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Idiosincrasie (parte seconda)

Vado almanaccando.

E mi chiedo perché mai un malcapitato lettore che v’incappi – per caso, per celia o di proposito – debba sorbirsi le mie vegliarde lamentazioni. C’avrà già le sue mi dico di idiosincrasie. Pretendere che venga appresso alle mie sarebbe crudele; in ogni caso vano.

Vanitas vanitatum et omnia vanitas.

E si vorrebbe portare la gioia, il riso, il riposo o quantomeno una sana abulia agli affanni umani, invece di ritrovarsi ognora a scrivere pagine dolenti, frutto di misere beghe quotidiane, ciniche di rabbie allo stomaco (ma ogni cinismo è profondamente moralista), vergate con penna umida di livore, sussurrate a voi, lettori incappati, multis lacrimis et lamentatione flebili.

Ve le porgo così, tra il serio e il faceto, come un ebbro giullare scampaforche.

 

Gli occhi sono lo specchio dell'anima

 

Culi pubblicitari. L’emancipazione femminile è già di per sé un concetto orribile. Anzi, mi correggo: formato da una parola orribile: emancipazione. Che poi la condizione espressa dall’orribile termine sia ben lungi dal volere essere raggiunta da chi la propugna, è un dato di fatto. Ogni volta che una femmina si lamenta di una pubblicità in cui il corpo della donna sarebbe sfruttato per mezzo di rimandi sessuali, si sferra un terribile colpo di accetta alla libertà femminile. Anzi, alla libertà tout court. E il burqa giustamente, dico non lo vogliamo, calpesta la dignità della donna. E la pubblicità dove si vedono culi e tette non la vogliamo, calpesta la dignità della donna. Ma cos’è che volete? Una donna sempre e comunque vestita in borghese, come una buona madre di famiglia? Forniamo un rapido elenco, per raccapezzolarci: 1) se vedo una pubblicità in cui si fa esplicito riferimento alla sessualità maschile o si mostrano parti del corpo maschile con connotati direttamente o indirettamente sessuali, io me ne fotto, non sento che la mia dignità di maschio sia svilita; perché per le femmine dovrebbe essere diverso? Allora ammettete che i maschi possono e debbano essere sessualmente più liberi delle femmine? 2) Se c’è una pubblicità con un culo di femmina, è perché una femmina l’ha fatta. Fatti suoi. Lei è una persona che può fare del proprio corpo ciò che vuole, in barba al vostro femminismo, perbenismo, moralismo d’accatto. Se non si sente sminuita lei, perché vi ci dovreste sentirvi voi? Il culo è suo, non vostro. 3) Cos’è questo puritanesimo pruriginoso che vorrebbe vietare di giocare, scherzare, mostrare, ammiccare con riferimenti alla sessualità, specialmente femminile? Ma via con queste sciocchezze! Via con questa morbosità da maniaci e maniache, che strepita a ogni pezzetto di carne in più che si vede! Io vedo tanta vergogna delle proprie passioni, dei propri istinti. E chissà che se tutti fossimo sicuri di avere un bel culo non lo sbandiereremmo ogniddì per via. Se poi pagati, tanto meglio.

Riconoscimenti culturali. I premi alla cultura, in ogni sua forma — in ogni loro forma, sono una bestialità che toglie spessore alla cosiddetta cultura stessa. Per cosa dovrebbe essere premiato l’uomo di cultura? Se è veramente tale, egli non può fare a meno di andare contro la società, in generale; non può fare a meno di accusarla, di inchiodarla, di condannarla. L’ultima cosa che gli viene in mente è di scendere a patti con essa. Proprio qui sta l’inghippo: il riconoscimento culturale è un tentativo di patteggiamento, di trovare un accordo, un punto d’incontro. Va bene  si dice –, noi ti riconosciamo nel ruolo di rompicoglioni, ma ci piaci lo stesso. Ora che ti abbiamo dato il premio, però, non è che puoi avercela ancora con noi. Ed ecco cosa dovrebbero fare tutti gli ‘uomini di cultura’. Innanzi tutto abolire la parola ‘cultura’ e la conseguente locuzione ‘uomo di cultura’; poi rifiutare tutti i premi e i riconoscimenti del genere. Quest’uomo ch’è fatto per fastidiare, per intristire, per mostrare l’infinita vanità del tutto, per consolare a limite con qualche bella parola, si dovrebbe trovare ora coinvolto in passerelle e girotondi, in salottini e feste mondane. Dovrebbe esprimere la sua gratitudine alla società che lo ha riconosciuto. Ma quando mai! Essa, semmai, lo ha misconosciuto, sin dapprincipio: non ha compreso i suoi libri, la sua musica, le sue opere. Non per un qualche motivo preciso; ma solo per via della sua essenza, perché lei è la società, mentre lui è fuori di essa. Ma poi, certo, c’è da campare; e allora arriva il ricatto dei soldi, come sempre, come in tutte le vite. Si fosse almeno ignorati con stile, come diceva Carmelo Bene. E allora l’unico possibile patteggiamento, provocatorio, cinico: che gli diano pure i soldi per campare, come premio sì, ma — sottobanco.

Politicamente scoreggio. Nella classifica degna d’ogni infamia di coloro che scrivono male, al secondo posto troviamo gli scrittori mediocri: romanzieri della domenica, saggisti accademici o da rivistina, sociologi e pedagogisti. Al primo, e sono i peggiori, giornalisti e politici — tutti una cricca. (Ma al terzo posto c’è chi non sa scrivere, chi scrive male per natura, privo di talento, idee, stile, forma, financo di grammatica. Almeno questi hanno il merito di non inventare orribili neologismi.) È l’uso abominevole della lingua che più d’ogni altra cosa mostra l’uguaglianza di giornalisti e politici. Il politicamente corretto non è una questione morale, ma una questione linguistica, vale a dire estetica: è così che nascono parole, locuzioni, frasi di una bruttezza sconcertante e inaudita. Da chi parla e scrive in una lingua tanto brutta, potrà mai venire niente di buono? Sguazzano nel loro linguaggio come maiali nella melma e con lo stesso intento: cercare d’imbellettarsi e procacciarsi il cibo. Come primo passo verso il cammino della bellezza, basterebbe compierne uno che allontani dal politicamente corretto. E chi pone in casi del genere una questione morale, si ascolti già nell’usare tale espressione: non è parlare, è grufolare e grugnire nel fango.

(Per chi si fosse perso la prima parte,
eccola qua.)