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Peregrinus e Röschen

Quando Peregrinus bussò alla porta di Lämmerhirt una dolce voce di donna esclamò: «Avanti!». Peregrinus aprì la porta, gli si fece incontro una fanciulla che si trovava sola nella stanza e gli domandò in cosa potesse servirlo.
Basti dire al benevolo lettore che la fanciulla poteva avere circa diciotto anni, era più alta che bassa, slanciata e perfettamente proporzionata, aveva capelli castano chiari, occhi azzurro scuri e una pelle che pareva un tenero tessuto di gigli e rose. Più di tutto colpiva però il fatto che il volto esprimeva quel dolce mistero della purezza verginale, quel fascino celeste e sublime che qualche antico pittore tedesco ha colto nei suoi dipinti.
Non appena Peregrinus ebbe guardato negli occhi la soave fanciulla ebbe la sensazione di essere stato avvolto da lacci opprimenti, sciolti da una potenza benefica e credette di vedere davanti a sé l’angelo della luce, al cui braccio sarebbe entrato nel regno dell’indicibile voluttà amorosa e dello struggimento. La fanciulla, arrossendo dinanzi allo sguardo fisso di Peregrinus e abbassando costumatamente gli occhi, chiese nuovamente cosa desiderasse il signore. [...]
Poi un grazioso sorriso illuminò come una dolce alba il viso della fanciulla che si profuse in ringraziamenti e benedizioni perché Peregrinus era il benefattore del padre e della madre e non solo per questo – no! – per la sua bontà, la sua gentilezza, il modo in cui il Natale precedente aveva fatto quei doni ai bambini spargendo gioia e felicità e recando loro la pace e la felicità del cielo. [...]
La fanciulla, dopo che Peregrnius si fu seduto meccanicamente nella larga poltrona di Lämmerhirt, prese la sua sedia, Peregrinus allora, per un’istintiva gentilezza saltò su e cercò di avvicinarle la sedia stessa, accadde però che al posto dello schienale afferrasse la mano della fanciulla e stringendo lievemente quel gioiello ebbe l’impressione di percepire una quasi impercettibile pressione da parte di lei. «Micio, micio, cosa fai!». Con queste parole la fanciulla si voltò e raccolse dal pavimento un gomitolo che il gatto teneva tra le zampe anteriori, iniziando a intrecciare una mistica trama. Poi, con infantile disinvoltura, afferrò il braccio di Peregrinus immerso nell’estasi celestiale, lo condusse alla poltrona e lo pregò ancora una volta di sedersi, mentre ella stessa gli sedeva di fronte e metteva mano a un qualche lavoro femminile. Peregrinus beccheggiava nella tempesta di un mare infuriato. «Oh principessa!», la parola gli sfuggì senza nemmeno sapere come. La fanciulla lo guardò tutta spaventata ed egli ebbe l’impressione di aver peccato nei confronti di quella bellezza, al che esclamò nel tono più dolce e malinconico: «Mia carissima, adorata mademoiselle!».
La fanciulla arrossì e disse con soave pudore verginale: «I genitori mi chiamano Röschen, chiamatemi anche voi così, caro signor Peregrinus, perché anch’io sono una di quei bimbi ai quali avete dimostrato tanta benevolenza e dai quali venite sommamente ammirato».
«Röschen!», esclamò Peregrinus completamente fuori di sé; stava per gettarsi ai piedi della soave fanciulla e a malapena si trattenne.
(E. T. A. Hoffmann, Maestro Pulce, in Fiabe, Newton & Compton, Milano 1997, pagg. 274-275)

Giorni di intense letture

Giorni di intense letture, di ubriacature, di scempiaggini e di enormi ed esiziali errori…

Cominciamo (e forse finiremo) con le letture. Ho (ri)letto I discepoli di Sais del sempre presente nei miei pensieri Novalis. È inutile ch’io mi dilunghi sulla morte ventinovenne per consunzione; parimenti solo sfiorando la sua immagine posso accennare alla morte della sua fidanzata bambini, tisica, deceduta a quindici anni.
Posso solo rivelare che tra i vari accenni alla Natura, tema su cui è incentrata l’incompiutezza de I discepoli di Sais, in particolare vi sono delle righe che schiuderanno un mondo per alcuni sviluppi del Tempio dell’Ombra. Cito queste righe:

«Nel momento in cui pensa l’uomo ritorna alla funzione originaria del suo esistere, alla meditazione creativa, a quel momento in cui produzione e conoscenza erano congiunte tra loro in un meraviglioso rapporto di reciproco scambio, a quell’istante creativo in cui nasce la vera gioia, l’autoconcepimento interiore. Quando poi egli si immerge interamente nella contemplazione di questo fenomeno originario gli si dispiega innanzi, come in uno spettacolo incommensurabile dai tempi e dagli spazi inusitati, la storia della creazione della Natura, e ogni punto saldo che si stabilisce nel fluido infinito è per lui una nuova rivelazione del genio dell’amore, un nuovo legame tra il tu e l’io. La descrizione accurata di questa interiore storia del mondo è la vera teoria della Natura. Dall’intima coerenza dei suoi pensieri, e dalla loro armonia con l’universo, si forma spontaneamente un sistema di pensieri che racchiude il ritratto compiuto e la formula dell’universo» (Novalis, I discepoli di Sais, in G. Bevilacqua (a cura di), I romantici tedeschi, Vol. I, Narrativa, BUR, Milano 2003, 172).

Ho letto, sempre del caro Novalis, Enrico di Ofterdingen; romanzo certamente più ampio del precedente, ma parimenti incompiuto. Qui Novalis pare tentato dalla divagazione, dalla fuga in Fiabe a volte pure banali; ma è prettamente un romanzo simbolico, intessuto dell’essenza stessa della fiaba, ed in cui ho pure trovato un possibile appiglio inaspettato per la mia tesi.

Ho pure letto alcuni racconti di Hoffmann (tra l’altro ho scoperto che Davide adora, come me, lo strepitoso Gli elisir del Diavolo); bene, dunque, dicevo che ho letto:

  • Il cavaliere Gluck, racconto ottocentesco se altri mai, in cui Hoffmann in prima persona incontra proprio Gluck, condannato a vagare tra i vivi senza poter essere riconosciuto perché con la sua musica ha rivelato i segreti celesti;
  • Le avventure della notte di San Silvestro, in cui il tema dello shock amoroso verso la femme fatale si congiunge al topos della vendita dell’anima al diavolo; più precisamente il protagonista dona il proprio riflesso allo specchio (l’immagine di se stesso, la propria auto-coscienza) alla donna che infine si rivelerà strumento del demonio;
  • L’Orco Insabbia, dove timori d’infanzia si congiungono con arcane pratiche alchemiche e con il tema dell’automa, l’artificiale che diviene vivo; difatti il protagonista si innamora di una donna algida, che non parla quasi mai e che alla fine scoprirà essere un automa; tutto ciò lo condurrà a un tentativo di omicidio ed alla follia;
  • Le miniere di Falun mostrano l’interesse verso l’inanimato, il minerario, tipico del romanticismo sin da Novalis; un giovane marinai, imbarcatosi per sbarcare il lunario e provvedere alla madre, rimarrà affascinato a tal punto dallo spirito delle miniere, di ciò che sta racchiuso nella terra, personificato nella figura di un leggendario minatore; il giovane, il giorno stesso del suo matrimonio, svanirà nei meandri della miniera attratto da un’arcana forza:
  • Gli automi riprende il tema, com’è evidente, dell’automa, della vita, anzi di un’intelligenza superiore sprigionata misteriosamente dagli ingranaggi di un uomo finto; dopo un’interessante discussione sulla possibilità di un’intelligenza artificiale, ancora una volta arcane forze trasportano il protagonista verso il suo destino di follia amorosa;
  • Vampirismo, infine, tra atavismi e nobiltà in decadenza, trasfigura in questo tema tanto caro ai romantici le brutalità umane.

Ho, inoltre, ripreso la lettura di Borges, terminandola con Storia universale dell’infamia, in cui ho ritrovato anche un breve racconto, segnatamente Hakim di Merv, il tintore mascherato, che ha ispirato una miniserie di un fumetto che sto seguendo, ossia Volto nascosto.

Ma soprattutto ho ridato una lettura a L’Aleph e a Lo Zahir. Se il primo di questi due racchiude l’intero universo in un paio di pagine (quelle finali del racconto), è il secondo che mi angoscia e affascina. Borges è riuscito a fare del suo racconto stesso uno Zahir.

[Devo confessare che l’ho riletto per via di una mia ossessione, che mi trascino da qualche tempo. Non posso fare a meno, infatti, di pensare e contemplare solo anche nella mia mente lo sguardo, o più in generale l’espressione di una ragazza. Non è questione di innamoramento (per quello c’è qualcun'altra… ma di ciò di cui non si può parlare…); tra l’altro è una ragazza che neanche mi piace; però ogni immagine, sensazione o ragionamento mi riporta a quella espressione che talvolta le ho visto.]

Lo Zahir, se ci fosse bisogno di ricordarlo, a Buenos Aires è una moneta da venti centesimi. La trappola dello Zahier consiste nel suo potere di far credere che a forza di pensarlo e ripensarlo ci si possa liberare di lui. Meravigliose le ultime frasi del racconto:

«Per perdersi in Dio, i sufisti ripetono il loro nome o i novantanove nomi divini finché questi non vogliono più dire nulla. Io desidero percorrere tale via. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio».(J. L. Borges, Lo Zahir, in Tutte le opere, Vol. I, Mondadori, Milano 1984, pag. 856).

Infine ricordo le mie letture del Protagora di Platone e di un testo perlopiù sconosciuto ma che si è rivelato molto proficuo (come ogni Sua segnalazione), ossia Primeval Man del Duca di Argyll; di quest’ultimo vedremo di approntare, io e Davide, qualche stralcio di traduzione (giacché non è mai stato tradotto in italiano) per Il Tempio dell’Ombra.
E che dire? Ho cominciato la lettura del Don Chisciotte (me lo ripromettevo da qualche anno) e de I Miti oggi di Roland Barthes.

Per il resto, i giorni vanno tra splendori e miserie. L’unico paio di versi decenti che ho scritto in questo periodo sono codesti (e con essi vi lascio):

«Tutto è sbiadito; tutto si disfa
sfiorandolo con un dito».