Come collezionare calendari non rende edotti sui giorni, o preparati ad affrontarli. A ben vedere, il mio è un impulso dongiovannesco che anziché donne vorrebbe concupire pagine. O sono simile a Faust, e bramo di trovare un libro innanzi al quale arrestarmi, chiuderlo, non aprirne più altri, non voltare più pagine, in un momento di esaltazione estatica, e dire a quell’attimo di compiuta beatitudine: «Fermati, sei bello!»

Poi, magari imparare quel libro a memoria, per tenerlo sempre a mente, per possederlo come si vorrebbe con la viva immagine della persona amata. E ripetermelo, sempre desso, solo desso. E non leggere più.

capitale

Tra quelli che ho letto nel 2015, segnalo questi (ma rimuovo Freud):

  • T. Mann, I Buddenbrook e La montagna incantata. Chi vuol sapere cosa sia l’Europa non deve studiare la geografia né leggere i giornali. Europa è un prodotto dello spirito, il più riuscito connubio di metafisica e politica. A ben vedere, questo è lo spirito: la metafisica che si incarna in politica. Pertanto, nelle derive economiche occidentali, nell’assoluta impalpabilità dell’Unione Europea, non v’è traccia d’Europa, perché non v’è nessun sentore di spirito. (Sembra di parlare di un disinfettante.) Chi vuol sapere cosa sia l’Europa, dovrebbe leggere T. Mann. L’epopea familiare dei Buddenbrook, che attraversano circa un secolo di storia e nel seno della stirpe covano tutti i tipi di serpi che avvelenano il sangue (la musica, la dissolutezza, la bellezza; anche l’accortezza economica); lo svettare di un Settembrini che nella montagna ammalata di tubercolosi unisce alla sottile ironia una inconcludenza spesso goffa, in contrasto con il gesuita a lui speculare, l’altra anima dell’Europa; la malattia stessa, la tubercolosi, per guarire dalla quale c’è bisogno di sole e montagna: queste sono figure della fenomenologia europea. Fuori dell’Europa non c’è spirito. Ma lo spirito è una questione di carne, di materia. E ogni volta che si parla d’Europa, ossia di spirito, non si può fare a meno di parlare di morte, corruzione e decadenza. Il travaglio del negativo permea la materia spirituale che è la vita europea. E Mann ne è il lucido cronista.
  • E. Vittorini, Conversazione in Sicilia. Non è una conversazione, è un monologo da innamorato. Ogni siciliano è un innamorato deluso, che per quanto possa parlare male dell’amata non può fare a meno di cantarne la bellezza. Non dei luoghi, non del paesaggio; quello lo sanno tutti. La bellezza che il siciliano canta è la cruda vitalità dell’isola, la sofferenza insita nei giorni bruciati dal sole. Nessuno soffre come un siciliano. Il siciliano soffre quando attraversa lo stretto, in entrambi i sensi. Soffre quando se ne va, soffre quando torna. La madre del protagonista, che lo accoglie al ritorno, è la Sicilia stessa: tenera e adultera, giovane e vecchia. Lo stile del libro è circolare, impalpabile, onirico. Perché la Sicilia è sogno: inafferrabile, evanescente, deludente quando ti rendi conto di stare sognando. Tocca di svegliarsi. Ed è tanto soffrire, come sanno tutti i siciliani.
  • G. D’Annunzio, Il fuoco. Venezia è musica. Qui si incontra Wagner; qui muore Wagner. E D’Annunzio riesce a scrivere un romanzo in cui non succede nulla; perché anche quando accade qualcosa è privo di importanza. Ciò che conta è solo la vitalità, il fuoco creatore e distruttore, il perenne scorrere, la felicità del divenire, dell’essere eterno movimento, come l’acqua di Venezia. Questo libro è la lingua che celebra sé stessa. In ogni pagina l’afflato lirico (che per qualcuno potrebbe risultare insopportabile) è portato allo spasimo, allo stremo, e l’intensità non scema mai. Per sostenere e comprendere questo romanzo, ci vogliono orecchie, non occhi.
  • G. Deleuze – F. Guattari, Che cos’è la filosofia. Chiaro che Deleuze è una garanzia, nonostante il titolo coglione, da manualetto per principianti. Ma se sei Deleuze ti puoi permettere pure questo. L’invito nietzscheano a essere “una testa tutta terrena” viene trasposto dal singolo alla disciplina: così la filosofia è immanenza. È un libro tanto illuminante e preciso, quanto – in certe pagine – ostico e complesso. Forse la distinzione netta tra filosofia, scienza e arte a tratti non è del tutto condivisibile; tuttavia è questo scritto stesso un esempio di cos’è la filosofia, che è sempre nel suo farsi e che per rispondere della sua essenza non può fare di meglio che mostrarsi.
  • K. Marx, Il capitale, Libro I. La grandezza di Marx è incommensurabile, imponente, maestosa come quest’opera. Gli altri suoi lavori, se paragonati a essa, sbiadiscono, sembrano saggetti e prove preliminari. Probabilmente Marx è più efficace come storico e critico che come profeta; ma questo ormai lo sanno tutti, o dovrebbero saperlo. L’impressione che si ha leggendo le lunghe descrizioni degli sfruttamenti dei lavoratori è che non ci volesse certo molto a capire la stato di cose. Ma il grande compito filosofico svolto da Marx è stato quello di saldare l’analisi dei fatti con la sistematicità della critica, l’attenzione verso l’uomo in carne e ossa con una vertiginosa capacità filosofica. È solo a partire da questo tipo di saldatura che si dà filosofia. A tutta prima, questo libro sembra il meno filosofico di Marx; ma il colpo di genio marxiano è stato quello di rendere filosofica l’economia. L’antimarxismo consiste appunto in ciò che è il segno della nostra epoca: economicizzare la filosofia.
  • E.H. Kantorowicz, Federico II imperatore. Non solo la più importante opera su Federico II di Svevia, ma un libro che ha fatto scuola su un certo modo di fare storia. C’è tutta un’epoca in questo scritto: la Sicilia normanna, il papato della prima metà del XIII secolo, i musulmani del mediterraneo, la scuola poetica siciliana, i principi e i vescovi tedeschi, la rinascita del diritto, gli esperimenti politici e giuridici dell’imperatore… C’era chi non voleva credere all’esistenza di Alessandro Magno fino a quando non ha visto Federico in carne e ossa, con lo splendore della sua corte, con la fortuna straordinaria e ai limiti del credibile delle sue imprese. E su tutto aleggia l’ombra della Sicilia, della terra del sole che attrae gli imperatori tedeschi come un fuoco le falene. E in molti casi facendo subire loro un’analoga fine.
  • T. Ligotti, Teatro grottesco. Degno erede di Lovecraft (più che di Poe), Ligotti ci introduce nell’orrore del mondo contemporaneo, ossia nella macchina, anzi nel macchinico. Il meccanicismo moderno brillava della luce che emanava dalla regolarità della natura. Il meccanicismo contemporaneo è buio della cupezza della catena di montaggio. La macchina ci assorbe. La macchina è burocrazia meccanizzata. Gli incubi creati da Ligotti non hanno pressoché nulla di naturale. C’è sempre la zampaccia umana dietro l’orrore. Ligotti nomina le cose, gli stati d’animo, le paure; ogni nome è una scintilla, genera un cortocircuito, perché pur nominando qualcosa, con ciò non lo si conosce. Questo è il grottesco: l’angoscia senza nome viene nominata, eppure non svanisce. L’uomo genera l’orrore eppure non se ne può sottrarre. Sa che vive in un incubo e tuttavia non vuole svegliarsi. Il meccanismo macchinico, una volta avviato, non si può più arrestare. E tutti ne siamo ingranaggi; tutti siamo personaggi del teatro grottesco.
  • C. Malaparte, Kaputt. Libro strepitoso, incredibilmente bello e terribile. Autocompiaciuto, ma piacione; fascista della prima ora, ma contro il fascismo; ufficiale dell’esercito, ma contro la guerra: Malaparte è una contraddizione che cammina. Stile fluido, passione e fascino nel raccontare, in bilico tra realtà e finzione letteraria. È un libro sulla sofferenza, ma più che umana, animale. Che l’uomo soffra, passi pure, sembra dire questo libro; ma intollerabile è la sofferenza di cavalli, renne, alci, cani, uccelli… La guerra è affaraccio umano, che ci fa tutti colpevoli; tanto più che coinvolge l’innocenza degli altri esseri viventi. Con questo libro, l’Europa è definita “kaputt”. E il cerchio si chiude: lo spirito europeo è terribile perché materiale; lo spirito europeo è permeato dalla lotta costante di tutto ciò che è, della materia che piega, implode in sé stessa, si autodivora, si autodistrugge. Lo spirito europeo è guerra. Ma anche la guerra, dice Malaparte, non è che un sogno.