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Cit. Distorsioni da social network

Ognuno di noi coltiva le proprie idiosincrasie. Le accudisce, le alimenta, le cura. Le mie idiosincrasie maggiori e peggiori sono dovute ai vezzi pseudo colti.

Da qualche tempo soprattutto su Facebook è invalso l’uso dell’abbreviazione cit., ovviamente a sproposito e sempre fuori luogo. Di solito chi la utilizza crede di usare un codice condiviso, corretto, anche un po’ snob. Si prende una citazione, quasi sempre scontata, e poi tra parentesi si scrive cit. Mettiamo: «Chi cerca esseri umani troverà acrobati» (cit.).

Tuttavia, quando si fa una citazione bastano solamente le virgolette (quelle che ho usato io o, in mancanza di meglio, quelle alte “”). Esse indicano che si sta riportando un pensiero, una frase, un detto di qualcun altro. Le ulteriori esplicazioni contenute tra parentesi dovrebbero servire a far comprendere di chi è quanto si cita. Mettendo solo cit. si fornisce due volte la stessa informazione (ossia che si sta citando) ma non si dice ciò che forse potrebbe interessare chi legge (ovvero chi si sta citando). In tali contesti, basterebbe soltanto che si mettesse tra parentesi il nome di colui che è citato.

Ma allora cit. chi l’ha inventato? Quando in un testo ricorriamo a più citazioni da uno stesso libro e tra una citazione e l’altra ce ne sono anche di altre opere, allora usiamo quell’abbreviazione. Per ritornare al mio esempio, mettiamo che riporto:

«Chi cerca esseri umani troverà acrobati» (P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita. Sull’antropotecnica, tr. it. di S. Franchini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, pag. 19).

Se dopo aver citato da altri testi traggo nuovamente qualche frase da quest’opera, allora per non riscrivere tutta la tiritera posso sostituirla con op. cit. (che sta per opus citatum, opera citata) oppure abbreviando ancora con cit.:

«Il comunismo ha consumato la vita di tre generazioni per produrre un ornamento politico, davanti al quale la storia è passata oltre. Il suo destino ricorda lontanamente il modo in cui i monaci tibetani realizzano grandi mandala di sabbia colorata, destinati a essere portati via dalla corrente il giorno successivo al loro completamento» (P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita, cit., pag. 261).

Certo, questo post si perderà tra gli ampi buchi della rete quasi senza ottenere risultati. Ma, come si dice, rendo glorioso il mio ministero se in qualche modo potrò salvarne alcuni (Rm 11, 14-15).

P.s. Intanto il post sulla data del discorso di Pericle qualche effetto lo ha sortito. Ora siamo in prima pagina su Google.

Massimamente maestro

Nell’aforismo 63 di Al di là del bene e del male Nietzsche afferma: «Chi è fondamentalmente un maestro prende sul serio ogni cosa soltanto in relazione ai suoi scolari – persino se stesso» (tra. it. di F. Masini). La sventura, tuttavia, sferza colpi tali che sono più gravi a chi più s’abbandona. I miei amici hanno scritto sull’argomento più lesti e meglio di me e di quanto sono capace. L’oggetto della discussione è la professionalità accademica di un certo docente che fonda gruppi di dubbio gusto su Facebook. A tal proposito m’era stato suggerito di scrivere un post simile al precedente, una sorta di Dello schifo – parte seconda; ma valga anche in questo caso quanto ho scritto a conclusione la volta scorsa.
Evidentemente, sulla scorta della citazione Nietzscheana, salta subito all’occhio (e quindi al pensiero) che quel professore non è fondamentalmente un maestro; magari lo è solo in modo accidentale. Ciò che mi inquieta di più è leggere alcuni commenti ai post che ho linkato. Sono commenti turbanti, che lasciano sgomenti; alcuni rassegnati, altri, peggio ancora, incapaci di vedere il nocciolo della questione; questa cecità va di pari passo con l’assoluta mancanza di indignazione. Lo svilimento della professione di insegnante è tutt’uno con la ridicolizzazione dello studente. La mancanza di indignazione è la perdita totale della dignità; lo studente non è più degno della sua condizione.
Ci fosse questa dignità, lo studente pretenderebbe in modo assoluto che il professore si prendesse sul serio, quanto meno in tutto ciò che ha a che fare con l’immagine professorale; mi permetto di aggiungere che in ambito filosofico ‘tutto ciò che ha a che fare con l’immagine professorale’ lascia poco spazio libero dalla presenza ingombrante del pensiero, cosiccome poco adito alla distinzione tra pubblico e privato. Ma pure a voler rimanere nelle ristrettezze della pubblicità, non vi è atto che non abbia una relazione diretta col pensiero:

Il vero essere dell’uomo è piuttosto l’atto da lui compiuto; in esso l’individualità è effettiva, ed è a lei che spetta levare entrambi i lati di ciò che si presume costituire l’intenzione. [...] L’essere umano nella sua individualità è proprio quel che tale atto è; nella semplicità di questo essere, egli è, per altri esseri umani, un’essenza universale essente, e cessa di essere un’essenza dall’intenzionalità soltanto presunta. (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, trad. it. di G. Garelli, Einaudi, Torino 2008, pag. 217)

In questi atti vedo sostanzializzarsi l’intenzionalità che presumevo. Il talento e la disposizione sono stati messi a frutto. I miei colleghi studenti non hanno che da dignitosamente raccogliere questo frutto e decidere se mangiarlo o usarlo come concime.

Dello schifo

Avrei voluto scrivere un post su Hans Rott (non vi dico chi è; prendetevi la briga di cercare). Tuttavia lo schifo esercita su di me un’attrazione irresistibile. Il suono di questa parola, ‘schifo’, rende perfettamente il concetto che vuole esprimere: ‘schi’, come se si stesse raccogliendo la saliva in bocca; ‘fo’, come se si emettesse un alito maleodorante.
‘Schifo’, a mio modo di vedere, è solo un’altra parola per dire ‘realtà’. Con intento polemico, e perciò totalmente antispinoziano, affermo: per realitatem et rem foedam idem intelligo. Per quanto ne so, il latino non ha una parola per esprimere esattamente ciò che noi intendiamo con ‘schifo’. L’aggettivo foedus indica qualcuno o qualcosa di deforme, orribile, turpe, ignobile, terribile. Lo schifo è l’insieme di tutti questi aggettivi; riguarda i sensi, ha un che di stomachevole, ma include anche uno sdegno morale. Ora, poiché in latino manca una parola precisa, potrebbe nascere il sospetto che i romani non avvertissero lo schifo; potrebbe sembrare che allora il mondo non facesse schifo.
Ovviamente lo schifo è concetto qualitativo: vi sono cose che fanno schifo, cose che lo fanno un po’ di meno e altre ancora che non lo fanno. Sostengo, però, che è la quantità dello schifo a renderlo insopportabile e a portare alla conclusione che la realtà è schifosa. Anticamente, dunque, non è che il mondo non facesse schifo; probabilmente faceva schifo in modo sopportabile perché: 1) c’erano meno persone; 2) lo schifo era meno visibile.
Il terremoto di Haiti ha mostrato, ce ne fosse ancora bisogno, lo schifo naturale a cui talvolta certi individui sono costretti: è quello che si mostra quando viene a mancare qualsiasi tipo di inibizione dovuta al timore dell’autorità, è la guardia privata di un supermercato che spara alla tempia di un saccheggiatore ormai immobilizzato e ne uccide un altro a calci in faccia. Questo è lo schifo sopportabile.
Ciò che rende insopportabile la realtà sono i medici portoricani giunti in soccorso che si fanno fotografare brindando, coi mitra in mano, mentre giocano agli allegri chirurghi con seghe e bisturi; i medici portoricani che pubblicano su Facebook le foto della gitarella ad Haiti.
Rendendo visibile tutto ciò, il social network ha compiuto l’identificazione della realtà con lo schifo.