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L’idea del Cristo

Agli atei,
me compreso.

 

L’uomo ricerca la speranza, non la sua realizzazione.

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I sogni e le speranze sono l’infinità del desiderio, dove ogni cosa è come la immaginiamo. Che delusione un sogno realizzato: la realtà è sempre più brutta del sogno, come l’oggetto desiderato dal desiderio in sé.

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Lotterie, elezioni, cristianesimo: tre passatempi dispendiosi e inconcludenti: tre passatempi per la massa.

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Il cristianesimo va in cerca di Gesù uomo o di Gesù Dio. Nel primo caso fallisce, perché l’uomo è cosa troppo comune per suscitare interesse. Nel secondo, fallisce di nuovo, perché quel Dio è troppo distante. Le masse sono attratte dalle ricerche vane, sempre fonti di speranze, per questo il cristianesimo ha successo.

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Gesù di Nazareth non è più un uomo. Se lo fosse, sarebbe meno che niente. È un’idea: per questo le masse non possono seguirlo.

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In quanto idea, Gesù è quanto di più filosofico possa esistere.

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Gesù fattosi uomo, l’incarnazione dell’idea, è possibile solo una volta. Due idee (una che si ripete) sono meno di una, perdono d’importanza: — fine della parousia.

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In quanto idea, Gesù – come Socrate – esiste solo come scrittura.

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Non si può essere seguaci di Cristo se non si soggiace al fascino della scrittura. L’appassionata identificazione dello scritto con la propria vita – vivere secondo la scrittura – è l’unico modo di essere cristiani fino in fondo.

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Le critiche che si rivolgono al cristianesimo dovrebbero essere sempre separate dal discorso cristologico. Effettivamente, tanto spesso non si è cristiani per incapacità o per timore. Chi possiede un temperamento tanto profondo e radicale da potere seguire fino in fondo un’idea, da poter vivere secondo un’idea, non può più essere cristiano. Il cristianesimo è ridotto a una moltitudine di uomini buoni a nulla, seguaci per convenienza e convenzione, senza nemmeno sapere cos’è un’idea, senza subire il fascino del Cristo e della scrittura. Il paradosso della nostra epoca è che non si può essere seguaci di Cristo nel senso più profondo del termine: chi ne è in grado, non può; chi lo vuole non ne è capace.

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Si è sempre troppo buoni o troppo cattivi per seguire Cristo

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La questione dell’autenticità dei vangeli non deve essere posta su basi filologiche, né, meno che mai, si deve scadere nelle beghe da quattro soldi – o da trenta denari – degli studiosi che si contendono una manciata di versetti, che disquisiscono sulle fonti o sulle priorità, sull’unicità e l’integrità, su manciate di anni, attribuzioni, invenzioni, originalità. Ogni autenticità prescinde dall’autore, dal contesto, dalla filologia, perfino dalla storicità. Se pure Gesù non fosse mai esistito, questo non cambierebbe nulla all’autenticità dei vangeli. Essi sono autentici perché tracciano un’idea e ne descrivono l’incarnazione, unica e irripetibile.

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L’unica fede possibile è fede nell’idea.

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Anche il concepimento del Cristo è una parabola — socratica.

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Lo spirito che feconda Maria – una donna – è la novità più rilevante del cristianesimo.

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Calligrafia: tracciare sulla carta i contorni dell’idea.

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Farsi un’idea: — scopare la bellezza.

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L’amore non è il bene. Questa equazione (amore=bene) dal sapore fin troppo cristiano è smentita ogni istante dall’amore stesso. Come il bene, l’amore non è universale, non è applicabile a nessuna categoria che contenga altro che il singolo individuo, un solo essere umano. Il bene di chi? L’amore per cosa? Ma – si dice – il bene dell’intera umanità o dell’intero universo; e – si continua – l’amore come principio universale che abbraccia tutti e vuole il meglio per tutti. Non appena, però, si guarda la faccenda più da presso, si scopre che il bene dell’intero universo – ossia la continuazione perenne e quanto più felice possibile di ogni cosa che esiste – implica un incessante nascere e morire, trasformarsi, mutare, distruggere e distruggersi, sofferenza, violenza, dolore, indifferenza, da rendere vani o irriconoscibili i presunti atti d’amore (il piacere, la benevolenza, il prendersi cura, o in termini più umani e astratti l’armonia, la bellezza…). Se è questo l’amore, questo cosmico avvicendarsi di tragedia e commedia, di indifferenza e sentimento, allora dire amore e realtà è la stessa cosa, dire amore e morte è la stessa cosa. Ricordiamocene quando vedremo un morto di fame, un ventre squarciato, un genocidio, quando vediamo il male: non siamo noi a compierlo: — è l’amore.

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L’amore più grande si prova sempre per un’idea. L’amore più grande e inconfessabile è per Cristo. E quanto ce n’è voluto, quanto!, per rifiutarlo, per rigettarlo in faccia a quello che ci è stato detto, che ci è stato insegnato, per tradirlo per molto meno di trenta denari, per noi stessi, e ritrovarlo alfine… certo, non per diventare cristiani, non per inginocchiarsi ai piedi della croce, ma per diventare come lui, per essere l’incarnazione di un’idea, per rendere ogni nostro gesto, ogni nostra parola, ogni nostro sguardo, tutti noi stessi autentici, perfetti come una scrittura bene orchestrata, limpida, schietta, che non soggiace a nessun ordine se non quello che si dà da se stessa, che gode di un’armonia interna che si spande fuori dalle pagine, che è insostituibile, irripetibile, degna dell’amore di chi la scruta, la indovina, la legge d’un fiato… E quell’amore impronunciabile, proibito, inappagabile non è per il prossimo, per l’amata, per Dio o il mondo: è per se stessi, per arrendersi al proprio destino, alla propria tragicomica sorte, al correre insensibilmente verso il proprio compimento, la fine, la morte. Quanto si ama chi sa ucciderci in questo modo! Quanto si ama chi ci compie, chi ci finisce e completa! Quanto dovette amare Cristo i propri carnefici… E quanto loro dovettero amarlo, per crocifiggerlo, per inchiodarlo, per ammazzarlo e scrivere col sangue sulla croce l’idea più bella che si possa immaginare: un uomo irripetibile, unico, simbolo dell’amore universale, dell’amore che pervade il cosmo e uccide, trasforma, distrugge, annienta persino la cosa più bella immaginata su questa terra: l’idea del Cristo, l’idea di un amore universale inestricabilmente avvinto alla corona di spine della morte.

Faccende paesane

Quanto più lo spazio è limitato, tanto più le cose si notano. L’universo è uno spazio infinito o che si espande infinitamente; per questo è come se ci fosse il nulla, tanto poco si notano le cose. Il paese, invece, ha dei limiti troppo ristretti, tutto si nota e fa scalpore: lo scandalo è affaraccio paesano (e l’Italia, il bel paese, è zeppa di scandali). Ciò che è accaduto qua in questi giorni, la polemica carnevalesca, è una faccenda da paesanazzi.

Per certi versi, la libertà ha un solo limite: la costrizione. Io sono libero fino a quando qualcuno o qualcosa non mi limita. Posso esercitare la mia libertà come e quanto mi pare. Poniamo, se non infrango la legge, nessuno mi può venire a dire di non fare qualcosa (e in certi casi è addirittura bene infrangere la legge).

Tuttavia, questa concezione di libertà, oltre a essere ambigua e monca, è pure povera. L’esaltazione libertaria si scontra con la domanda: che me ne faccio? Come l’individualismo, una libertà siffatta è incapace di guardare oltre il proprio naso. L’invito nicciano ad essere liberi per qualcosa e la domanda di Lenin («Libero con chi?») s’incontrano, sono quasi la stessa cosa. Allora mi chiedo cosa mai sia più importante, se il reclamare la libertà sacrosanta di fare tutto quello che mi pare e piace oppure l’evitare di fare qualcosa che offende (anche se non riesco a coglierne appieno il motivo) moltissime persone. (E tuttavia resta pur sempre il fatto che noi non abbiamo mai cercato di impedire a nessuno di fare ciò che vuole, mentre qualcuno ha proposto di punire quel che abbiamo fatto noi. E forse lo squilibrio sta tutto e solo qui.)

Il gioco non varrebbe la candela, se una libertà che non mi porta alcun vantaggio mi impedisse di collaborare per cose che ritengo importanti, qualunque sia il motivo dell’impedimento.

La trascendenza mi è sempre importata poco. Ciò che mi trascende, proprio per definizione, è oltre me. Dall’alto dei cieli non mi guarda nessuno, lo spazio è immenso e la cosa che sono si riduce a nulla; la trascendenza non mi riguarda. Mi è stato chiesto se credo che Gesù sia figlio di Dio; ho risposto di no e che comunque non lo ritengo importante. Anche se lo fosse non mi cambierebbe nulla, non cambierei modo di vivere. Lo stesso vale per i miracoli: anche se ne vedessi uno o ci credessi, come mai potrebbe cambiare il mio modo di campare? Dovrei guadagnarmi il paradiso solo perché crederei che Gesù sia il figlio di Dio e allora dovrei compiacerlo? Ma questa sarebbe meschinità, se non leccaculismo.

Mi interessa collaborare e costruire quel poco di buono di cui sono capace con chiunque sia disposto a darmi un po’ di corda (magari anche quando sarà l’ora d’impiccarmi). La polemica sterile e paesanazza mi interessa pochissimo, tanto poco che starò più attento a non invischiarmici di nuovo.

C’è un tipo di discussione che però mi interessa molto. Angelo Plumari ha scritto in proposito. Potete leggere qui la sua lettera.

Angelo è un mio caro amico; come sempre ha centrato alcuni punti con intelligenza e profondità. Mi ha colpito soprattutto la conclusione, dove ringrazia per il dibattito che abbiamo aperto nella realtà preconfezionata. Mi ha colpito perché ci ho pensato anch’io. Mi sono posto tante domande. Alcune scontate, altre sciocche. Forse la domanda che più mi preme rivolgere a tutti quanti (e la rivolgo con l’ingenuità propria dei bambini quando chiedono il perché di tutto) è questa: ci voleva una buffonata per farci parlare di Gesù? Ma poi, di questo Gesù, ne stiamo davvero parlando ora o parliamo solo di quanto qualcuno si è offeso e dell’intangibilità della chiesa?

Quando a carnevale chiedevamo perché le donne non possono essere papa, quasi nessuno ha risposto. Quando travestito da Gesù citavo frasi dei vangeli e chiedevo cosa ne pensavano, molti sorridevano e andavano via, tanti altri mi dicevano che a carnevale non bisogna pensare a queste cose. Ditemi: quando bisogna riflettere su Gesù? Quando è offeso u Signuruzzu? Oppure solo negli antri bigotti di una sacrestia? E se portassimo per le strade la povertà, anziché cacciarla via? E se ci vestissimo tutti come Gesù con una tunica e una bisaccia? E se tenessimo a mente che i ricchi (siamo quasi tutti ricchi e la chiesa è ricchissima) non sono graditi nel regno dei cieli? Avremmo tempo per pensare a come ci sentiamo offesi? Avremmo tempo per badare a quattro giovinastri che si divertono, anche ammettendo l’esagerazione, a carnevale?

Rifuggo da qualsiasi tipo di religione, anche da quella atea. Cerco compagni per la mia libertà. Da solo non ci voglio stare.

Infine, credo abbia ragione Angelo Plumari. Ci si è fatto del male per una divinità; il che, in ogni caso, esista o non esista, è la cosa più sciocca che si possa fare.

Riconoscere il porco in mezzo alle galline. Sulle crocifesserie.

Il detto siculo è: «Nun canusci mancu u puorcu ‘nmienzu ‘i addini», ossia: «Non sei capace neanche di riconoscere un maiale in mezzo alle galline». Chi non è capace di riconoscere un maiale in mezzo alle galline è peggio di un ignorante; perché oltre ad essere ignorante è anche stupido. Forse è egli stesso un porco, non zoologicamente, poiché il porco non è mica stupido, ma in senso spregiativo: è un porco che in mezzo alle galline non si sa riconoscere. È un porco che si crede un pollo.
Credo che non avrò mai un posto nella vita (ossia un posto di lavoro) perché l’unica cosa che so fare è rompere i coglioni; e pure questo lo faccio talmente male che rompo i coglioni soprattutto a me stesso. Per non seviziare ancora in solitudine i miei beneamati testicoli, vedrò di massacrare anche quelli di qualche sventurato lettore.
Non riconoscere il maiale in mezzo alle galline: non riuscire a fare nessun tipo di distinzione, neanche semplice. Insomma, come non riuscire a distinguere l’essere cristiani dall’avere un crocifisso appeso a un muro. La battuta blasfema equiparerebbe il crocifisso al primo elemento del detto e i cristiani ai polli.
Chi mi sa dire in quale parte dei vangeli sta scritto che i cristiani si riconosceranno dal crocifisso appeso da qualche parte? O dal crocifisso esposto in qualsiasi posto vogliate? Dove? Forse direte che il Cristo in croce c’è morto e non ha avuto il tempo di dire: «Vi riconoscerete dalla croce (o dal crocifisso)»?
Dobbiamo riferirci al non detto? Non sarebbe meglio riferirci a ciò che, a quanto pare, è stato detto? Sta scritto: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 34-35).
E poi, insomma, è come se un socratico andasse in giro ad appendere ogni dove la cicuta (che se non altro è più bella a vedersi).
Il buon Soren Kierkegaard sapeva che la negazione del cristianesimo consiste proprio nel non comportarsi da cristiani; Cristo, argomenta, non ha istituito predicatori, ma seguaci; non gente che deve andare blaterando a destra e a manca; ma persone che dovrebbero mirare ad essere integerrimi cristiani. Ma ovviamente il piano ormai è sfalsato. I cristiani sono tutte quelle deliziose personcine che non hanno mai letto il vangelo, che a dirla schiettamente non gliene importa nulla del vangelo e del suo messaggio, per quanto distorto possa essere. Un’altra categoria di cui avremmo bisogno è quella dei ‘gesuani’. Gesù ha impiegato tre anni a predicare o sarebbe meglio dire operare e tre (due? uno?) giorni a soffrire e morire. Ci sarà un motivo, no? Detto in maniera chiara: chi se ne fotte delle sofferenze di Gesù? Tanti hanno sofferto come lui; moltissimi anche di più. Non può essere questo il parametro per giudicare. Socrate, ad esempio, non ha sofferto così tanto, anzi quasi per nulla.
Voi, cristianucoli, porci in mezzo alle galline, vi riconosco! Avete mai impiegato un giorno ad operare? Avete mai sofferto un decimo della crocifissione nella quale avete tutto questo desiderio di riconoscervi? Voi che non siete perseguitati ma persecutori, che non siete elemosinanti ma coloro che non concedono elemosina, che non vi amate, non amate né voi stessi né i vostri simili, che chiedete una carità di cui non avete bisogno e tra fede, speranza e carità avete fede in qualcosa che non sapete e che non vi interessa, speranza in nulla se non nel pane quotidiano e raffermo; ma più di tutte la carità, aveste un briciolo di carità, raggranellato in un momento in cui state a casa con la televisione spenta, cioè mai; voi, cos’avete da spartire col crocifisso?
Questo per quanto riguarda la parte religiosa.

Per quanto concerne la parte politica, oibò, qui davvero è difficile riconoscere il porco in mezzo alle galline. Nel senso che tutti sembrano porci e polli e alternativamente si cambiano di ruolo.
Il punto di partenza è uno solo: la carta costituzionale, quelle regolette di fondo che dovrebbero permetterci di dirimere le questioni ultime (o prime) sulle quali sorge qualche dubbio e che potrebbero ostacolare la convivenza di porci e galline. Se l’Italia fosse uno stato cristiano cattolico in maniera sancita dalla costituzione, bene, mi batterei per far cambiare la costituzione, ma non potrei obbligare nessuno a rimuovere quello che i cristiani cattolici ritengono il loro simbolo (mi spieghino cosa significa simbolo). (Ma si deve proprio spiegare tutto, eh?)
Poiché, per mia fortuna, l’Italia non è uno stato cristiano cattolico, né musulmano, né pastafariano, né quel che volete in senso religioso parlando (a dirla tutta, in senso lato, l’Italia è solo uno stato minchione, anche se non c’è scritto da nessuna parte), ma è uno stato laico e dovrebbe garantire che l’istruzione sia laica, le leggi siano laiche e porca troia si spera che tutto tenda al laicismo, allora se anche una persona, una sola su circa sessanta milioni si sente parte lesa in questo senso (a meno che questa sua rivendicazione non cozzi con qualche altra legge), ossia crede che il suo diritto costituzionale di non essere religiosamente influenzata dalla stato sia leso, ebbene, mi pare chiarissimo che si deve garantire l’integrità di questo suo diritto. Chiaro? Non ci sono tradizioni che tengano.
E poi, amici cari cristianucoli, voi venite a parlarmi di tradizioni? Voi che avete abbattuto senza pietà alberi sacri ai culti pagani? Voi che avete distrutto intere civiltà perché quei culti erano sacrileghi? Voi che in Africa smantellate culture con la scusa di portare l’amore di Cristo? Voi ve ne fottete delle tradizioni che non vi riguardano. Qui, però, nessuno sta mettendo in discussione le vostre tradizioni; mi pare che i luoghi dove diffonderle li abbiate tutti. Vi fanno fare persino le messe in diretta televisiva.
L’invito è a non essere né porci, né galline, ma qualcuno che è in grado di riconoscerli. Non è un crocifisso a rendere ‘gesuiste’ le altre persone. Il cristianesimo, come qualsiasi altra religione, non deve essere né imposto né spacciato sottobanco (o sopra i banchi); ma capisco che questo non vi importa. Vi piace sentirvi dalla parte dei buoni e belli. Mi piacerebbe che i vostri figli non crescessero come voi; ma a voi non piacerebbe. Vi interessa la cresima solo per l’orologio nuovo; vi secca ‘cummattiri cche ‘parrina (dar conto ai preti); però il crocifisso in classe non si tocca. Il burqa oltraggia le donne e non va bene; il crocifisso in classe dà fastidio a chi non è cristiano; ma di questo non ve ne frega.
Il motivo è lo stesso per cui il Vaticano si mobilita contro il referendum sulle staminali, con comizi, volantini e militanza, ed invece s’ode a mala pena una voce non troppo esplicita e neanche forte sulle leggi (razziali) contro gli immigrati. Farisei. Avreste crocifisso nuovamente Gesù. E poi lo avreste adorato. E poi in nome delle sue sofferenze avreste perseguitato altri e obbligato a guardare il frutto della vostra crocifissione appeso a un muro.
In una parola: mi fate schifo, voi e le vostre crocifesserie. E spero di avervi rotto abbastanza i coglioni.

P.s. Mi sono deciso a scrivere questo post dover aver letto quello di Tommy David, che pertanto ringrazio.