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Dialogo tra il buonsenso e un lazzarone

N.B. L’autore di questo piccolo dialogo non vuole identificarsi nemmeno con sé stesso, figurarsi con uno dei due personaggi. Pertanto, lazzaroni che siate o strenui difensori del buonsenso, state pure tranquilli: alla fine ci saranno caramelle per tutti.

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Buonsenso — Quanti anni hai?

Lazzarone — Trenta, o giù di lì.

Buonsenso — Trovati un lavoro.

Lazzarone — Perché?

Buonsenso — Perché sì. Devi campare.

Lazzarone — Chi ti ha detto che voglio campare?

Buonsenso — Tutti vogliono campare.

Lazzarone — Io no.

Buonsenso — Oh, bella! E allora perché non ti ammazzi?

Lazzarone — Chi ti ha detto che mi voglio ammazzare?

Buonsenso — E allora che vuoi fare?

Lazzarone — Tentare una buona via di mezzo.

Buonsenso — È impossibile. In ogni caso devi trovarti un lavoro. Devi farti una posizione, sistemarti, crearti una reputazione.

Lazzarone — Piano, piano… Corri troppo. Andiamo con ordine. Tu dici: “Devi”. Io non “devo” niente. Il dovere non esiste.

Buonsenso — Cosa debbo sentire alla mia veneranda età! Il dovere non esiste? Tu sei oberato di doveri!

Lazzarone — Levati dalle palle, vecchio.

Buonsenso — Nossignore. Tu hai anche – appunto – il dovere di avere a che fare con me.

Lazzarone — Vorrei sapere chi ti ha messo in testa queste assurdità. Il dovere non esiste. Esistono la necessità, la convenienza, l’imposizione. Tu dici: “Hai il dovere di rispettare le leggi”. Io dico che mi conviene rispettare le leggi, perché altrimenti mi arrestano o quantomeno mi fanno sborsar quattrini, quei pochi che ho. Altro esempio: “È un dovere pagare le tasse”. Come no! È un’imposizione bella e buona. Si chiamano pure ‘imposte’… Che poi possa essere conveniente o meno è altro par di maniche che dipende da molte cose; e a taluni possono stare corte o lunghe, strette o larghe.

Buonsenso — E che mi dici del dovere di amare e rispettare il prossimo?

Lazzarone — Oh, non mi sembri neanche tu… Ma è vero, dimentico che tu parli ma poi non fai quanto dici. In ogni caso, io amo e rispetto il prossimo perché temo delle ritorsioni oppure perché voglio che io sia amato e rispettato. Anche quando, nel più fortunato dei casi (forse il mio), i sentimenti e la ragione mi spingono ad amare e rispettare, io lo faccio per non tradirmi o perché non ne posso fare a meno. Siamo ancora fermi al punto di prima: convenienza, necessità. Il dovere non esiste; è un modo di camuffare e nobilitare altre cose.

Buonsenso — Ecco, mi offri il destro. Devi lavorare, perché il lavoro nobilita l’uomo, gli fa comprendere il proprio ruolo nel mondo e lo mette in condizione di offrire il proprio contributo allo sviluppo della società. L’uomo così diventa produttivo e utile.

Lazzarone — Beccamorto, perché ce l’hai con me? Prima mi dici che devo lavorare per campare, ora perché devo nobilitarmi. In un mondo dove tutti stanno al proprio posto, io non voglio avere posto; dove tutti sono produttivi, io non voglio produrre nulla. Dove tutti sono utili — io sono inutile. Vorrei capire come il lavoro nobilita l’uomo. Lavorare per dieci ore al giorno, in una catena di montaggio di una fabbrica, dove possono cacciarti via a pedate se viene un ghiribizzo all’imprenditore di turno; o in un ufficio muffito, tra scartoffie, timbri e gente inviperita — la nobiltà dell’uomo! Balle! Viene da scaracchiarti in un occhio, a te e a chi dice queste cose! E tutto questo per cosa, per due settimane di vacanze al mare? Per un fine settimana in montagna d’inverno? Per un’automobile che anziché 140 fa 200 chilometri orari? Mi rubano la vita per una caramella. Una caramella al gusto di merda. Sono nobilitato dal farmi fottere i giorni per due bagni al mare! Va’ a farti fottere tu, piuttosto, vecchio!

Buonsenso — Sei troppo radicale ed estremista. A molte gente piace il proprio lavoro.

Lazzarone — Contenti loro… La faccenda non mi tange punto.

Buonsenso — Poniamola su questo piano, visto che non vuoi sentire altro: ti serve per mangiare.

Lazzarone — Ah, ti è finito l’afflato aristocratico? Mangiare è una necessità. Quasi sempre per mangiare servono i soldi. Per avere soldi, bisogna lavorare. Ecco, torniamo sempre là: lavorare è una dura condanna; è una necessità di cui volentieri farei a meno. E chi vuole lavorare anche se non ne ha bisogno, per quel che mi riguarda, è un fesso.

Buonsenso — E cosa mi dici allora dei tuoi obblighi nei confronti della società? Del contribuire a portarla avanti, dell’occhio sociale che guarda il nullafacente come un parassita?

Lazzarone — Strafattacci tuoi e della società! Me ne infischio dell’occhio sociale. Non ho scelto io di venire al mondo e non ho chiesto nulla alla cosiddetta società. Anzi, è lei che vorrebbe le mie energie, i miei pensieri, il mio corpo. Vedo gente che campa con l’obiettivo di trovarsi un lavoro. Campate felici, compari, e non lasciatevi rubare i giorni.

Buonsenso — Ma… ma se tutti la pensassero come te andrebbe ogni cosa allo sfacelo!

Lazzarone — Amen.

Buonsenso — Non ti rendi conto di quel che dici!

Lazzarone — Oh, io mi rendo conto benissimo, invece. In realtà, se tutti la pensassero come me non andrebbe allo sfacelo ogni cosa. Andrebbero alla sfacelo il buonsenso e la sua consorte società. Tu, vecchio mio, come tutti i vecchi, più passa il tempo e più t’aggrappi alla vita. Temi la tua morte, non altro. Ma non sei stanco di tutto questo? Che andiate allo sfacelo, tu, barbagianni, e tutta la società civile. Meglio un giorno da animali che cento da impiegati; meglio una notte sotto un ponte che cento nella catena di montaggio.

Buonsenso — Bene. Bravo. Applauso. Pare che tu abbia vinto. Ora che hai sfogato la tua vis retorica ti dico una cosa. La partita non è finita. Avrai da usarmi, sì, tu – Lazzarone – farai ampio uso di questo vecchio buonsenso. Avrai da vivere in mezzo agli uomini. Avrai fame pure tu. Avrai da inghiottire molte caramelle al gusto di merda. Avrai da lavorare.

Tara ereditaria. Dialogo tra ammuti-nati.

a G. R.

Padre — Sempre a perdere tempo con internet.

Figlio — Lasciami in pace.

Padre — Che gusto ci provi poi…

Figlio — Ogni rete ha i suoi buchi.

Padre — E allora?

Figlio — Godo a penetrarli.

Padre — Esci, piuttosto! Sai quante ragazze ci sono fuori?

Figlio — Ci sono anche qua. Anzi a volte mi chiedo come facevate ad accoppiarvi prima, senza telefonini e chat.

Padre — Ci accoppiavamo lo stesso, ci parlavamo in faccia, ci annusavamo. C’era più voglia di uscire, di svincolarsi, d’autonomia. Io alla tua età mi sono dovuto sbracciare per svincolarmi dalla famiglia. Se non ti svincoli dalla famiglia non potrai mai avere un pensiero.

Figlio — Svincolarmi dalla famiglia per fare che? Per farmene un’altra? Mi libererei da una gabbia solo per costruirmene una su misura. Bel guadagno. Oppure per cercarmi un lavoro? Sgobbare otto ore o più per una miseria, per due settimane di ferie in estate. Di che pensiero potrei godere?

Padre — Potresti tentare la carriera universitaria.

Figlio — Come no! In ogni caso sarebbe un’altra rete, anche fin troppo intricata. Famiglia, internet, lavoro, università: altro che claustrofilia! Trovatemi un pertugio che lo penetro. Dici che internet mi toglie tempo; non sai quanto me ne ha tolto lo studio universitario.

Padre — Vuoi dirmi che l’università non serve a niente? Che ti ci ho mandato a fare?

Figlio — Ecco, è questo il punto: come si va all’università, così abbiamo internet. O sei in questo modo, o non sei affatto. Se anche tu avessi la mia età, non avresti campato come me? Peggio o meglio non importa; bisogna vedere che fai con ciò che ti è dato. All’università ho imparato che quasi sempre nei libri trovo solo ciò che è dentro di me. Le cose fuori sono qualche cosa; dentro di me non c’è niente, per questo il libro circola nel niente. Il libro è scritto per il lettore ideale, ossia per tutti e per nessuno. Il lettore ideale non c’è; è niente.

Padre — Bene, ti millanti letterato: pensa cosa sarebbe stato di Leopardi senza il suo desiderio d’evadere, di vedere cosa c’era fuori…

Figlio — Ma come parli? Il desiderio d’evasione… Io dico che l’infinito non sta oltre la siepe: è tutto prima, è tutto dentro. Oltre la siepe è il nulla, e con questo ci sbatto ogni giorno, quando penso d’ammazzarmi. Gioco a fare il letterato: l’Aléxandros di Pascoli immagina interminati spazi di là dalle montagne; ma poi così lamenta: «sì grande spazio di su voi non pare, | che maggior prima non lo invidiate». Se Leopardi avesse avuto internet, avrebbe sbattuto prima con le cose di fuori, avrebbe compreso prima la miseria di Roma e Firenze, la sciatteria dei progressisti toscani. Vuoi che mi stacchi da te? Non ci credo: come ogni padre lo dici e non lo desideri. La rete è il mio modo per staccarmi da te. E poi pure tu ti sei ritagliato il tuo pezzetto di rete.

Padre — Però per decenni ho vissuto le cose di fuori.

Figlio — Mi sembra la vecchia storia degli adulti che possono fare quanto ai ragazzi viene vietato. Certo, perché gli adulti si sono formati. Anch’io mi sto formando, così. La forma detta l’epoca; ogni epoca ha il suo modo.

Padre — Non mi piace questo modo.

Figlio — Forse intendi che non ti piace questo mondo. Il mio mondo.

Padre — Esattamente.

Figlio — Pazienza. Quando non ci sarai più me ne ricorderò. Forse.