Settanta letture degne di noia

Quando si legge, non si vorrebbe fare altro. Nella vita, intendo: si vorrebbe solo leggere.

Ascoltare gli innamorati è noioso, non si riesce a percepire quasi mai il fuoco che li arde. Chi vive di libri è animato da una simile fiamma. Per chi ascolta, il risultato sarà pressoché il medesimo. Da qualsiasi punto di vista è la gente che annoia. Tanto spesso, più che l’inferno gli altri sono la noia.

I libri sono come gli altri. È gente che ti parla del fuoco che li anima. Leggere è di una noia mortale. Si potrebbe stare al sole, a godere della campagna e delle donne (o degli uomini, si licet); ci si ficca in stanze buie su sedie gibbose ad annoiarsi su pagine e pagine di caratteri minuscoli.

Eppure tutto, anche la noia, si può amare se conquistato a fatica. Così come si amano gli altri. L’amore per il prossimo è una noia conquistata a fatica.

In questo interessante 2011, ho letto settanta libri. Come l’innamorato, vorrei parlarvi quasi di ognuno, per farvi convenire sui pregi, per dirvi che sì, magari ha questo difetto, e anche quell’altro, ma che io sono lo stesso innamorato, perché come lei non c’è nessuno.

Vi cedo un po’ di noia. I miei consigli per l’anno vecchio sono questi:

  • P. Sloterdijk, Devi cambiare la tua vita: librone, per respiro e mole. Ne ho parlato diffusamente qui. Fondamentalmente è un libro sulla rivoluzione: perché la rivoluzione è senza contenuto, come questo libro, privo di indirizzi, nuovi valori o consigli. È pura forma: la rivoluzione è il come, che si declina in ascesi e virtuosismo. Il rivoluzionario è un acrobata.
  • J. Littel, Le benevole: vi supplico, per il vostro bene, non leggetelo. È un capolavoro di mille pagine. Atrocità, sodomia, scatologia, discettazioni erudite. Se si vuole comprendere il nazismo, bisogna leggere questo libro. Se volete rimanere sani di mente, dedicatevi ad altro.
  • H. Melville, Moby Dick: sui cosiddetti ‘classici’ non bisognerebbe mai parlare. Difatti evito di consigliarli (si può ‘consigliare’ un ‘classico’?). Tuttavia, l’ossessione della balena bianca spinge a non pensare ad altro, a non voler parlare d’altro. È il libro dei libri (ma come nella Biblioteca di Borges esistono tanti libri dei libri, che si differenziano per una lettera o per una virgola), è il mito che prende corpo e si fa balena, ossessione, religione, Leviatano.
  • G. Deleuze, Differenza e ripetizione: sostenere l’inutilità della filosofia, significa essere malamente aristotelici, oltre che polli spennati. E significa non avere letto questo libro. Siamo di fronte a qualcosa di paragonabile a una Fenomenologia dello spirito in cui il nostro tempo è appreso con il pensiero. Il rovesciamento del platonismo è sotto gli occhi di tutti (o almeno di chi ci vede). Deleuze lo ha colto, spiegato e anche indirizzato. L’epoca deleuziana prende nome da chi l’ha saputa decifrare. (Senza contare la strepitosa interpretazione dell’eterno ritorno.)
  • G. Deleuze, Logica del senso: come il gioco filosofico può farsi serio e mostrare che anche i concetti logici più astratti si incarnano nelle nostre esistenze. Il paese delle meraviglie, non è una novità, è la logica (paradossale) che guida le nostre esistenze. Si accede al paese delle meraviglie quando si riconosce il paradosso in cui siamo costantemente immersi.
  • A. Rimbaud, Opere: vale il discorso sui ‘classici’. Un musicista che ascolta Mozart non può non provare la sensazione di essere sconfitto, di non poter mai raggiungere quelle vette. Uno scrittore che legge Rimbaud vorrebbe bruciarsi con tutte le proprie carte. Avevi ragione, caro Rimbe, e lo dico con una lacrima a stento trattenuta; avevi ragione a dire tra atroci sofferenze: «J’irai sous la terre, et toi tu marcheras dans le soleil». Sei stato il mare svanito assieme al sole; sei stato per poco, troppo poco tempo, l’eternità.

 

P.s. Segnalo il post di Davide Tomasello, scritto contemporaneamente al mio, all’insaputa l’uno dell’altro.

Cinquantotto passi nell’oltretomba

Il tempo merita d’essere scandito dai libri. All’evanescenza degli attimi, opponiamo la consistenza della parola scritta. Ogni libro sta come un piolo nella scala del tempo; un segnavia che interrompe lo scorrere per le strade del divenire. La strada è un attrezzo, uno strumento. Si sosta ai crocicchi, i trivi ove s’incontrano gli spettri, le biforcazioni che sono epifanie dell’oltretomba nella noia quotidiana. Su ogni kreuzweg sta scritto che la vita è un mezzo per la conoscenza. Questa, però, non si può ottenere, afferrare. Quando giunge a compimento, si comprende che non c’è nulla da sapere e subito la si ricopre d’un manto opaco. Se la si afferra e afferma, si muore.

Nel 2010 ho letto 58 libri (compreso qualche bel fumetto). La lettura di un libro è un passo nell’oltretomba. Muoia Sansone con tutti i Filistei: voglio affossarvi con me, suggerendovi la lettura di alcuni tra i libri che più ho apprezzato nell’ultimo anno.

  • E. Jünger, L’operaio. A quel che mi diceva Raciti, la traduzione di questo libro è pessima. Tuttavia l’effetto che produce è lo stesso sconvolgente. A ridosso della fatale ascesa di Hitler al potere, Jünger ci mostra la spaventosa forza che si sostituisce al borghese: l’operaio, la cui forma è il lavoro nell’epoca della mobilitazione totale. L’individuo così è sostituito dal tipo. La forma del lavoro è onnicomprensiva, totale, appunto. Vengono i brividi a leggere pagine che sembrano ancora tanto profetiche e temibili.
  • I. Calvino, Il barone Rampante. Il più bel libro di Calvino, commovente, divertente, affascinante, strambo, melanconico, profondo. Come sempre la saggezza è prerogativa della folle coerenza, fino in fondo, fino alla morte.
  • L.F. Céline, Viaggio al termine della notte. Io che appartengo alla risma dei proustiani non posso non apprezzare l’anti-Proust per eccellenza. Questo romanzo scuote fin nelle fondamenta; ora cinico, ora sentimentale ma mai patetico, Céline ha mostrato quanto la vita possa fare schifo eppure quanto la si possa amare lo stesso. Si possono amare anche donne orrende; si può amare anche la vita.
  • B. Groys, Post scriptum comunista. Libro platonico, rimette sui piedi la dialettica rovesciata della contemporaneità. Il comunismo viene indicato come il predominio del pensiero sull’economia. Leggendo questo libro si comprendere bene perché un pensatore non può che essere comunista. Il pensiero è politica; la politica pensata è comunismo. L’universalità economica del capitalismo ha bisogno di annientare il concorrente; la totalità comunista, invece, permette la sussistenza della diversità, la lascia – in pace. Il comunismo come coesistenza di contraddizioni. Verrebbe da dire: il comunismo come casa di Ade.
  • G. Colli, La sapienza greca, voll. 3. Non solo per la traduzione, per la nuova scelta, per le aggiunte, per frammenti completamente inusuali; ma i tre libri sono fondamentali anche per le introduzioni, l’apparato critico e il commento. L’uomo è un animale teso tra il dionisiaco e l’apollineo. La conoscenza è una tenzone, un’avventura che si svolge tra estasi, mantica, enigmi, sfide mortali. La conoscenza è un inganno. È una guerra. E il sapiente è un guerriero che sa difendersi bene.
  • G. Agamben, Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia e del governo. Il linguaggio teologico della cristianità, da Paolo in poi, è calcato sulla oikonomia greca. Ne deriva che l’esercizio della potestà divina sul mondo è svolto seguendo metodi economici. Il rapporto tra Padre e Figlio è economia. Dio Padre si incarna nella storia pianificando un’economia. Tra le tante notevoli suggestioni e le centinaia di riferimenti precisi e rigorosi, Agamben tenta di capire perché la gloria è necessaria al potere. Alla fine del libro sorge inevitabilmente la domanda se il destino economico dell’occidente sia un portato della cristianità.
  • C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica. Solitario, giovane, eppure con la sapienza di un saggio della Grecia arcaica, Carlo Michelstaedter si staglia immenso sull’orizzonte del pensiero. La prima parte è paragonabile a L’unico di Max Stirner. La seconda è profonda quanto i Discorsi di Rousseau e la Genealogia della morale di Nietzsche; e di queste è compagna: Poi la vita s’incarica di stordirli; l’esser vivi si fa un’abitudine – le cose che non attraggono non si guardano più, le altre sono strettamente concatenate, la trama si fa uguale – il bambino si fa uomo – le ore degli spaventi sono ridotte al sordo continuo misurato dolore che stilla sotto a tutte le cose. Ma quando per ragioni che non stanno in loro, il lembo  della trama si solleva, anche gli uomini conoscono le spaventevoli soste.

La conoscenza va coperta. La verità è insopportabile. Un manto deve ricoprire l’aletheia. L’inganno delle nostre parole, gli abbellimenti rettorici, sono una coperta, un sotterfugio di chi vorrebbe e non vorrebbe. Conosciamo la verità come si fa all’amore con una donna brutta: sotto le coperte, con la luce spenta.

Ridi, pagliaccio

I pagliacci fanno ridere, non fanno innamorare. (Lo dissi a una mia amica che, per tutta risposta, rise. Non mi stupisce: nell’ultimo dei Diapsalmata, Kierkegaard narra un sogno: si trovava al cospetto degli dèi; questi gli chiesero se avrebbe voluto la giovinezza, l’amore di una bella donna, la bellezza, il potere, qualche tesoro; egli disse di voler vivere sempre con il riso accanto. Gli dèi non proferirono alcunché, ma scoppiarono in una fragorosa risata. Non sarebbe stato peggio, chiosa Kierkegaard, se gli dèi avessero risposto seriamente: «Sei stato esaudito»?)
Sartre sentenziava che l’inferno sono gli altri. Non l’ho mai creduto; ciascuno è il proprio inferno, così come secondo Platone ciascuno sceglie il proprio demone. Il demone è il δαίμων, che per certi versi potremmo tradurre come carattere; eppure una traduzione più suggestiva potrebbe essere destino. Il δαίμων è il punto esatto di tangenza tra la perfezione del moto circolare celeste e la retta terrestre dei mortali: il destino e il carattere, la necessità e la contingenza. Non a caso il ‘demone’, secondo la maniera tradizionale d’intenderlo, è qualcosa a metà tra il dio e l’uomo.
(Noto per inciso, perché voglio sia chiaro, che rifuggo da ogni religione o trascendenza; il mio modo di esprimermi è puramente metaforico, ossia – artistico.)
Da quanto detto, risulta chiaro che non si sfugge al proprio demone, poiché non si può sfuggire a se stessi — mai, in nessuna circostanza. L’unica fedeltà esistente è la fedeltà a chi meno lo merita — la propria persona. È una fedeltà fanatica e cieca, peggio di quella di un cane verso il proprio padrone.
Per ricondurre il discorso all’incipit, mettiamo che il proprio demone sia la buffoneria pagliaccesca. Il caso è interessante, perché entrano in gioco l’innamoramento e l’arte. Poniamo il problema in termini filosofici: la circolarità celeste, la necessità dell’arte quale punto di tangenza ha con la retta dei mortali, con la contingenza dell’innamoramento? Come si configura questo δαίμων?
La figurazione fissa i problemi filosofici, e al contempo li lascia dileguare. Potremmo dire: li ri-solve. La figura che possiamo contemplare riguardo al nostro tema è il vagabondo di Charlie Chaplin. La faccenda ci è sbattuta in faccia in tutta la sua urgenza e violenza (esistenziale, certo, ma tant’è) ne Il circo. Il pagliaccio per natura, il pagliaccio che fa ridere solo quando ne è inconsapevole, si innamora della figlia del padrone. Prevedibilmente, la ragazza si innamora dell’acrobata. Tutto è già tracciato, tutto è già deciso in partenza. Quando il pagliaccio fa ridere, l’innamoramento con tutti i suoi fastidi svanisce. Quando il pagliaccio mostra i suoi sentimenti, non fa ridere più, non serve a nulla. Se il pagliaccio prova a vestire i panni dell’acrobata, ne è solo la parodia, è assalito dalla scimmie, sembra quasi dover fare la fine del funambolo nietzscheano. Ovviamente, alla fine rimarrà solo; la scena è così cruda da far avvertire una sorta di solitudine cosmica. Ma quasi seguendo il precetto di Cristo, il vagabondo si scuote la polvere dai calzari, e addio agli sposi felici. A ciascuno la sua solitudine, anche in due.
D’altro canto, l’unica via d’uscita per il pagliaccio è sottrarsi a ciò che comunemente chiamano ‘realtà’ (la gente adora simulacri). In Tempi moderni vi è un perpetuo eludere tale cosiddetta realtà, che nel mondo contemporaneo coincide con l’economia. I macchinari, i bisogni economici, gli scioperi: il pagliaccio è semplicemente alieno da tutto ciò. Se si presta ai giochetti della modernizzazione, o impazzisce o viene gettato in gattabuia. Tuttavia, la solitudine viene squarciata. La monella, ladra per fame, genuina come i bambini e capace di guardare al mondo anche per il pagliaccio, è il punto di tangenza tra arte e vita, tra necessità e contingenza. Per una volta, almeno, arte e vita si toccano; ma c’è chi deve essere capace di vedere tutto ciò. In ogni caso, scuotendo o meno la polvere dai calzari, il pagliaccio tira avanti, all’alba, sorridendo.

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Postilla critica. Ragionare sul rapporto tra arte e vita dopo Wilde e, soprattutto, Nietzsche sembra sterile, se non addirittura superbo. Abbiamo assodato che l’esistenza e il mondo sono fenomeni estetici. Quando mi chiedono perché fumo, dico che il sigaro o la sigaretta è un’appendice estetica, e lì mi fermo. I discorsi intorno all’arte sono noiosi e inutili.
Con la cosiddetta ‘morte dell’arte’, espressione che sta a significare la nostra impossibilità di fruire immediatamente le opere d’arte poiché non rivestono più l’importanza totalizzante che avevano in altre epoche, abbiamo capito che per comprendere l’arte bisogna parlarne, bisogna concettualizzarla, dato che ormai l’arte (seguo il paradigma hegeliano) è più dalla parte del concetto che del senso. Orbene, credo sia giunto il momento di re-imparare a tacere (ovvero di lasciare risuonare il dire oltre il concetto). Non parlare di arte, bensì fare arte. Anche in filosofia (e a tal proposito rimando a questo breve testo tratto dal programma della Hochshule für Gestaltung di Sloterdijk e Groys). In ultima analisi, risuoni il monito nietzscheano, ripetuto allo sfinimento da Carmelo Bene: bisogna essere dei capolavori.