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Vito Palloncino

Sabato sera avevo postato questo messaggio su twitter. Ebbene, non era soltanto un modo di dire: probabilmente entrerò a far parte del guinness dei primati. Non che mi importi di detenere un record; anzi a dire il vero me ne sto strafottendo. Mi piace però l’idea che mi ha coinvolto. Si tratta della costruzione di un tempio, più precisamente del Tempio della Concordia di Agrigento. Questo:

tempio-della-concordia

Ora, voi capirete che un filosofo ha un rapporto privilegiato coi templi; io stesso, poi, mi chiamo Tempio e, infine, non dimentichiamo Il Tempio dell’Ombra (che, lo dico solo adesso per chi non l’avesse ancora notato, s’è cambiato d’abito; la nuova veste grafica è veramente bella. Tutto merito di Davide e Viviana).

Dunque, costruiremo, io ed altre centocinquanta persone, tale tempio. Il record consisterà nel fatto che la costruzione sarà tutta fatta con i palloncini. Sì, avete letto bene: palloncini.
L’ideatore del progetto è un mio amico, Vito Lanza, anche noto come Vito Palloncino o lo Hobbit del lago Pozzillo. In questa foto, scattata a settembre a San Vito Lo Capo, lo vedete sui trampoli:


Con Vito Palloncino
Vito è un artista-artigiano; se visitate il suo sito (lo ripeto: www.vitopalloncino.it) scoprirete a quante attività s’è dedicato. Da un po’ di tempo a questa parte si dedica esclusivamente ai palloncini. Cari lettori, gli ho visto fare forme pazzesche! Su tutte la Pantera Rosa e Pippo (quest’ultimo veramente straordinario).

Parlando del progetto per il guiness, ebbene, come ho detto, sarà realizzato il Tempio della Concordia, in scala 2/3 rispetto all’originale. La costruzione di palloncini avrà le seguenti misure in metri: 27x12x7,5. Il numero di palloncini impiegato sarà di 61488 (sì: sessantunomilaquattrocentottantotto), scalzando il vecchio primato di ‘soli’ 58mila palloncini. Per conseguire il record conta solo il numero dei palloncini ed il loro diametro (non inferiore ai 20 cm); quindi non ha importanza né il tempo in cui si realizza la costruzione, né quante persone vi contribuiscono. Difatti Vito sta reclutando 150 volontari che lo aiutino, con la sola restrizione che devono essere tutti regalbutesi.

L’evento si svolgerà il 22 dicembre del 2008, presso il Palazzetto dello sport di Regalbuto.

Fine dell’estate. Il testamento.

Finalmente è finita, questa estate per cui tutti smaniano. Il mare, la nullafacenza, le vacanze, la gente allegra senza motivo, il rilassamento, tutti che escono, le femmine con le panze di fuori… Che schifezze!
Ma sì, cosa importa! Bien vivre, bien manger, bien foutre!!!
Finalmente è finita, dunque, e si ricomincia ad agire in maniera serrata (ciò che in sintesi vuol dire: ricomincia il mal di spalle).
Come avrete notato, ho allargato questo blog; non ne potevo più di quel coso stretto e lungo (il primo che fa una battuta oscena vince un palloncino); da 700px che era l’ho portato a 1000; ho allargato le due colonne laterali ed ho dato margini al testo principale. Spero risulti più leggibile e meno sgorbio.
Vi annuncio che a breve vi sarà una riapertura in grande stile de Il Tempio Dell’Ombra; vi anticipo solo che ci sarà una lotteria a premi e chi la vincerà avrà l’onore di trascorrere una giornata intera con il Tempio e il Dell’Ombra; e se vincerà una femminella potrà passare anche la notte con noi. (Vabbè, non è vera la storia della lotteria; ma pareva brutto annunciare una riapertura e poi non anticipare nulla; e poi se qualche femminella vuole passare una notte nel Tempio, beh, sempre a disposizione… ) (Per il Dell’Ombra non posso garantire, ma non penso manco lui si tiri indietro! ) (L’ultima emoticon ricalca una foto del Dell’Ombra nel giorno della sua laurea specialistica).
Della Giornata Studio del 2 ottobre ho già dato notizia nel post precedente. Spero accorriate numerosi; sarà, a mio avviso, uno tra gli eventi filosofici di più alto spessore che si sia visto in Sicilia negli ultimi tempi; sia per il tema trattato, sia, soprattutto, perché è raro vedere e sentire studiosi di tale portata che trattano di tale tema in uno stesso incontro.
Io, come al solito, leggo, se non da morire, almeno da mal di spalle. Sto leggendo Don Chisciotte (mi mancava) e procedo nella traduzione di Primeval Man; altre letture occasionali sono le poesie di Poe, uno dei miei primi amori letterari; lo leggevo addirittura alle scuole medie, se non qualcosa, mi pare di ricordare, in quinta elementare.
Avevo promesso a tale fantomatica Regina di scrivere un post sulla maschera; un post non l’ho scritto, ma ne ho accennato qualcosa qui.
Bene, mi pare che un po’ di parole si sono accumulate e questo post sembra quantomeno non-vuoto.
Approfitto di questa ventata di buona volontà (senza pace in terra agli uomini; ma tanto, chi se ne fotte) per inserire il testo e my own personal traduction della canzone che state ascoltando. Si tratta, for the second time in this blog di un capolavoro di Geroges Brassens, segnatamente di Le testament, una canzone malinconica, ironica e anche profonda, densa di pensiero; insomma, è una poesia cantata.  

Le testament

Je serai triste comme un saule

Quand le Dieu qui partout me suit

Me dira, la main sur l’épaule :

“Va-t’en voir là-haut si j’y suis. “

Alors, du ciel et de la terre

Il me faudra faire mon deuil…

Est-il encor debout le chêne

Ou le sapin de mon cercueil ?

Est-il encor debout le chêne

Ou le sapin de mon cercueil ?

S’il faut aller au cimetière,

J’ prendrai le chemin le plus long,

J’ ferai la tombe buissonnière,

J’ quitterai la vie à reculons…

Tant pis si les croque-morts me grondent,

Tant pis s’ils me croient fou à lier,

Je veux partir pour l’autre monde

Par le chemin des écoliers.

Je veux partir pour l’autre monde

Par le chemin des écoliers.

Avant d’aller conter fleurette

Aux belles âmes des damné’s,

Je rêv’ d’encore une amourette,

Je rêv’ d’encor’ m’enjuponner…

Encore un’ fois dire: “je t’aime”…

Encore un’ fois perdre le nord

En effeuillant le chrysanthème

Qui est la marguerite des morts.

En effeuillant le chrysanthème

Qui est la marguerite des morts.

Dieu veuill’ que ma veuve s’alarme

En enterrant son compagnon,

Et qu’ pour lui fair’ verser des larmes

Il n’y ait pas besoin d’oignon…

Qu’elle prenne en secondes noces

Un époux de mon acabit :

Il pourra profiter d’ mes bottes,

Et d’ mes pantoufle’ et d’ mes habits.

Il pourra profiter d’ mes bottes,

Et d’ mes pantoufle’ et d’ mes habits.

Qu’il boiv’ mon vin, qu’il aim’ ma femme,

Qu’il fum’ ma pipe et mon tabac,

Mais que jamais – mort de mon âme!

Jamais il ne fouette mes chats…

Quoique je n’ai’ pas un atome,

Une ombre de méchanceté,

S’il fouett’ mes chats, y’a un fantôme

Qui viendra le persécuter.

S’il fouett’ mes chats, y’a un fantôme

Qui viendra le persécuter.

Ici-gît une feuille morte,

Ici finit mon testament…

On a marqué dessus ma porte :

“Fermé pour caus’ d’enterrement. “

J’ai quitté la vi’ sans rancune,

J’aurai plus jamais mal aux dents :
Me v’là dans la fosse commune,
La fosse commune du temps.
Me v’là dans la fosse commune,
La fosse commune du temps.

Il testamento

Sarò triste come un salice

Quando il dio che dappertutto mi segue

Mi dirà, la mano sulla spalla:

«Và a vedere là in alto se ci sono».

Allora, del cielo e della terra

Mi farà fare il mio lutto…

È ancora in piedi la quercia

O l’abete della mia bara?

Se si deve andare al cimitero

Prenderò il cammino più lungo;

farò la tomba cespugliosa,

lascerò la vita a rinculo…

tanto peggio se i beccamorti mi sgridano,

tanto peggio si mi credono matto da legare,

voglio partire per l’altro mondo

per il cammino degli scolari.

Prima di andare a contare i fiorellini

Alle belle anime dei dannati,

sogno ancora un piccolo amore,

sogno ancora di inzerbinarmi[1];

ancora un volta dire: “Ti amo”,

ancora una perdere la bussola

sfogliando il crisantemo

che è la margherita dei morti.

Dio vuole che la mia vedova si disperi,

seppellendo il suo compagno,

e per farle versare delle lacrime

non c’è bisogno di cipolla…

Che ella prenda in seconde nozze

Uno sposo della mia stesso tipo;

potrà approfittare delle mie collezioni,

delle mie pantofole e dei miei abiti.

Ch’egli beva il mio vino, che ami la mia donna,

che fumi la mia pipa e il mio tabacco,

ma che giammai, morte dell’anima mia!,

giammai maltratti i miei gatti…

Sebbene non avrò neanche un atomo,

un ombra di cattiveria,

se maltratta i miei gatti, c’è un fantasma

che verrà a perseguitarlo.

Qui giace una foglia morta,

qui finisce il mio testamento…

Si scriva sulla mia porta:

“Chiusa a causa di sepoltura”.

Lascio la vita senza rancore,

non avrò mai più mal di denti:

vado là, alla fossa comune,

la fossa comune del tempo.

 


[1]Il testo originale dice m’enjuponner, che significa,letteralmente, “ingonnarmi”, perché jupon è gonna; tuttavia nel significato comune si intende ‘perdere il senno per una donna tanto da divenire suo schiavo’; è quel che da noi si dice di qualcuno che è diventato ‘uno zerbino’, pertanto ho scelto, alquanto infelicemente, ‘inzerbinarsi’. Ogni suggerimento è, dunque, bene accetto.

 

 

Giorni di intense letture

Giorni di intense letture, di ubriacature, di scempiaggini e di enormi ed esiziali errori…

Cominciamo (e forse finiremo) con le letture. Ho (ri)letto I discepoli di Sais del sempre presente nei miei pensieri Novalis. È inutile ch’io mi dilunghi sulla morte ventinovenne per consunzione; parimenti solo sfiorando la sua immagine posso accennare alla morte della sua fidanzata bambini, tisica, deceduta a quindici anni.
Posso solo rivelare che tra i vari accenni alla Natura, tema su cui è incentrata l’incompiutezza de I discepoli di Sais, in particolare vi sono delle righe che schiuderanno un mondo per alcuni sviluppi del Tempio dell’Ombra. Cito queste righe:

«Nel momento in cui pensa l’uomo ritorna alla funzione originaria del suo esistere, alla meditazione creativa, a quel momento in cui produzione e conoscenza erano congiunte tra loro in un meraviglioso rapporto di reciproco scambio, a quell’istante creativo in cui nasce la vera gioia, l’autoconcepimento interiore. Quando poi egli si immerge interamente nella contemplazione di questo fenomeno originario gli si dispiega innanzi, come in uno spettacolo incommensurabile dai tempi e dagli spazi inusitati, la storia della creazione della Natura, e ogni punto saldo che si stabilisce nel fluido infinito è per lui una nuova rivelazione del genio dell’amore, un nuovo legame tra il tu e l’io. La descrizione accurata di questa interiore storia del mondo è la vera teoria della Natura. Dall’intima coerenza dei suoi pensieri, e dalla loro armonia con l’universo, si forma spontaneamente un sistema di pensieri che racchiude il ritratto compiuto e la formula dell’universo» (Novalis, I discepoli di Sais, in G. Bevilacqua (a cura di), I romantici tedeschi, Vol. I, Narrativa, BUR, Milano 2003, 172).

Ho letto, sempre del caro Novalis, Enrico di Ofterdingen; romanzo certamente più ampio del precedente, ma parimenti incompiuto. Qui Novalis pare tentato dalla divagazione, dalla fuga in Fiabe a volte pure banali; ma è prettamente un romanzo simbolico, intessuto dell’essenza stessa della fiaba, ed in cui ho pure trovato un possibile appiglio inaspettato per la mia tesi.

Ho pure letto alcuni racconti di Hoffmann (tra l’altro ho scoperto che Davide adora, come me, lo strepitoso Gli elisir del Diavolo); bene, dunque, dicevo che ho letto:

  • Il cavaliere Gluck, racconto ottocentesco se altri mai, in cui Hoffmann in prima persona incontra proprio Gluck, condannato a vagare tra i vivi senza poter essere riconosciuto perché con la sua musica ha rivelato i segreti celesti;
  • Le avventure della notte di San Silvestro, in cui il tema dello shock amoroso verso la femme fatale si congiunge al topos della vendita dell’anima al diavolo; più precisamente il protagonista dona il proprio riflesso allo specchio (l’immagine di se stesso, la propria auto-coscienza) alla donna che infine si rivelerà strumento del demonio;
  • L’Orco Insabbia, dove timori d’infanzia si congiungono con arcane pratiche alchemiche e con il tema dell’automa, l’artificiale che diviene vivo; difatti il protagonista si innamora di una donna algida, che non parla quasi mai e che alla fine scoprirà essere un automa; tutto ciò lo condurrà a un tentativo di omicidio ed alla follia;
  • Le miniere di Falun mostrano l’interesse verso l’inanimato, il minerario, tipico del romanticismo sin da Novalis; un giovane marinai, imbarcatosi per sbarcare il lunario e provvedere alla madre, rimarrà affascinato a tal punto dallo spirito delle miniere, di ciò che sta racchiuso nella terra, personificato nella figura di un leggendario minatore; il giovane, il giorno stesso del suo matrimonio, svanirà nei meandri della miniera attratto da un’arcana forza:
  • Gli automi riprende il tema, com’è evidente, dell’automa, della vita, anzi di un’intelligenza superiore sprigionata misteriosamente dagli ingranaggi di un uomo finto; dopo un’interessante discussione sulla possibilità di un’intelligenza artificiale, ancora una volta arcane forze trasportano il protagonista verso il suo destino di follia amorosa;
  • Vampirismo, infine, tra atavismi e nobiltà in decadenza, trasfigura in questo tema tanto caro ai romantici le brutalità umane.

Ho, inoltre, ripreso la lettura di Borges, terminandola con Storia universale dell’infamia, in cui ho ritrovato anche un breve racconto, segnatamente Hakim di Merv, il tintore mascherato, che ha ispirato una miniserie di un fumetto che sto seguendo, ossia Volto nascosto.

Ma soprattutto ho ridato una lettura a L’Aleph e a Lo Zahir. Se il primo di questi due racchiude l’intero universo in un paio di pagine (quelle finali del racconto), è il secondo che mi angoscia e affascina. Borges è riuscito a fare del suo racconto stesso uno Zahir.

[Devo confessare che l’ho riletto per via di una mia ossessione, che mi trascino da qualche tempo. Non posso fare a meno, infatti, di pensare e contemplare solo anche nella mia mente lo sguardo, o più in generale l’espressione di una ragazza. Non è questione di innamoramento (per quello c’è qualcun'altra… ma di ciò di cui non si può parlare…); tra l’altro è una ragazza che neanche mi piace; però ogni immagine, sensazione o ragionamento mi riporta a quella espressione che talvolta le ho visto.]

Lo Zahir, se ci fosse bisogno di ricordarlo, a Buenos Aires è una moneta da venti centesimi. La trappola dello Zahier consiste nel suo potere di far credere che a forza di pensarlo e ripensarlo ci si possa liberare di lui. Meravigliose le ultime frasi del racconto:

«Per perdersi in Dio, i sufisti ripetono il loro nome o i novantanove nomi divini finché questi non vogliono più dire nulla. Io desidero percorrere tale via. Forse finirò per logorare lo Zahir a forza di pensarlo e ripensarlo; forse dietro la moneta è Dio».(J. L. Borges, Lo Zahir, in Tutte le opere, Vol. I, Mondadori, Milano 1984, pag. 856).

Infine ricordo le mie letture del Protagora di Platone e di un testo perlopiù sconosciuto ma che si è rivelato molto proficuo (come ogni Sua segnalazione), ossia Primeval Man del Duca di Argyll; di quest’ultimo vedremo di approntare, io e Davide, qualche stralcio di traduzione (giacché non è mai stato tradotto in italiano) per Il Tempio dell’Ombra.
E che dire? Ho cominciato la lettura del Don Chisciotte (me lo ripromettevo da qualche anno) e de I Miti oggi di Roland Barthes.

Per il resto, i giorni vanno tra splendori e miserie. L’unico paio di versi decenti che ho scritto in questo periodo sono codesti (e con essi vi lascio):

«Tutto è sbiadito; tutto si disfa
sfiorandolo con un dito».