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	<title>Cateno Tempio &#187; Kierkegaard</title>
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		<title>Appunti sullo scoutismo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Aug 2011 09:57:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto sommato, la mia permanenza negli scout non è stata molto lunga: quattro anni nel clan e quattro da capo. C&#8217;è chi ci passa una vita, io solo otto anni. Ho abbandonato lo scoutismo proprio per uno dei sui principi fondamentali, ossia che ci sia un&#8217;interdipendenza tra pensiero e azione. Certo, non è stato solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p>Tutto sommato, la mia permanenza negli scout non è stata molto lunga: quattro anni nel clan e quattro da capo. C&#8217;è chi ci passa una vita, io solo otto anni. Ho abbandonato lo scoutismo proprio per uno dei sui principi fondamentali, ossia che ci sia un&#8217;interdipendenza tra pensiero e azione. Certo, non è stato solo lo scoutismo a insegnarmi l&#8217;importanza di questo principio, è stato anche Kierkegaard; ma è stato anche per via di ragionamento che ne ho compreso la portata.</p>
<p>Otto anni, dicevo, sono pochi, a dispetto di quanto possa sembrare. Cionondimeno, bastano a farmi mancare maledettamente le uscite in campagna e soprattutto i campi coi lupetti. Sono pure sufficienti ad aver creato un legame molto profondo con bambini che ormai sono ragazzi.</p>
<p>Lungo il corso di questi anni, ho cercato di comprendere cos&#8217;è mai lo scoutismo e come debba essere fatto. Ne ho sviluppato una visione che ho cercato costantemente di mettere in pratica; non so se sia ortodossa e sinceramente non mi importa. La credo giusta e, almeno per le mie possibilità, la migliore possibile. In fondo lo scoutismo, come ogni altra cosa, tende alla salvezza. A questo termine do un&#8217;accezione del tutto mondana; mi si perdoni la terminologia, ma è adeguata all&#8217;oggetto: con salvezza intendo (utilizzo termini scoutistici) il &#8220;vivere la vita con successo&#8221;, ossia, in parole molto povere, il &#8220;sorridere e cantare anche nelle difficoltà&#8221;, il &#8220;fare del mio meglio&#8221; (come ho sempre cercato di mostrare ai lupetti) e l&#8217;essere &#8220;sempre pronti&#8221; a &#8220;servire&#8221;. Lo scoutismo serve a questo. Traccio di seguito alcuni punti che ritengo fondamentali per raggiungere questo scopo elevato.</p>
<ul>
<li><strong><em>Lo scoutismo è un mezzo, non un fine</em></strong>. Non si fa scoutismo tanto per farlo o con il semplice obiettivo di perpetuare lo scoutismo stesso. Ricordiamo che «il sabato è fatto per l&#8217;uomo e non l&#8217;uomo per il sabato» (Mc 2, 27).</li>
<li>Ne segue che <strong><em>lo scoutismo non ha come scopo quello di &#8220;produrre&#8221; capi scout o scout in generale</em></strong>. Lo scopo principale dello scoutismo è, per parlare in termini più precisi rispetto a &#8220;salvezza&#8221;, formare cittadini. Questo compito è lasciato in gran parte nelle mani del capo. Ciò lo sosteneva il fondatore dello scoutismo. A me non basta, perché non può essere uno scopo forgiare esseri assoggettati a uno stato; so che non è questo lo spirito delle parole del fondatore, ma mi piacerebbe precisare che lo scopo dello scoutismo fosse inteso come formazione di esseri umani degni di questo nome, indipendentemente dalla cittadinanza nazionale o globale. Il compito del capo è quello di dare la possibilità di comprendere come si possa essere veramente umani. Se tutti i lupetti che ho avuto la fortuna di guidare dovessero scegliere di non diventare capi scout ma sarebbero delle ottime persone grazie anche a quel poco che ho avuto la fortuna di mostrare loro, allora il mio compito di capo sarebbe stato assolto in pieno.</li>
<li><em><strong>Il singolo viene prima del gruppo</strong></em>. Anteporre le esigenze del gruppo alle esigenze reali del singolo è contrassegno dei regimi totalitari. La meta è il singolo, non il gruppo. Di gruppi ce ne sono sempre, ce ne sono stati e ce ne saranno a bizzeffe. È il singolo che è difficile da trovare: «Nella comunità il singolo &#8220;è&#8221;. Il singolo è dialetticamente decisivo come un <em>prius</em> per formare la comunità, dove è qualitativamente un elemento essenziale; e appena gli &#8220;altri&#8221; abbandonano l&#8217;idea, può diventare più alto della &#8220;comunità&#8221;. Il principio di coesione per la comunità è che ciascuno sia il singolo, e poi l&#8217;idea»<a class="fn-ref-mark" href="#footnote-1" id="refmark-1"><sup>[1]</sup></a>. Che poi essere un singolo implichi il sapere godere del gruppo e l&#8217;essere a suo completo servizio quando occorre è altro paio di maniche. Ne dovrebbe seguire che dal gruppo non va mai cacciato nessuno; a limite del paradosso per cui a beneficio di un singolo si metta da parte il resto del gruppo: «Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si era smarrita? E se gli capita di trovarla, in verità io vi dico: si rallegrerà più che per le altre novantanove che non si erano smarrite» (Mt 18, 12-14). Se non dovesse bastare, aggiungiamo: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati» (Mt 9, 12). Capita che invece una volta che qualcuno si allontana dal gruppo decadano anche i rapporti personali. Questo, a mio avviso, è tradire lo scopo dello scoutismo.</li>
<li><em><strong>Se qualcuno che si era allontanato dal gruppo, per qualunque motivo, ritorna, allora lo si accoglie festosamente</strong></em>. Non c&#8217;è neanche bisogno di citare la parabola del figliol prodigo.</li>
<li><em><strong>Lo scoutismo non è un cantiere o una bottega</strong></em>. A volte si ha l&#8217;impressione che lo scopo dello scoutismo venga inteso come l&#8217;imparare a fare delle cose. A mio avviso, anche questo è un fraintendimento. Chi pensa che la cosiddetta abilità manuale debba essere l&#8217;obiettivo principale, tanto vale che apra una bottega da falegname; pare che vi siano stati esempi illustri in Palestina e inoltre si può anche aver fortuna e può capitare che un pezzo di legno si trasformi in un bambino vero. Non si può diventare singoli senza pensare, ecco tutto. Se si è sempre impegnati a fare qualcosa non si può pensare. Del resto, «Marta, Marta, tu ti affanni e ti preoccupi di molte cose. Invece una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10, 41-42).</li>
<li><em><strong>Il compito precipuo del capo è lasciar divenire i ragazzi ciò che sono</strong>. Ossia: <strong>i ragazzi non sono dei fantocci nelle mani del capo, bensì il capo è uno strumento nelle mani dei ragazzi</strong></em>. Io, da capo, non ho mai cercato di inculcare dottrine, di imprimere direzioni da una parte o dall&#8217;altra, di piegare le facoltà e le capacità delle persone di fronte a me in un verso o in un altro. Ho cercato di ragionare assieme, di capire cos&#8217;era giusto (o quantomeno meglio) fare, di divertirmi, di non cedere ai capricci e di non fare come gli innamorati che a furia di ricercare il contatto e la costanza a tutti i costi cedono alle voglie superficiali e quasi smarriscono la propria identità. Non ho mai ceduto a desideri spiccioli, non ho mai cercato di far piacere lo scoutismo. Se vogliamo, non ho mai cavato fuori da nessuno ciò che già non fosse in lui, grosso modo rifacendomi alla maieutica socratica. Non ho mai detto: &#8220;Si creda in questo o in quello&#8221;. Ho sempre detto e fatto: &#8220;Io faccio in questo modo. Ti interessa? Se sì, ragioniamo assieme sul perché, te lo mostro, tu mi dici cosa ne pensi e poi ognuno per la sua strada, che può anche essere parallela&#8221;. Difatti, «&#8221;questa è la <em>mia</em> strada, dov&#8217;è la vostra?&#8221;, così rispondo a quelli che da me vogliono sapere &#8216;la strada&#8217;. <em>Questa</em> strada, infatti, non esiste!»<a class="fn-ref-mark" href="#footnote-2" id="refmark-2"><sup>[2]</sup></a>. Se così non fosse, il motto &#8220;guida la tua canoa&#8221;, sarebbe solo uno slogan, tra l&#8217;altro poco elegante.</li>
<li><em><strong>Non bisogna far sì che i ragazzi scambino la validità di quanto si propone con il legame affettivo che si ha col capo</strong></em>. Forse l&#8217;errore più grosso che ho commesso da capo è quello di aver fatto legare troppo alcuni lupetti a me; con il risultato che qualcuno ha lasciato il gruppo quando l&#8217;ho lasciato io. Certo, alcune cose si possono ottenere solo al prezzo di costruire un legame profondo, altrimenti l&#8217;esempio che si può dare non ha alcuna efficacia; ma si dovrebbe riuscire a essere tanto bravi da far comprendere che questo tipo di legame non si deve avere con la persona che in quel momento assume quel ruolo, bensì con ciò di cui quella persona si fa portatrice. È un compito arduo; probabilmente è stato al di sopra delle mie capacità. Certo, non è in discussione l&#8217;affetto che ho provato e provo per chi mi è stato accanto e a cui sono sono stato vicino. Tuttavia, credo che forse non sono stato capace di far scindere ciò che proponevo da me stesso; se da un lato è giusto così, perché significa che ho proposto cose in cui credevo davvero, dall&#8217;altro è pericoloso, perché tolto me alcuni hanno pensato che si è tolta anche la proposta.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ovviamente, alcune di queste cose che ho scritto sono state istintive e ci ho riflettuto in seguito rielaborandole; altre invece sono frutto di errori e di conseguenti aggiustamenti per mezzo di quel po&#8217; di ragione che ancora mi porto appresso. Forse avrete notato che, riferimenti evangelici a parte, non ho compreso nello scoutismo alcuna intenzione religiosa. La religione (o la sua completa assenza), ritengo, fa parte della strada personale di ognuno in quanto singolo. Per questo non ho mai proposto nessuna fede a nessuno; per questo non ho mai detto credi (o non credere) in questo oppure credi (o non credere) in quello. Sono stato Akela, il lupo che guida il branco. Ma Akela alla fine, come ogni cosa, perisce e passa. Se il branco ha prosperato anche grazie alla sua guida, Akela è contento e può addentare in pace la sua ultima, invisibile preda.</p>
<div id="footnote-list" style="display:inherit"><span id=fn-heading>Note</span> &nbsp;&nbsp;&nbsp;(↵ torna al testo
<ol>
<li id="footnote-1" class="fn-text">S. Kierkegaard, <em>Diario</em>, tr. it. di C. Fabro in S. Kierkegaard, <em>Opere</em>, vol. II, Mondadori, Milano 2010, pag. 576.<a href="#refmark-1">↵</a></li>
<li id="footnote-2" class="fn-text">F. Nietzsche, <em>Così parlò Zarathustra</em>, tr. it. di M. Montinari, Adelphi, Milano 2008, pag. 230.<a href="#refmark-2">↵</a></li>
</ol>
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		<title>Ridi, pagliaccio</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 08:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I pagliacci fanno ridere, non fanno innamorare. (Lo dissi a una mia amica che, per tutta risposta, rise. Non mi stupisce: nell&#8217;ultimo dei Diapsalmata, Kierkegaard narra un sogno: si trovava al cospetto degli dèi; questi gli chiesero se avrebbe voluto la giovinezza, l&#8217;amore di una bella donna, la bellezza, il potere, qualche tesoro; egli disse di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: left;">I pagliacci fanno ridere, non fanno innamorare. (Lo dissi a una mia amica che, per tutta risposta, rise. Non mi stupisce: nell&#8217;ultimo dei <span style="color: #ff0000;"><em><a href="http://www.ccel.org/k/kierkegaard/selections/diapsalmata.htm" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Diapsalmata</span></a></em></span>, Kierkegaard narra un sogno: si trovava al cospetto degli dèi; questi gli chiesero se avrebbe voluto la giovinezza, l&#8217;amore di una bella donna, la bellezza, il potere, qualche tesoro; egli disse di voler vivere sempre con il riso accanto. Gli dèi non proferirono alcunché, ma scoppiarono in una fragorosa risata. Non sarebbe stato peggio, chiosa Kierkegaard, se gli dèi avessero risposto seriamente: «Sei stato esaudito»?)<br />
Sartre sentenziava che l&#8217;inferno sono gli altri. Non l&#8217;ho mai creduto; ciascuno è il proprio inferno, così come secondo Platone ciascuno sceglie il proprio demone. Il demone è il δαίμων, che per certi versi potremmo tradurre come <em>carattere</em>; eppure una traduzione più suggestiva potrebbe essere <em>destino</em>. Il δαίμων è il punto esatto di tangenza tra la perfezione del moto circolare celeste e la retta terrestre dei mortali: il destino e il carattere, la necessità e la contingenza. Non a caso il &#8216;demone&#8217;, secondo la maniera tradizionale d&#8217;intenderlo, è qualcosa a metà tra il dio e l&#8217;uomo.<br />
(Noto per inciso, perché voglio sia chiaro, che rifuggo da ogni religione o trascendenza; il mio modo di esprimermi è puramente metaforico, ossia &#8211; <em>artistico</em>.)<br />
Da quanto detto, risulta chiaro che non si sfugge al proprio demone, poiché non si può sfuggire a se stessi — mai, in nessuna circostanza. L&#8217;unica fedeltà esistente è la fedeltà a chi meno lo merita — la propria <em>persona</em>. È una fedeltà fanatica e cieca, peggio di quella di un cane verso il proprio padrone.<br />
Per ricondurre il discorso all&#8217;<em>incipit</em>, mettiamo che il proprio demone sia la buffoneria pagliaccesca. Il caso è interessante, perché entrano in gioco l&#8217;innamoramento e l&#8217;arte. Poniamo il problema in termini filosofici: la circolarità celeste, la necessità dell&#8217;arte quale punto di tangenza ha con la retta dei mortali, con la contingenza dell&#8217;innamoramento? Come si configura questo δαίμων?<br />
La figurazione fissa i problemi filosofici, e al contempo li lascia dileguare. Potremmo dire: li ri-solve. La figura che possiamo contemplare riguardo al nostro tema è il vagabondo di Charlie Chaplin. La faccenda ci è sbattuta in faccia in tutta la sua urgenza e violenza (esistenziale, certo, ma tant&#8217;è) ne <em>Il circo</em>. Il pagliaccio <em>per natura</em>, il pagliaccio che fa ridere solo quando ne è inconsapevole, si innamora della figlia del padrone. Prevedibilmente, la ragazza si innamora dell&#8217;acrobata. Tutto è già tracciato, tutto è già deciso in partenza. Quando il pagliaccio fa ridere, l&#8217;innamoramento con tutti i suoi fastidi svanisce. Quando il pagliaccio mostra i suoi sentimenti, non fa ridere più, non serve a nulla. Se il pagliaccio prova a vestire i panni dell&#8217;acrobata, ne è solo la parodia, è assalito dalla scimmie, sembra quasi dover fare la fine del funambolo nietzscheano. Ovviamente, alla fine rimarrà solo; la scena è così cruda da far avvertire una sorta di solitudine cosmica. Ma quasi seguendo il precetto di Cristo, il vagabondo si scuote la polvere dai calzari, e addio agli sposi felici. A ciascuno la sua solitudine, anche in due.<br />
D&#8217;altro canto, l&#8217;unica via d&#8217;uscita per il pagliaccio è sottrarsi a ciò che comunemente chiamano &#8216;realtà&#8217; (la gente adora simulacri). In <em>Tempi moderni</em> vi è un perpetuo eludere tale cosiddetta realtà, che nel mondo contemporaneo coincide con l&#8217;economia. I macchinari, i bisogni economici, gli scioperi: il pagliaccio è semplicemente alieno da tutto ciò. Se si presta ai giochetti della modernizzazione, o impazzisce o viene gettato in gattabuia. Tuttavia, la solitudine viene squarciata. La <em>monella</em>, ladra per fame, genuina come i bambini e capace di guardare al mondo anche per il pagliaccio, è il punto di tangenza tra arte e vita, tra necessità e contingenza. Per una volta, almeno, arte e vita si toccano; ma c&#8217;è chi deve essere capace di vedere tutto ciò. In ogni caso, scuotendo o meno la polvere dai calzari, il pagliaccio tira avanti, all&#8217;alba, sorridendo.</p>
<p style="text-align: center;"><p><a href="http://www.catenotempio.eu/2010/09/10/ridi-pagliaccio"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p style="text-align: left;"><em><strong>Postilla critica. </strong><span style="font-style: normal;">Ragionare sul rapporto tra arte e vita dopo Wilde e, soprattutto, Nietzsche sembra sterile, se non addirittura superbo. Abbiamo assodato che l&#8217;esistenza e il mondo sono fenomeni estetici. Quando mi chiedono perché fumo, dico che il sigaro o la sigaretta è un&#8217;appendice estetica, e lì mi fermo. I discorsi intorno all&#8217;arte sono noiosi e inutili.<br />
Con la cosiddetta &#8216;morte dell&#8217;arte&#8217;, espressione che sta a significare la nostra impossibilità di fruire immediatamente le opere d&#8217;arte poiché non rivestono più l&#8217;importanza totalizzante che avevano in altre epoche, abbiamo capito che per comprendere l&#8217;arte bisogna parlarne, bisogna concettualizzarla, dato che ormai l&#8217;arte (seguo il paradigma hegeliano) è più dalla parte del concetto che del senso. Orbene, credo sia giunto il momento di re-imparare a tacere (ovvero di lasciare risuonare il dire oltre il concetto). Non <em>parlare di</em> arte, bensì <em>fare</em> arte. Anche in filosofia (e a tal proposito rimando a <a href="http://www.giusepperaciti.eu/sloter.htm" target="_blank"><span style="color: #00ffff;">questo breve testo tratto dal programma della <em>Hochshule für Gestaltung</em></span></a><span style="font-style: normal;"> di Sloterdijk e Groys). In ultima analisi, risuoni il monito nietzscheano, ripetuto allo sfinimento da Carmelo Bene: bisogna </span><span style="font-style: normal;"><em>essere</em></span><span style="font-style: normal;"> dei capolavori.</span></span></em></p>
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		<title>L&#8217;innamoramento musicale</title>
		<link>http://www.catenotempio.eu/2009/04/24/linnamoramento-musicale</link>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2009 08:39:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify;">Quanto sto per scrivere o farvi ascoltare, confidando nella benevolenza e pazienza di chi incappa in queste righe suo malgrado o procacciando la propria sventura, in realtà non è che un&#8217;apologia per il brano che ho inserito nell&#8217;apposita pagina. Si tratta della conclusione del primo atto del <em>Tristan und Isolde</em> di quel farabutto di Richard Wagner. Prima di accingervi, confidando, ancora una volta, nella vostra bontà infinita, all&#8217;ascolto di tale brano, che volutamente linkerò solo nella parte finale del post, consentitemi di riportarvi alla mente ed all&#8217;udito ciò che le buone maniere devono farmi presumere già conosciate; ossia una brevissima e striminzita audio-storia dell&#8217;innamoramento in musica.<br />
La premessa fondamentale è questa: la musica può esprimere immagini e situazioni, aderendo strettamente ad esse. La situazione (emotiva) dell&#8217;innamoramento è dunque una tra queste. Tuttavia, all&#8217;inizio, il teorico e pratico di quello che anacronisticamente potremmo definire l&#8217;espressionismo musicale, o più neutralmente, l&#8217;aderenza musicale al non-musicale (in senso lato: immagini, emozioni, gesti, azioni), il teorico fu anche il miglior pratico, il quale, tuttavia, è ben al di qua dell&#8217;intimismo romantico, sfruttando al massimo i suoni al limite dell&#8217;onomatopea. Mi riferisco a <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Claudio_Monteverdi" target="_blank"><span style="color: #00ff00;">Claudio Monteverdi</span></a>; ascolteremo un breve passo tratto da <em>Il combattimento di Tancredi e Clorinda</em> del quale vi suggerisco di notare gli archi che imitano il suono della spade e poi degli scudi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Ne riporto il testo, tratto dalla <em>Gerusallemme liberata</em> (Canto XXII, 55-56):</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">Non schivar, non parar, non pur ritrarsi<br />
voglion costor, né qui destrezza ha parte.<br />
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:<br />
toglie l&#8217;ombra e il furor l&#8217;uso de l&#8217;arte.<br />
Odi le spade orribilmente urtarsi<br />
a mezzo il ferro; e &#8216;l piè d&#8217;orma non parte:<br />
sempre il piè fermo e la man sempre in moto,<br />
né scende taglio in van, né punta a voto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;">L&#8217;onta irrita lo sdegno a la vendetta,<br />
e la vendetta poi l&#8217;onta rinnova:<br />
onde sempre al ferir, sempre a la fretta<br />
stimol novo s&#8217;aggiunge e piaga nuova.<br />
D&#8217;or in or più si mesce e più ristretta<br />
si fa la pugna, e spada oprar non giova:<br />
dansi co&#8217; pomi, e infelloniti e crudi<br />
cozzan cogli elmi insieme e con gli scudi.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Fin qui le premesse teoriche, le quali, per lungo andare, passando inevitabilmente per Mozart, condurranno all&#8217;espressione dell&#8217;intimità. Ci ritroviamo così con Beethoven, del qual mi piace riportare non la troppo scontata <em>Appassionata</em>, bensì l&#8217;appena meno ovvia <a href="http://guide.supereva.it/critica_di_musica_classica/interventi/2007/08/304616.shtml" target="_blank"><em><span style="color: #ff0000;">Sonata a Kreutzer</span></em></a>, che tuttavia non pare essere strettamente amorosa; tuttavia, nel film <a href="http://it.movies.yahoo.com/a/amata-immortale/index-131935.html" target="_blank"><em><span style="color: #ff00ff;">L&#8217;amata immortale</span></em></a> se ne dà tale interpretazione, che qui sfrutto ai miei scopi.</p>
<p style="text-align: justify;">Giungiamo, quindi, al pieno romanticismo ed in particolare a Schumann. Nel suo miracoloso decennio, compose tra l&#8217;altro la raccolta <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Carnaval_(Schumann)" target="_blank"><em><span style="color: #33cccc;">Carnaval</span></em></a>, nella quale troviamo il brano che riporto, pensato per la sua amata Clara. (Ho prestato il cd; però ho pescato un video su youtube):</p>
<p style="text-align: justify;"><p><a href="http://www.catenotempio.eu/2009/04/24/linnamoramento-musicale"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p style="text-align: justify;">Lungo questa rapsodica carrellata non poteva di certo mancare una citazione dall&#8217;opera che interamente è dedicata all&#8217;amore, o più precisamente al pensiero dell&#8217;amata come idea fissa; tale opera rimane come uno strano <em>unicum</em> nella storia della musica. Nacque da una cocente delusione e tenta di riscattarsi non solo in maniera catartica, bensì proprio come atto punitivo. Qui riporto quello che è il tema dell&#8217;amata, l&#8217;idea fissa che percorrerà tutti i movimenti di questa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sinfonia_fantastica" target="_blank"><em><span style="color: #ffff00;">Sinfonia fantastica</span></em></a> di Hector Berlioz. Siamo nel primo movimento, dopo i sogni e la vita tranquilla, l&#8217;amata irrompe nella vita del musicista e la sconvolge. L&#8217;oboe e il flauto ne narrano il coinvolgimento e la lontananza incolmabile che è ogni amore; infine l&#8217;esplosione del pieno orchestra è la più mirabile dimostrazione della natura intrinsecamente musicale dell&#8217;innamoramento, è quanto di più efficace nell&#8217;esprimerlo. Berlioz, in questo senso, è riuscito ad esprimere l&#8217;inesprimibile:</p>
<p style="text-align: justify;">Bene, dopo questa lunga carrellata, rapsodica e frammentaria quanto mai, possiamo finalmente concederci interamente al brano del <em>Tristan und Isolde</em>, il quale conclude il primo atto. Brevemente, siamo nella scena in cui i due hanno bevuto il filtro che credevano mortale; credono di dover morire ed invece si guardano e si scoprono innamorati, giacché hanno attinto dal filtro d&#8217;amore. Nell&#8217;<a href="http://www.catenotempio.eu/kosmos" target="_blank"><span style="color: #00ffff;">appropriata pagina</span></a>, ho anche inserito il testo e la traduzione; prestate particolare attenzione a quando Tristano invoca ripetutamente il nome di Isolde. Come qualche lettore mio intimo già saprà, questo è un brano che mi commuove ed esalta a tal punto da farmi piangere. In esso, tra le altre cose, v&#8217;è nascosto anche il mio attuale innamoramento.<br />
L&#8217;argomento di questo post fa sì ch&#8217;esso sia fugace; lo rende essenzialmente musicale, è vero, ma nega qualsiasi residuo di filosofia. Propriamente non si dà filosofia nell&#8217;innamoramento. Anche il filosofo più innamorato, Soren Kierkegaard, ha dovuto scegliere la forma letteraria o intimamente diaristica per esprimerlo. Nell&#8217;innamoramento v&#8217;è entusiasmo; ciò è essenzialmente non filosofico. L&#8217;argomento di questo post, pertanto, fa sì ch&#8217;esso sia sostanzialmente vano.</p>
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		<title>La seduzione del Volksgeist</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 09:48:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Quanto più successo ho con le donne, tanto peggio sto. Senza volere attribuirmi qualità, qualifiche e doti che non ho, è tuttavia vero che Don Giovanni non dorme; e se dorme ha incubi. Ce lo ha mostrato chiaramente Bergman ne L&#8217;occhio del diavolo (di cui su youtube non si trova traccia). Si ha un bel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p style="text-align: justify;">Quanto più successo ho con le donne, tanto peggio sto. Senza volere attribuirmi qualità, qualifiche e doti che non ho, è tuttavia vero che Don Giovanni non dorme; e se dorme ha incubi. Ce lo ha mostrato chiaramente Bergman ne <em>L&#8217;occhio del diavolo</em> (di cui su youtube non si trova traccia). Si ha un bel daffare a profondersi in <a href="http://catempio.splinder.com/post/18944833/L%27onesto+rifiuto" target="_blank"><span style="color: #ff00ff;">onesti rifiuti</span></a>, a diffondere <a href="http://www.davidedellombra.it/letteratura/33-generale/65-tempio-seduttore.html" target="_blank"><span style="color: #ffff99;">viltà seduttrici</span></a>, a mettere in guardia, ad auto-abbruttirsi.<br />
Kierkegaard sosteneva:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #00ffff;">Ad ogni donna corrisponde un seduttore; la sua fortuna sta nell&#8217;incontrarlo</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, è una soavissima stronzata. La seduzione non esiste; esiste il fraintendimento, la boria, l&#8217;arrogranza cetrulla (per usare uno stilema ripelliniano), l&#8217;illusione, l&#8217;arcano poter che ascoso a comun danno impera e l&#8217;infinita vanità del tutto (occhiolino ad <a href="http://antonio-cosedipococonto.blogspot.com/" target="_blank"><span style="color: #ff0000;">Antonio</span></a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Onde evitare che questo blog appaia meramente autoreferenziale e pecorecciamente intimo, traggo spunto da una discussione feissbucchiana. La bellissima ed arguta Silvia si era iscritta al gruppo: &#8220;Chi vorrebbe abolire la festa di Sant&#8217;Agata&#8221;. Subito nacque un trialogo scatenato dall&#8217;incauto <a href="http://www.davidedellombra.it" target="_blank"><span style="color: #ffff00;">Davide</span></a>. Insomma, per farla breve, si discuteva sul folklore, sulla schifezza della festa santagatese in mano ai mafiosi, se tali riti facciano schifo perché religiosi e se il nostro ritenere che il folklore di altri popoletti sia più bello e genuino non sia altro che, per parafrasare l&#8217;altro interveniente, ossia Mauro Nanfitò, l&#8217;esaltazione dell&#8217;Altrove/Diverso.<br />
Sono tutte posizioni condivisibili e ben argomentate. Tuttavia mi chiedo se non sia il folklore in sé a fare schifo, in quanto manifestazione popolare; il folklore non mi pare essere altro che la più vivida e tangibile manifestazione del <em>Volksgeist</em>. Per quanto ne so, non conosco nessun popolo che si sia inteso come tale o che un qualche sovrano abbia considerato tale che nelle sua espressioni non sia stato volgare e feroce. Dal popolo ebraico assetato di vendetta e sangue, passando fino ai rivoluzionari francesi, giungendo ai noi, che siamo tutti popolo.<br />
Insomma, noi ci volgiamo indietro e guardiamo con estasi all&#8217;età classica ed alla <a href="http://www.iltempiodellombra.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=46:la-guerra-democratica&amp;catid=3:tempio&amp;Itemid=4" target="_blank"><span style="color: #00ff00;">democrazia ateniese</span></a>. Eppure per noi filosofi quel periodo dovrebbe essere fonte di terrore: se persino gli &#8216;illuminati&#8217; ateniesi prima cacciano via Anassagora e poi ammazzano Socrate, quale speranza ci può giungere da un qualsiasi popolo e da qualche rito che manifesta il suo spirito? Sì, d&#8217;accordo, quando guardiamo, chessò, un rituale di una qualche tribù che ci appare così ancestrale, incorrotta, pura, quasi ci viene il desiderio di trovarci lì in mezzo; eppure non dobbiamo mai scordare che chi non partecipa a quei riti è rifiutato dalla stessa tribù.<br />
Dal popolo e dal folklore direi che non dobbiamo aspettarci niente. Credete che se avessimo partecipato ad una di quelle processioni ateniesi in onore di Atena, quando le fanciulle tessevano un peplo meraviglioso per la dea e tutta la polis trasportava l&#8217;antica statua dalle origini mitiche per lavarla al mare, credete che se fossimo stati lì non ci saremmo sdegnati? Non avremmo considerato gli illustri ateniesi dei poveri stolti, illusi, scervellati?<br />
Pericle stesso non era visto di buon occhio per tanti motivi, tra cui il non partecipare quasi mai ai simposi e l&#8217;aver fatto raffigurare anche uomini anziché solo figure mitiche sul Partenone.<br />
Ancora istruttivo è Socrate (o almeno il Socrate di Platone). All&#8217;inizio de <em>La repubblica</em> narra di essere sceso al Pireo per le festività in onore della dea (Bendis). Ha espresso la sua preghiera (Platone ci tiene a mostrarlo pio); la sera ci dovranno ancora essere corse a cavallo e altre festività per la dea. Socrate si lascia convincere a rimanere e vanno, dunque, a casa di Polemarco nell&#8217;attesa che il tutto cominci. Tuttavia, preso dalla discussione, manderà la festa a farsi benedire. Certamente, dunque, può essere anche piacevole o, per certi versi, un atto socialmente dovuto (a meno che non ce ne freghi nulla della società, come nel mio caso) partecipare a tali riti. Quando, però, la discussione filosofica prende il sopravvento, allora comincia il distacco da riti sociali e comunitari. (Ho delle riserve su questo mio stesso pensiero; Kingsley potrebbe seriamente obiettare a queste mie conclusioni. Il discorso si allungherebbe, ma permettermi di ri-segnalare <a href="http://www.sitosophia.org/2009/01/misteri-e-magia-nella-filosofia-antica-di-peter-kingsley/" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">la mia recensione a questo suo scritto</span></a>).<br />
In definitiva, sostengo semplicemente che i riti, i culti, il folklore siano schifosi quanto il popolo che vi partecipa perché sua manifestazione più concreta e tangibile, in tutte le sue forme. Al pensatore non resta che l&#8217;anarcato (non l&#8217;anarchia), o in alterrnativa, il che sarebbe la cosa migliore, farsi ammazzare. <em>Tertium non datur</em>.</p>
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		<title>L&#8217;onesto rifiuto</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 17:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
				<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Ripellino]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;onesto rifiuto è il titolo non solo di questo post, ma anche e soprattutto di una poesia di Guido Gozzano, poesia che ho riportato tempo addietro. Questo post che state leggendo tratta di un poeta; però, come direbbe Schopenhauer, «il poeta coglie l&#8217;idea, l&#8217;essenza dell&#8217;umanità, fuori di ogni relazione, fuori di ogni tempo, l&#8217;adeguata oggettità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p><img style="float: left; margin: 0 10px 10px 0;" src="http://catempio.files.wordpress.com/2008/11/988a672e9cb7bb2ed74e68bda74897df.jpeg" alt="Il violinista verde (Chagall)" /><em>L&#8217;onesto rifiuto</em><span style="font-style: normal;"> è il titolo non solo di questo post, ma anche e soprattutto di una poesia di Guido Gozzano, <span style="color: #0000ff;"><a href="http://catempio.splinder.com/post/15042705/Sei+o+sette+parole+gridate+in+" target="_blank">poesia che ho riportato tempo addietro.</a></span></span><br />
Questo post che state leggendo tratta di un poeta; però, come direbbe Schopenhauer, «il poeta coglie l&#8217;idea, l&#8217;essenza dell&#8217;umanità, fuori di ogni relazione, fuori di ogni tempo, l&#8217;adeguata oggettità della cosa in sé nel suo grado più alto»<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote1anc" href="#sdfootnote1sym"></a><sup>1</sup><span style="font-style: normal;">. Così ciò che è vero per un poeta è parimente vero per tutti gli altri poeti; nondimeno è vero per tutti gli uomini. Dunque, limitandomi a me stesso in quanto uomo e (forse) poeta, è un onesto rifiuto quello che vi offro. Lo porgo gentilmente a tutti; lo rivolgo a </span><em>chiunque</em><span style="font-style: normal;"> entri in relazione o rapporto con me. Io vi rifiuto. Non perché non vi stimi, non mi piacciate o quant&#8217;altro; bensì per incapacità. In me troverete solo questa, ed io vi metto in guardia.</span><br />
Questo post, dicevo, tratta di un poeta. Come il suonatore Jones cantato da Fabrizio De André, vi sono persone marchiate, etichettate per tutta la vita (ed anche oltre essa), cosicché «se la gente sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita». Il poeta in questione fu narratore onirico, critico, saggista e, ecco il marchio, traduttore. Già, perché Angelo Maria Ripellino, ci fosse bisogno di ricordarlo, fu un grande (forse il più grande) slavista.<span style="color: #ff0000;"> <a href="http://catempio.splinder.com/post/18751429/Don+Giovanni+e+bellimbusto" target="_blank">In un post precedente</a> </span>v&#8217;è pure qualche sua traduzione di poesie di Majakovskij.<br />
Eppure Ripellino fu un eccellente poeta e sentì tutto il peso di quell&#8217;etichetta. Ora, nessuno vuol negare il suo lavoro di traduttore, che fu l&#8217;opera di un&#8217;intera esistenza; e neppure si vuol disgiungere la critica e la saggistica dalla poesia, contiguità sancita, tra l&#8217;altro da Ripellino stesso; ma la dimensione che egli avvertiva come più personale ed intima, come più essenziale, è proprio la poesia, tanto da pesargli l&#8217;essere additato sempre e comunque solo come slavista, fino a giungere ad affermare, contro quelli che gli gridano in faccia quella parola, “slavista”:</p>
<p><span style="color: #000080;">«Chiedo perdono. È deciso. La prossima volta</span><br />
<span style="color: #000080;">farò un altro mestiere»<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"></a><sup>2</sup>.</span></p>
<p>In questa sede, coerentemente col titolo e l&#8217;argomento del post, mi occuperò solo di un aspetto della poesia di Ripellino, aspetto che, tra l&#8217;altra, mi pare sia il più riuscito dell&#8217;intera produzione. Segnatamente, mi riferisco ai versi più spiccatamente lirici, dove il poeta è messo in primo piano di contro al prevalere delle descrizioni e dei formalismi delle metafore ardite e dei giochi di parola frenetici su cui spesso egli ama indugiare. Le poesie, dunque, che prediligo a volte paiono addirittura porsi su un piano metapoetico; in realtà le domande circa l&#8217;essenza della poesia, il suo inserirsi nel contesto sociale e mondano, fanno tuttuno con l&#8217;essere del poeta: se la poesia ha senso, Ripellino ha senso; se quella non lo ha, non lo avrà neanche Ripellino. Sveliamo in anticipo (perché prima o dopo, dati questi termini, sono mere apparenze) che il senso non si dà; la raccolta <em>Lo splendido violino verde</em> si chiude con i seguenti versi:</p>
<p><span style="color: #000080;">«Quanta enfasi, quanta arroganza cetrulla.</span><br />
<span style="color: #000080;"> O vita, o Hanna Schygulla<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote3anc" href="#sdfootnote3sym"></a><sup>3</sup>,</span><br />
<span style="color: #000080;"> sciantosa di varietà, sulla riva</span><br />
<span style="color: #000080;"> del Nulla.<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote4anc" href="#sdfootnote4sym"></a><sup>4</sup>»</span></p>
<p>In questo agitarsi invano nel Nulla che ci circonda, il poeta è solo un essere smarrito:</p>
<p><span style="color: #000080;">«Io sono un labile, lamentoso carnevale</span><br />
<span style="color: #000080;"> con il midollo conigliesco dell&#8217;autunno.</span><br />
<span style="color: #000080;"> Gli amici potrebbero testimoniare la mia inesistenza,</span><br />
<span style="color: #000080;"> il mio umido stato di maschera, a stento</span><br />
<span style="color: #000080;"> tenuta in piedi da apotecarie ricette.</span><br />
<span style="color: #000080;"> [...]</span></p>
<p><span style="color: #000080;">Finita la festa non tornerò. Me ne vado nella caligine,<br />
con lunghe bende di Lazzaro, stelle filanti.<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote5anc" href="#sdfootnote5sym"></a><sup>5</sup>»</span></p>
<p>Gli innumerevoli personaggi che affollano i versi di Ripellino fanno parte di un repertorio onirico ed al contempo reale: sono clown, pagliacci, suonatori sghembi, violinisti, astrologi, venditori, imbonitori, ma anche borghesucci e benpensanti. Il poeta stesso diviene un violinista, il suo canto poesia; ma permane il dubbio:</p>
<p><span style="color: #000080;">«Credi ancora che qualcuno ci ascolti,</span><br />
<span style="color: #000080;">ammaliato dal tuo scintillio di metallo, dai tuoi occhi verdastri?»<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote6anc" href="#sdfootnote6sym"></a><sup>6</sup>.</span></p>
<p>Il poeta è solo un &#8216;commerciante di chiacchiere&#8217;, dalla sensibilità acuita ma inutile:</p>
<p><span style="color: #000080;">«Mi tagliano il cuore gli archetti,</span><br />
<span style="color: #000080;">e tra i cocci e i brandelli di questo deserto</span><br />
<span style="color: #000080;">chi può rendermi certo</span><br />
<span style="color: #000080;">che sono vivo</span><br />
<span style="color: #000080;">e che ha un senso quello che scrivo</span><br />
<span style="color: #000080;">nel lugubre argento del lume?<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote7anc" href="#sdfootnote7sym"></a><sup>7</sup>»</span></p>
<p>La conoscenza stessa, concretizzata in versi, è vissuta come priva di senso, che andrà a mescolarsi nel calderone oscuro della morte:</p>
<p><span style="color: #000080;">«A che ti serve sapere più di un garzone fornaio,</span><br />
<span style="color: #000080;">in questa effimera carnevalata,</span><br />
<span style="color: #000080;">tu casciolella di angosce, tu pellegrino,</span><br />
<span style="color: #000080;">costretto a sorbire la vita con un misurino di lacrime,</span><br />
<span style="color: #000080;">fascina di fragili legna con indorate ritorte,</span><br />
<span style="color: #000080;">navigatore burlato?</span><br />
<span style="color: #000080;">La conoscenza è un vespaio, un ginepraio:</span><br />
<span style="color: #000080;">a che ti serve? Sarai pure tu spennacchiato</span><br />
<span style="color: #000080;">dal cardo violaceo che chiamano morte<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote8anc" href="#sdfootnote8sym"></a><sup>8</sup>».</span></p>
<p>Eppure quello del poeta è un destino strano; già Kierkegaard nel primo frammento dei <em><span lang="it-IT">Diapsalmata</span></em> ci dice che un poeta è un uomo le cui labbra sono configurate in tal modo che le sue sofferenze sono dagli altri intese come un dolce canto; e così anche per Ripellino:</p>
<p><span style="color: #000080;">«Una creatura terrestre tu sei, destinata a soffrire.</span><br />
<span style="color: #000080;">Non altro ti tocca</span><br />
<span style="color: #000080;">che cambiare la maschera continuamente,</span><br />
<span style="color: #000080;">fingere che ogni vampata sia miele</span><br />
<span style="color: #000080;">nella tua bocca<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote9anc" href="#sdfootnote9sym"></a><sup>9</sup>»</span></p>
<p>Eppure in mezzo a tanto sconfinato dolore, a tanta cupa tristezza che si tinge di tutta la scala cromatica, ma che anche quando pare splendere di colori sgargianti è sempre offuscata da una patina di sofferenza, ebbene, anche in mezzo a tutto questo rifulgono note di gioia, tanto isolate da accresce la pervasiva e solida sensazione di sconforto:</p>
<p><span style="color: #000080;">«L&#8217;amabile arte di farsi dei nemici,</span><br />
<span style="color: #000080;">pascendosi di fumo di poesia,</span><br />
<span style="color: #000080;">scherzando con tutto e con tutti come farfalle,</span><br />
<span style="color: #000080;">abbagliati dal quarzo del cielo inebriante,</span><br />
<span style="color: #000080;">e in barba ai cerei cipigli, alle baie dei cerusici,</span><br />
<span style="color: #000080;">ai loro divieti e precetti e al canchero che se li mangi,</span><br />
<span style="color: #000080;">svolazzare senza ragione, ubriacarsi di giallo,</span><br />
<span style="color: #000080;">ciarlare come le gazze, ridere stupidamente.<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote10anc" href="#sdfootnote10sym"></a><sup>10</sup>»</span></p>
<p>L&#8217;onesto rifiuto, dunque, di me stesso; rifiutatemi o, in ogni caso, prima o poi, vi rifiuterò. Inadatto alla vita, a <em><span lang="it-IT">questa</span></em> vita, cioè a tutte le forme di vita, concordo con Ripellino nel dire che «il poeta, anche se ne riflette diagonalmente l&#8217;aspetto e l&#8217;indole, è sempre in dissidio con la società e coi giorni in cui vive»<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote11anc" href="#sdfootnote11sym"></a><sup>11</sup>. Questo dissidio è una mera incapacità alla sordidezza ed all&#8217;inedia dei giorni; e siccome non tutti i giorni, e nei giorni non tutte le ore, possono essere poetici, il poeta è insopportabile. Io vi rifiuto! Dunque vi esorto: per non farvi rifiutare, rifiutatemi voi!<br />
Anche se (e con questo chiudo)</p>
<p><span style="color: #000080;">«dicono che la vita sia breve</span><br />
<span style="color: #000080;">e che il poeta sia un impostore,</span><br />
<span style="color: #000080;">ma è bello che mille occhi di donne</span><br />
<span style="color: #000080;">come semi di mele scintillino</span><br />
<span style="color: #000080;">dai margini verdi della città del tuo cuore»<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote12anc" href="#sdfootnote12sym"></a><sup>12</sup>.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0;" align="justify"><span style="color: #ffff00; font-family: Arial; font-size: x-small;"><br />
</span></p>
<p>P.s. Sono un convinto sostenitore della grandezza poetica di Ripellino. In brevi parole, dico solo che la qualità delle sue poesia è molto varia; si va da versi poco più che decenti, appesantiti a dismisura da elenchi e stilemi aspri, nonché da giochi di parola non sempre profondi, fino a veri e propri capolavori, e sono tanti. Riporto per intero, cogliendo l&#8217;occasione di questo post, quella che reputo una delle sue poesie più riuscite. Soprattutto l&#8217;incipit ed i tre versi conclusivi sono da somme poeta e linguista consumato. Quando lessi i primi due versi, in una sera sonnacchiosa di fine ottobre, sobbalzai dal letto, come quando tra la folla di un paese sconosciuto ci si sente chiamare per nome:</p>
<p>«La furia della neve ti manca,<br />
tu nera, tu calma.<br />
L&#8217;impeto di uno <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Schlager" target="_blank">Schlager</a> ti manca,<br />
tu già statuina, già madia, già d&#8217;angolo.<br />
Lascia che giri pazzo l&#8217;orologio al contrario,<br />
arrossati le guance come tegole, Frau Schminke,<br />
imbroglia i piedini in un lungo cappotto-sudario:<br />
verrò alle cinque.<br />
Agita le manine di pupattola,<br />
da Bambino di Praga,<br />
non essere malva, ma salvami dagli abissi,<br />
tu, benché muta madia, mutevole maga.<br />
Saliremo sui freddi cristalli di un verde poliedro stasera,<br />
per stare in cima dolcissimi, saporitissimi,<br />
come due santi di cera»<a class="sdfootnoteanc" name="sdfootnote13anc" href="#sdfootnote13sym"></a><sup>13</sup>.</p>
<div id="sdfootnote1">
<p class="sdfootnote"><span style="color: #000000; font-family: Arial; font-size: x-small;"><a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc"></a>1A. Schopenhauer, <em>Il mondo come volontà e rappresentazione</em><span style="font-style: normal;">, Vol I, BUR, Milano 2003, pag. 470.</span><br />
<a class="sdfootnotesym" name="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc"></a>2A. M. Ripellino, <em>Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde</em><span style="font-style: normal;">, Einaudi, Torino 2007, pag. 16.</span><br />
3<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hanna_Schygulla" target="_blank"><span style="color: #000000;">Hanna Schygulla</span></a> è un&#8217;attrice tedesca caratterizzata dalla recitazione lenta, straniata e dallo sguardo perso nel vuoto.<br />
4A. M. Ripellino, <em>Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde,</em><span style="font-style: normal;"> cit., pag. 292</span><em>.</em><br />
5Ivi, pag. 67.<br />
6Ivi, pag. 15.<br />
7Ivi, pag. 258.<br />
8Ivi, pag. 178.<br />
9Ivi, pag. 149.<br />
10Ivi, pag. 81.<br />
11Ivi, pag. 295.<br />
12Ivi, pag. 239.<br />
13Ivi, pag. 115.</span></p>
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<div class="shr-publisher-18944833"></div><!-- Start Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetBottom Automatic -->]]></content:encoded>
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		<title>Musica musica musica!!!</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Dec 2007 21:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cateno Tempio</dc:creator>
				<category><![CDATA[musica]]></category>
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		<description><![CDATA[Forse quasi tutti m’avrete sentito dire qualche volta che mi sarebbe tanto piaciuto essere un musicista; oppure, a volte, per scherzo, che avrei dovuto fare la rock-star. Ebbene, io ho sempre rivendicato il mio totale asservimento alla musica. Come diceva Nietzsche (prima o poi dovrò dedicargli un intero post!), «grazie alla musica le passioni godono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- Start Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><!-- End Shareaholic LikeButtonSetTop Automatic --><p class="MsoBodyText" style="margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Forse quasi tutti m’avrete sentito dire qualche volta che mi sarebbe tanto piaciuto essere un musicista; oppure, a volte, per scherzo, che avrei dovuto fare la rock-star. Ebbene, io ho sempre rivendicato il mio totale asservimento alla musica.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Come diceva Nietzsche (prima o poi dovrò dedicargli un intero post!), «grazie alla musica le passioni godono di se stesse» (<em>Al di là del bene e del male, </em>aforisma106). Ma nella musica non vedo solo questa fondamentale componente. (Ed evidentemente neanche Nietzsche vi vedeva solo questo; basterebbe solo riflettere sull’originario titolo <em>La nascita della tragedia dallo spirito della musica. </em><span> </span>Ma il discorso non si ferma qui. Spero di parlarne meglio nel post che gli dedicherò, se mai lo farò!).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Forse sono troppo legato a certi canoni interpretativi romantici o idealistici, alla Hegel o alla Schopenhauer. Per il primo la musica caratterizza l’arte romantica, l’ultima fase del dispiegarsi artistico dell’Assoluto; ma proprio perché la musica è la meno sensibile delle arti, tende a travalicare i limiti del sensibile e si spiritualizza; perciò l’Assoluto cerca altre forme attraverso cui esprimersi: la religione e, poi, la filosofia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Per il grande Arthur Schopenhauer, invece, la musica è la riproduzione della stessa Volontà, è rivelazione della Volontà a se stessa e per questo ci consente di squarciare il velo di Maya, di guardare in faccia la realtà e, come una catarsi, ci libera e ci consola.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Io amo tutta la musica. Conosco anche le teorie musicologiche più recenti, ho studiato un po’ di semiologia musicale e su Sitosophia ho brevemente cercato di comprendere, attraverso esempi di ascolti di musica contemporanea, come il cervello e la mente siano necessariamente connessi alla realtà. (Potete leggerlo <a href="http://www.sitosophia.org/forum/viewtopic.php?t=224" target="_blank">qui</a>)</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ascolto di tutto. Vi dico solo che i miei ascolti più recenti sono tante composizioni per pianoforte di John Cage (cara Luisa, vorrei fartene ascoltare una che si chiama <em>Ophelia</em>), poi Claudio Lolli con <em>Ho visto anche degli zingari felici</em>, i Tool con <em>Lateralus</em> (contagiato da Giangi e Davide), tanti album del mio adorato Rino Gaetano, un concerto per violino di Stravinskj ed alcuni concerti per pianoforte dell’insuperabile Mozart.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ora, a questo proposito, credo che Kierkegaard ci abbia pianamente azzeccato quando ci dice che «col suo <em>Don Giovanni</em> Mozart entra nella piccola schiera degli immortali, il cui nome non sarà mai oscurato dal tempo, perché l’eternità li ricorda» (S. Kierkegaard, <em>Don Giovanni, </em>Mondadori, Milano 1981, pag. 48); e ancora, «col suo <em>Don Giovanni </em>egli è posto al di sopra di tutti» (ivi, pag. 51). Tutto questo perché tale opera è l’opera musicale assoluta, giacché «nella musica vi possono essere molte altre opere classiche, ma c’è un’opera sola della quale si può dire che la sua idea è assolutamente musicale, così che la musica non vi entra come accompagnamento, ma come manifestazione del suo essere più profondo» (ivi, pag. 58). Ebbene, tale opera è, appunto, il <em>Don Giovanni </em>di Mozart. Io concordo in pieno; forse in altre opere ci sono temi musicali più belli (come in Mozart stesso forse nelle <em>Nozze di Figaro</em>); forse altre manifesteranno di più la pienezza e lo slancio etico-filosofico (penso a Beethoven e a Wagner); forse la perfezione matematica e la bellezza più celestiale si mostrano di più per esempio in Bach. Ma è il concetto stesso della musica che nel <em>Don Giovanni</em> viene espresso musicalmente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">E senza contare che quest’opera è la prima opere psicologica (nel senso più alto del termine) che sia stata scritta. E si può rintracciare il momento preciso in cui questo avviene: «Di fronte al Commendatore giunto a cena, nel finale dell’atto secondo, Don Giovanni ostenta sicurezza e inappuntabile signorilità ([di fronte alla statua parlante egli dice:]“Non l’avrei giammai creduto, / ma farò quel che potrò”): nulla, sia nel testo verbale, sia nelle prescrizioni sceniche, attesta che egli ne sia spaventato. Ma in realtà gli spettatori e gli ascoltatori del <em>Don Giovanni </em>non hanno mai avuto dubbi in proposito: anche se non lo fa vedere, anche se sa dominarsi, Don Giovanni <em>è </em>estremamente spaventato. […] Da chi l’hanno saputo? Da Mozart, naturalmente, che alle spavalde parole del suo personaggio sottopone, a mo’ di smentita, le sinistre sincopi dei violini. […] Per dirlo con una formula: Mozart ci fa sentire ciò che Don Giovanni non dice né mostra». (L. Zoppelli, <em>L’opera come racconto</em>, Marsilio, Venezia 1994, pag. 11).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">E che dire? Meraviglioso! Per la prima volta la musica ci fa sentire i sentimenti nascosti dei personaggi. Cade la formalità e la verbosità di un mondo non solo musicale, ma anche culturale e sociale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Ad ogni modo, scusate la lunghezza, ma quando parlo di Mozart non mi so trattenere!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Comunque, vi stupirà sapere che l’altra mia grande passione è nientemeno che Jimi Hendrix! Ascolto spesso tutti i suoi album (che poi non sono altro che tre registrati in studio ed uno <em>live</em>; gli altri sono rimasugli raccolto dopo che morì). Quando sento cominciare <em>Purple Haze</em> o <em>Vodoo Chile (Slight return</em>) mi sento vibrare tutto il corpo; credo che la sua musica sia, oserei dire, orgasmica!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">E basta, che altro aggiungere? Beh, vi invito a qualcuna delle scampagnate che sono solito organizzare; mi potrete trovare con una bottiglia di vino a fianco (ed una in corpo) che massacro la mia chitarra urlando <em>La locomotiva </em>di Guccini. Ogni volta che sono ubriaco, chissà perché, canto sempre quella!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; margin: 0;"><span style="color: #ff9900; font-family: Times New Roman; font-size: small;">Bene, vi aspetto tutti con la mia chitarra! È una minaccia! Ahaha!</span></p>
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