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Ketty (Il cane e la morte)

Qui nel mio paesello, in questa Regalbuto dove le ottomila persone che vi abitano esemplano la schifezza e lo splendore del mondo, c’è un cane, un randagio, che si accompagna spesso con un altro randagio, una sorta di menestrello d’altri tempi la cui principale occupazione è intonare serenate notturne per gli sposi la sera del dì di nozze.

Questo cane ha la strana abitudine, acquisita chissà quando e perché (nonostante si possano fare delle supposizioni, nessuna è certa), di accompagnare fino al cimitero ogni corteo funebre. Quando sente le campane suonare a morto, lancia una sorta di lamento e si accoda alla processione dietro l’automobile con la bara; si va dunque con il cane, a piedi, dalla chiesa al cimitero. Il cane segue silenzioso le persone; giunge fino alla tomba, attende seduto o sdraiato e, quando si accorge che la gente comincia a tornare a casa, ritorna altrettanto silenzioso ai suoi vagabondaggi.

Se questo cane non è la stessa morte o un suo emissario, è senz’altro qualcosa di molto simile, perché esso non distingue, non fa eccezioni: accompagna tutti i morti. Per lui un morto vale l’altro; dà un lamento per ciascuno, non piange per nessuno, segue tutti.

Anche per me le morti, tutto sommato, sono state finora tutte uguali; tutte con gli stessi ridicoli riti (eppure così necessari per gli altri); tutti con le stesse lacrime, con gli stessi discorsi, gli identici luoghi comuni, la mia insofferenza che ieri (al funerale della nonna di una mia cara amica) mi ha condotto a pensare: «Meno male che quando sarò io a morire non potrò assistere a un simile spettacolo!».

E proprio ieri sono passato davanti a quel che resta dell’unica morte che finora m’ha fatto veramente male; a tal punto che ancora ieri, dopo quasi otto anni, ho sentito una fitta allo stomaco vedendo, come ho detto, quel che resta di quella morte, ossia la cappella, le foto, i fiori… Nulla più.

La notte tra il 14 e il 15 dicembre del 2000 morì la mia amica Ketty, a soli 18 anni e dopo poco più di un mese di malattia. Quale? Non si capì, si capì tardi, io non lo capii mai. Tuttora non ne sono sicuro. Una setticemia? Forse…

Ieri ho rivisto le sue foto, là nella tomba, e dei fogli che sua madre ha raccolto, dove ci sono anche alcune mie poesie che scrissi quando morì e poi per alcuni anni nel giorno dell’anniversario. Ho un ricordo ancora vivo (e perciò tanto più doloroso) di tutto quel periodo; qualche tempo prima ero stato anche un po’ infatuato di lei. Avevo i miei bei diciassette anni ed alle spalle otto mesi di ipocondria che non mi faceva dormire la notte e mi causava strani fastidi allo stomaco; nel giro di pochi mesi m’era venuto il morbillo (a 17 anni!) e un’infezione sulla nuca che mi fece perdere per qualche mese un piccolo cerchiolino di capelli. Credevo io stesso, quasi ogni notte, di dover morire. Era, però, pur sempre il fiore della giovinezza; mi divertivo, mi innamoravo, pur stando male, malissimo.

È strano ora considerare come la morte di Ketty m’abbia guarito; quando morì smisi di stare male, almeno nel senso di prima. Ciò che per qualcuno è la morte, per qualcun altro pare essere una sorta di salvezza. I cristiani vedrebbero in questo un segno della provvidenza, sentendosi importanti al punto da poter considerare la morte di qualcuno come un’opera compiuta dal Dio al fine di apportare un bene. Non v’è atteggiamento più superbo. Io vi scorgo invece un passaggio dalla possibilità della morte alla sua realtà. La realtà della morte aveva spazzato la possibilità che mi sprofondava nell’ipocondria, nel malessere, nell’insonnia. Ma mi gettava in una sofferenza più estrema e sofisticata, ossia, abbandonata quella della possibilità di non poter essere più, la sofferenza della realtà dell’esistere.

Tenevo, allora molto meno sporadicamente che adesso, un diario. Seppi della morte di Ketty quando scesi dall’autobus nel freddo invernale di Leonforte, dove studiavo al liceo. Ne scrissi così:

«15/12/2000

Oggi non ci sono nuvole. C’è un bel sole; c’è anche una sbiadita luna. Ma niente nuvole; neanche una. Solo un bel cielo azzurro. Non sembra neanche dicembre.
Ketty è morta stanotte.
Io non voglio cancellare il suo nome dal mio cellulare. Il cielo è azzurro come gli occhi di Ketty ormai spenti per sempre. Per me non morirà mai. Conserverò nel mio cuore l’immagine di lei che mi saluta con la lingua di fuori. Non voglio cancellare il suo nome dal mio cellulare.»

Raramente parlo di questi eventi. Gli stessi amici del circolo di Catania (nonché miei più assidui lettori) credo non ne sapessero nulla. Affido ora queste vicende alla scrittura, seppure nella veste di una scrittura che si confonderà e disperderà nell’universo intricato e labirintico del web. È giusto così.

La lettura de La fuggitiva (o Albertine scomparsa; si guardi il post precedente) mi ha illuminato, svelato e descritto sensazioni che provo; come il dimenticare il viso di chi non c’è più, obliare piano piano quasi tutto, eventi, situazioni, episodi, frasi.

Si confronti, poi, questo passo con quanto scrissi sul mio diario. Ecco il brano di Proust:

«E il pensiero che questa domanda [se e con chi avesse avuto rapporti a Balbec] che avrei voluto, che mi sembrava d’essere sul punto di porle, avendo portato repentinamente Albertine al mio fianco, non grazie a uno sforzo di resurrezione, ma come per la combinazione d’uno di quegli incontri da cui – come nelle fotografia non “in posa”, nelle istantanee – una persona risulta sempre più viva, nello stesso momento in cui immaginavo la nostra conversazione io ne sentivo l’impossibilità» (Marcel Proust, Albertine scomparsa, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Mondadori, Milano 1993, pagg. 92-93).

Ed ecco il brano del mio diario:

«17/12/2000

Quando portarono il suo corpo racchiuso ormai dentro la bara, non volli andare subito da lei. Ci andò invece mia madre. Allora la madre di Ketty disse alla mia: “Ma tuo figlio non viene? Ketty lo sta aspettando…” Dopo un paio d’ore mia madre ritornò a casa di Ketty sempre senza di me; la madre di Ketty disse di nuovo: “Ma tuo figlio non viene? Ketty lo sta aspettando…”
Ci andai la sera. […] Arrivai a casa sua; poi di fronte alla bara bianca. Vidi che sopra c’era una foto. Stranamente non piansi, perché nella foto notai che non c’era il sorriso sul suo volto. C’erano uno sguardo evasivo e un’espressione di disagio che rendevano la foto così naturale che per un momento la rividi più viva che mai.»

Forse solo chi ha vissuto una situazione simile può comprendere come ci si possa sentire in colpa di sopravvivere a qualcuno. Perché è morta lei e non io? Si è pervasi da un senso di ingiustizia, ma come se gli artefici e coloro che subiscono l’ingiustizia fossero la stessa persona e cioè noi stessi. Chi muore non è più niente; non può subire ingiustizie, o meglio, non può sentirle; io che non sono morto mi sento ingiusto nei suoi confronti, perché le sopravvivo, eppure sento addosso tutto il peso di questa ingiustizia. E la convinzione che ho adesso è che la colpa, l’ingiustizia siano categorie inappropriate; tutto è giusto, il che vuol dire che nulla lo è perché se nulla è ingiusto, nulla può essere giusto.

I primi mesi dopo la morte di Ketty, come sempre accade, credevo di vederla, di intravvedere un cappellino come quello che aveva, di scorgerla da lontano e di rimanerne sorpreso. Pensavo, come Proust, che non mi sarei mai rassegnato a non vederla mai più.
Tutto è giusto, però, nel senso che tutto è corretto, perché inevitabile, necessario, pure l’oblio e ciò che non avrei mai creduto, ossia la rassegnazione al fatto solido e consistente che, dovessi girare la terra da cima a fondo, Ketty non la rivedrò mai più.

La fuggitiva

La breve premessa si collega stranamente con l’oggetto principale di questo post. Riguarda lo straordinarioconvegno organizzato dal circolo di Catania (o Sitosophia che dir si voglia) il cui quasi esclusivo merito, ricordo, va a Davide Dell’Ombra (anche noto come chiddu cca vavva). Tale giornata studio è stata strepitosa; per tanti motivi, tra i quali l’affluenza che ha sposato le più rosee aspettative (in certi momenti c’erano oltre cento persone); l’essere riusciti a mostrare le tante sfaccettature del tema trattato e della stessa filosofia ed averle, in qualche modo, tenute insieme, se non raccordate, almeno intrecciate; l’avere mostrato, ancora una volta, che l’impegno, le capacità messe a frutto, la caparbietà portano quasi da sé, come una necessaria conseguenza, anche se per questo non meno entusiasmante, eventi di questo genere.

Segnalo, a questo proposito, un articolo e un post (anche se del secondo, come sa l’autore, non condivido quasi niente). Se la filosofia, Raciti docet, deve mostrare il primato ontologico della pace, è bene che i contrasti si mostrino, che due impressioni contraddittorie stiano insieme; così si annienteranno, condurranno alla bianca pace della morte; e da qui, da questa siderale distanza, potranno ritornare alla vita, facendo scattare il meccanismo della comprensione.

Il tema trattato al convegno è stato il tempo. O la temporalità. Il che, lo dico per i non addetti ai lavori, non è per nulla uguale; Heidegger ci ha insegnato come il tempo dell’esserci dipenda dalla costitutiva temporalità di quest’ultimo; Nannini, Camardi, Mazzone hanno parlato di un tempo; Biuso ha parlato di 9 (nove!) tempi diversi; Raciti ha parlato del Tempo. A quale dei tempi citati da Biuso si riferiva? O si riferiva piuttosto alla Temporalità? La chiusa di Raciti è coincisa con la chiusa della giornata studio (le domande successive, come sempre accade, sono state per gran parte insignificanti): la Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica diventa la Tragedia del Nascere dallo Spirito della Dissonanza. Perché l’essere e non il nulla? Perché la pace della musica è spezzata dalla vita della Dissonanza.

Il tempo, dicevamo. Sono giunto circa a metà, ma la tentazione di scrivervi è troppo forte: sto leggendo il sesto e penultimo romanzo della Recherche; dopo La prigioniera ci troviamo di fronte a La fuggitiva (titolo che preferisco all’altro: Albertine scomparsa. Citerò da: Marcel Proust, Albertine scomparsa, in Alla ricerca del tempo perduto, vol. IV, Mondadori, Milano 1993). Questo sesto romanzo comincia (lasciando da parte i problemi filologici) con la stessa frase con cui s’era concluso il romanzo precedente: «Mademoiselle Albertine se n’è andata!». Ciò che per qualunque altro scrittore sarebbe stata solo una vicenda smielata e patetica fino al disgusto, ossia l’abbandono da parte dell’amata e la sua di poco successiva e tragica morte, in Proust miracolosamente acquista il potere di svelare il tempo, i meccanismi della memoria (e quindi dell’oblio). L’abbandono dell’amata si rivela per quello che è; il protagonista-narratore voleva lasciarla, credeva di non amarla punto; messo di fronte al fatto compiuto, però, quello che aveva creduto «non essere niente per me era, molto semplicemente, tutta la mia vita» (pag. 5).

La morte di Albertine, che consacra la sua fuga e la rende eterna, permettendo di considerare quello che sembrava un abbandono temporaneo sub specie aeternitatis, coinvolge parimenti lo spazio; Marcel si rende conto che: «adesso non era più in nessun luogo, avrei potuto percorrere la terra da un polo all’altro senza incontrarla; la realtà, richiusasi sopra di lei, era ridiventata liscia, aveva cancellato anche l’ultima traccia dell’essere ch’era colato a picco» (pag. 113). La realtà si mostra come uno spazio vuoto, in cui non incontriamo più l’oggetto che lo curva, la rende ruvido, lo storpia, lo deforma.

La penetrante sofferenza della morte di Albertine mostra come la mente subisca (perché inestricabilmente connessa con esso) le stesse sorti di una ferita corporale; la calzante, anzi la perfetta similitudine di Proust coglie nel segno: un cambiamento del tempo (atmosferico) gli ricorda cosa faceva Albertine in giornate come quelle; a ciò si aggiunge la gelosia, perché probabilmente ella si sarebbe recata ad amoreggiare con qualche ragazzina; Marcel nota (e qui, infine, v’è la similitudine perfetta) che «visto che non poteva più farlo, non avrei dovuto soffrire di questa idea; ma, come succede ai mutilati, il minimo cambiamento di tempo rinnovava i miei dolori all’arto che non esisteva più» (pag. 90).

Albertine è parte del corpo (perché parte della mente) del narratore; da ciò ne segue il totale sconvolgimento, soprattutto temporale che deriva dalla sua morte.

Dopo aver ricevuto un telegramma in cui lo si metteva al corrente della morte di Albertine, Marcel ne riceve altri due da questa; l’ultimo telegramma di Albertine lo supplicava di poter tornare da lui. Albertine, dicevamo, è parte del corpo (ormai mutilata) di Marcel; dunque è per questo che egli amaramente constata: «Perché la morte di Albertine potesse sopprimere le mie sofferenze, l’urto avrebbe dovuto ucciderla non solo in Touraine [luogo dell’incidente], ma dentro di me. Lì non era mai stata più viva. Per entrare in noi, un essere è costretto a prendere la forma, a piegarsi alla cornice del tempo; non apparendoci che per istanti successivi, non ha potuto lasciarci di sé che un solo aspetto alla volta, consegnarci di sé nulla più d’una singola fotografia. […] La memoria d’un momento non è informata di tutto ciò che è avvenuto in seguito. […] Questo sbriciolamento non si limita a far vivere colei che è morta, la moltiplica. Per consolarmi, avrei dovuto dimenticare non una soltanto, ma innumerevoli Albertine. Quando fossi arrivato a sopportare il dolore d’aver perduto quella, avrei dovuto ricominciare con un’altra, con cento altre.» (pag. 75).

Il coinvolgimento (o lo sconvolgimento) della persona è totale: riguarda il suo corpo, la sua psiche, la sua identità, il suo tempo nelle tre dimensioni del passato, presente e futuro. È annientato il sicuro conforto del ricordo, perché causa di sofferenze; è annientato perché la necessità farà il suo corso e corroderà le immagini e gli affetti: «Non avevo più che una speranza per il futuro, una speranza ben più straziante d’un timore: dimenticare Albertine. Sapevo che un giorno l’avrei dimenticata, avevo pur dimenticato Gilberte, Madame de Guermantes, avevo pur dimenticato la nonna. E per l’oblio così totale, sereno come quello dei cimiteri, con cui ci stacchiamo dalle persone che abbiamo smesso d’amare, il castigo più giusto e più crudele è proprio quello d’intravederlo come inevitabile, questo stesso oblio, nei confronti di quelle che ancora amiamo» (pag. 80).

È annientata l’unità identitaria del soggetto, il susseguirsi delle stagioni, il rapporto che lega la persona all’intero universo: «Legato com’era a tutte le stagioni, perché io perdessi il ricordo di Albertine avrei dovuto dimenticarle tutte, a costo poi di ricominciare a conoscerle […]; avrei dovuto rinunciare a tutto l’universo. Soltanto, mi dicevo, una vera morte di me stesso avrebbe potuto […] consolarmi della sua. Non pensavo che la morte del proprio io non è né impossibile, né straordinaria; essa si consuma a nostra insaputa, se si vuole nostro malgrado, ogni giorno» (pag. 82).

È annientata, infine, la protensione, la distensione della mente nel futuro: «domani, dopodomani, un futuro di vita in comune, forse per sempre, che comincia, il mio cuore gli balza incontro ma quello non c’è più, Albertine è morta» (pag. 77).

Come avete potuto vedere, ho citato molto (forse anche eccessivamente); ma credo ne valga la pena, per delle pagine così dense, così tragiche e profonde. La morte, senza la quale, come sosteneva Schopenhauer, non sarebbe potuto esistere il filosofare, ha svelato non solo la temporalità, ma anche (o forse conseguentemente) il senso delle azioni, dei pensieri, degli affetti di Marcel nei confronti di Albertine. Gli ha fatto comprendere perché assegnava più valore a discutere con Albertine rispetto a persone più intelligenti di lei; perché esiste e su cosa si fonda l’amore; tutto questo senza analisi di psicologia sperimentale o apparati neuroscientifici. La verità di Proust è valida per tutti, in qualche maniera arcana, proprio perché totalmente personale (o soggettiva, pur nell’annientamento dell’unità del soggetto). E mostra che quando il tempo compie la sua opera, lo spazio si richiude su di sé, cancellando ed annientando i grumi che lo deformano, tornando ad essere liscio, piatto, vuoto: in pace.

Due blog e un tentativo di eroismo

Prima di addentrarci nel tentativo di rimediare all’assenza che sono io me medesmo in questo periodo, è bene segnalare due blog di altrettanti colleghi.

Il primo che segnalo è di un membro del ‘circolo di Catania’ (ossia quel micromacrogruppo di colleghi sitosophici che trascorre le giornate catanesi con assurdi progetti post-pranzo); si tratta dunque della segnalazione del blog di Antonio Trovato (tra l’altro amico sin dai primi mesi universitari… Stiamo parlando della fine del 2002), esimio tanatologo e leopardista, nonché reiterato fellone e fedifrago.

L’altro è di Linda, anch’ella collega, dai modi estremamente dolci e cortesi, appassionata di musica e danza (praticava danza classica); i suoi molteplici interessi trovano riscontro e conferma nei post del suo blog, sempre diversi e ottimamente documentati.

Bene, dopo i convenienti convenevoli, dove ‘convenienti’ è da intendersi in senso antico, ossia come in qualche modo necessari, passiamo di passata su ciò che occupa la mia mente ultimamente. Ebbene, sono quasi totalmente immerso nella grecità; sto studiando storia greca ed accompagno a questo studio quello sui cosiddetti ‘presocratici’.

In particolare mi interessano i primordi del pensiero, perché a volte (anche se non sempre) ciò che è primo per tempo è primo anche per dignità e profondità. Un po’ come l’erotismo infantile.

Ad ogni modo, sono profondamente interessato all’orfismo. La lettura di Nei luoghi oscuri della saggezza di Peter Kingsley ha risvegliato in me il desiderio di sprofondare in una vita dove la filosofia riesca ad annullare i contrari ed a discendere in, appunto, quei luoghi oscuri dove, come direbbe Hegel, la filosofia abbandoni l’essere amore per il sapere per divenire infine sapere reale. È la saggezza che perseguo, la saggezza che mi fa capire che

«già una volta io fui fanciullo [koûros] e fanciulla [kóre]

e arbusto e uccello e pesce muto che guizza fuori dal mare»

(Empedocle, D-K B 117, in G. Reale (a cura di), I presocratici, Bompiani, Milano 2006, pag. 729)

Lo scavalcamento dell’individualità spicciola, della distinzione umana da tutte le altre forme di vita, distinzione che inevitabilmente viene vista come superiorità, ebbene tale scavalcamento può prendere forma in me solo accettando la metempsicosi o la metensomatosi. Io (io che sono io-corpo, o in maniera più estesa io-mente-corpo) morirò; morte che sarà trasformazione, eterno mescersi e separarsi di natura ordinata e disordinata o al di là di questo. Ordinata o disordinata se vista da altri uomini; altrimenti sarò pura parte della Sostanza, una e molteplice, spinoziana, che è e rimane uguale pur mutando sempre.

E giunto nell’Ade canterò con Orfeo, perché lì avverrà questo:

«Troverai a sinistra del palazzo di Ade una fonte

e accanto ad essa un cipresso, bianco, diritto:

a questa fonte non accostarti troppo.

Ne troverai poi un’altra, fresca acqua che fluisce

dal lago di Mnemosine; dinnanzi, però, vi stanno le guardie.

Dovrai dire: “Di Gea sono figlia, e di Urano stellato;

io ho una stirpe celeste, e questo anche voi lo sapete;

dalla sete io sono riarsa, sto morendo; ma datemi, presto,

acqua fresca che fluisce dal lago di Mnemosine”.

Ed essi ti daranno da bere dell’acqua dalla fonte divina,

e allora con gli altri eroi tu regnerai.»

(Lamina orfica da Petelia; in Orfeo, DK B 17, in ivi, pagg. 33-35)

Perché io discendo dalla Terra (Gea) e dal Cielo (Urano) stellato; io sono da sempre in questo tutto e in questo tutto sarò per sempre e regnare con gli altri eroi mi è dato da questa consapevolezza. E ancora dirò a Persefone (la «pura regina di sotterra»):

«Vengo pura dai puri, o regina di sotterra [chtoníon],

o Eucle ed Eubuleo e tutti gli altri dèi e dèmoni,

poiché mi vanto anch’io di essere della vostra stirpe beata»

(Orfeo, DK B 19, in ivi, pag. 35).

Bene, e visto che siamo in tema di sottosuolo, mi piace citare dei versi che ricordo a memoria per averli letti al liceo sulla copertina di un quaderno di un mio compagno di classe. Non sono riuscito a recuperarli per intero neanche sul web. Dovrebbe trattarsi (ma ho bisogno di conferme) di un sonetto di Dante. Vediamo se lo ricordo per intero e con la giusta punteggiatura:

«Nel mentre ch’è trentenne, l’Eccellente

(nelle lettere regge, è legge, splende),

ben nel ventre terrestre se ne scende,

ente perenne, sede del Fetente.

 

C’è gente greve, erede del Serpente,

che fece pecche becere e tremende,

che geme e freme per veneree mende,

che perse fede e speme e se ne pente.

 

[vespe, pece, neve]… sete

… pene eterne,

e tenebre per sempre se entrerete!

 

Emerger preme nelle brezze verne

tender testè vêr belle estreme mete:

nell’etere veder le stelle esterne…».

 

Beh, niente da fare… Non riesco a ricordare buona parte dei primi due versi della prima terzina. Sarò infinitamente lieto a chiunque riesca a colmare questa lacuna.